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La Tunisia nel mirino dell’ISIS

Tra gli attacchi quasi simultanei che hanno insanguinato il venerdì del Ramadan, quello più eclatante è la carneficina consumata sulla spiaggia di fronte a due hotel di lusso nei pressi di Sousse, nel golfo di Hammamet in Tunisia: 38 morti e 36 feriti, in buona parte stranieri. L’attentato è stato portato a termine poco più di tre mesi dopo il massacro del museo del Bardo a Tunisi: 21 morti tra cui 4 italiani.

Sousse, TunisiaA boy holds a Tunisian flag as he stands near bouquets of flowers laid at the beachside of the Imperiale Marhabada hotel, which was attacked by a gunman in Sousse, Tunisia, June 27, 2015. Tour companies were evacuating thousands of foreign holidaymakers from Tunisia on Saturday, a day after a gunman killed 39 people as they lounged at the beach in an attack claimed by Islamic State. Tunisia's Prime Minister Habib Essid said most of the dead were British, and its health ministry said eight Britons, a German, a Belgian and an Irish citizen were among the casualties of the attack at a hotel in the resort town of Sousse. REUTERS/Zohra Bensemra

La breve distanza di tempo tra i due micidiali attacchi di matrice jihadista evidenzia quanto la stabilità della Tunisia sia ancora incerta e quanto, il Paese nordafricano sia costretto a confrontarsi con la minaccia estremista, che scaturisce dal suo stesso territorio.

Le due stragi di turisti rivelano evidenti falle nei servizi di sicurezza tunisini riguardo alla capacità di prevenzione e monitoraggio delle iniziative dei fondamentalisti islamici, dovuta anche al fatto che, dopo la fine del regime di Ben Ali, l’intelligence tunisina è stata oggetto di un’epurazione per volontà dell’allora governo provvisorio.

Un’operazione che ha prodotto una nuova dirigenza con poca esperienza, che soprattutto negli ultimi mesi ha dimostrato che Tunisi non possiede ancora un piano definito per contrastare l’estremismo. Si potrebbe addirittura azzardare l’ipotesi che le forze di sicurezza tunisine non abbiano adottato le misure necessarie per prevenire gli attacchi, ignorando l’appello rivolto nei giorni scorsi dall’ISIS ai propri seguaci, invitandoli ad aumentare gli attentati contro i takfir in occasione del Ramadan.

Senza dubbio, per affrontare la crescente minaccia del radicalismo islamico tale struttura andrebbe potenziata, ma sembra evidente che la giovane democrazia tunisina necessita di maggior sostegno sia a livello regionale sia internazionale, perché nessun Paese da solo è in grado di prevalere nella lotta al terrorismo islamista.

Un supporto fondamentale perché quanto accaduto ieri sull’arenile dell’hotel Riu Imperial Marhaba non può che alimentare le incertezze su una possibile deriva fondamentalista del Paese, accentuata dal fatto che la Tunisia è la terra d’origine della maggior parte dei combattenti stranieri associati allo Stato islamico, che ha rivendicato entrambi gli attentati.

L’infausto primato tunisino di fornire al Daesh il maggior numero di foreign fighters è stato certificato dall’International Centre for the Study of Radicalisation and Political Violence (ICSR) con sede a Londra. Una supremazia che assume particolare valenza, perché come rilevano i massimi studiosi del fenomeno, Jessica Stern e J.M. Berger, la propaganda mediatica del Califfato è quasi tutta incentrata sui foreign fighters.

Dalla Tunisia sarebbero partiti oltre tremila volontari per combattere il jihad in Siria contro i lealisti di Bashar al-Assad. Mentre, le autorità tunisine hanno bloccato altri novemila giovani in procinto di partire, ma secondo l’intelligence locale, almeno cinquecento di questi combattenti sono rientrati nel Paese nordafricano, con il chiaro intento di destabilizzarlo.

Se da un lato è difficile ipotizzare che un numero così esiguo di jihadisti possa sovvertire l’ordine costituito in Tunisia, dall’altro è evidente che i miliziani che utilizzano il marchio dello Stato Islamico sono in grado di controllare aree remote del Paese di interesse strategico, situate ai confini con Libia e Algeria.

L’emergenza sicurezza è ancor più evidente lungo i valichi del confine orientale del Paese, dove le fazioni in lotta in Libia hanno lasciato un vuoto, mentre gli impegni dei governi di Tripoli e Tobruk di cooperare con la Tunisia in materia di lotta al terrorismo sono rimasti puramente formali. Lo conferma il ritrovamento, nel marzo scorso, di un ingente arsenale di armi ed esplosivi provenienti dalla Libia.

Nell’attentato c’è anche da rilevare l’efficacia nell’individuazione del bersaglio dimostrata dai fondamentalisti che hanno abbracciato la causa del Califfato. In primo luogo, una scelta originata dal fatto che un attacco a un hotel è in grado di attirare l’attenzione mondiale, segnare l’influenza di un gruppo e danneggiare gravemente l’industria del turismo locale. Senza dimenticare, che negli ultimi anni alberghi e turisti sono stati oggetto di frequenti attacchi da parte dei jihadisti, che considerano i visitatori occidentali come una presenza evidente e vulnerabile nel mondo islamico.

Inoltre, sebbene storicamente questi attentati abbiano minato il sostegno locale, sembra improbabile che questa volta la carneficina di venerdì possa essere influenzata da tale fattore, perché i principali sospettati per l’attacco di Sousse sono militanti appartenenti a gruppi locali frammentati, quasi certamente basati nella vicina Libia e leali all’ISIS.

In un’emergenza di questa portata, è evidente che i rapporti di cooperazione stretti dalla Tunisia con gli Stati Uniti e l’Europa, riguardo la formazione, la logistica, la lotta all’immigrazione clandestina e lo scambio di informazioni, non sono sufficienti.

Il governo di Tunisi ha bisogno di aiuto anche dai suoi partner arabi, in particolare l’Algeria, che ha una lunga esperienza nella lotta contro gli estremisti e nello sradicamento delle cellule terroristiche. Tuttavia, Algeri ha sempre avuto la propensione a vedere la lotta al terrorismo come un pretesto occidentale per interferenze regionali. Di conseguenza, Tunisi potrebbe non ricevere un valido sostegno da parte algerina.

Ciò costituirebbe un grave limite per la sicurezza della Tunisia, che ha poca esperienza nella lotta al terrorismo. Un’esperienza che sta cominciando a costruirsi a proprie spese, proprio come fecero gli algerini negli anni novanta.

@afrofocus

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