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Lo Stato del Senegal contro Habré, il Pinochet africano

Nella capitale del Senegal, Dakar, per la prima volta nella storia si sta celebrando un processo per crimini contro l’umanità, istruito dalle autorità di un Paese contro l’ex leader di un altro Paese. L’imputato in questione è Hissène Habré, che ha guidato il Ciad tra il 1982 e il 1990 ed è accusato di crimini contro l’umanità e tortura.

Hissene Habre inspecting troops during his brutal regime in Chad in the 1980s. Photo AFP

Habré, soprannominato “il Pinochet africano”, ha trascorso ventidue anni in esilio in Senegal, dove fu arrestato nel luglio 2014 per la sua responsabilità in migliaia di omicidi politici, detenzioni illegali e uso sistematico della tortura contro la popolazione locale.

Secondo l’ong Human Rights Watch, esistono le prove di almeno 1.200 omicidi e 12mila episodi di tortura ordinati dall’ex dittatore. Ad oggi, il numero esatto delle vittime causate dal regime di Habré è sconosciuto, nonostante il lungo lavoro di una Commissione nazionale d’inchiesta, istituita nel dicembre 1990.

Nel suo rapporto conclusivo, la Commissione ha accusato Habré di aver ordinato nel corso dei suoi otto anni di regime alla polizia politica, la famigerata Direction de la documentation et de la sécurité (DDS), l’uccisione di almeno 40mila oppositori. Molti dei quali hanno perso la vita in carcere o sono state eliminati con esecuzioni sommarie, di questi ultimi solo quattromila sono state identificati.

Habré è anche accusato di aver perseguitato diversi gruppi etnici, tra cui i Sara, gli Arabi ciadiani, i Kanem-Bornu, gli Hadjaraï, i Zaghawa e altre etnie del sud.

La DDS è diventata tristemente famosa in quegli anni per i suoi metodi brutali di tortura. Un caso rappresentativo sono le atrocità perpetrate nel centro di detenzione di N’Djamena, passato alla cronaca come “La Piscina”.

Qui, i prigionieri più fortunati morivano letteralmente soffocati nel giro di quattro o cinque giorni, stipati in celle sovraffollate di sei metri quadrati con poca acqua o cibo e i loro cadaveri venivano lasciati marcire nell’intento di propagare malattie tra i detenuti.

Altri invece venivano costretti a respirare i gas di scarico delle macchine o infilati ancora vivi in sacchi della spazzatura e gettati nel Chari, il fiume della capitale.

Nella Piscina, torture e maltrattamenti erano all’ordine del giorno, tra le efferatezze più comuni frustate, percosse, bruciature e l’estrazione delle unghie. Tuttavia, il metodo di sevizia più diffuso era costringere per giorni il prigioniero in una posizione conosciuta come ‘arbatachar’, che consiste nel legare saldamente le braccia e le gambe della vittima dietro la schiena, provocando un dolore intenso che spesso induceva alla paralisi e alla cancrena.

Nel maggio 2001, Reed Brody, consigliere giuridico di Human Rights Watch che ha lavorato sul caso contro Habré dal 1999, trovò una serie di documenti presso la sede abbandonata della DDS, che riportavano i casi di 12.321 abusi o torture, tra cui 1.208 persone uccise o morte in carcere.

Materiale importante, che ora potrà essere usato come prova per rendere giustizia alle troppe vittime della dittatura di Habré, nel primo processo in cui un tribunale regionale, la Camera straordinaria africana, è chiamato a giudicare un ex capo di stato africano.

Il nuovo tribunale speciale è presieduto dal procuratore generale Mbacké Fall, che prima dell’inizio del dibattimento ha voluto ricordare tutte le vittime di questo caso.

Il processo costerà circa 8,6 milioni di euro, una somma raccolta grazie al contributo di Unione europea, Unione africana, Belgio, Germania, Francia, Olanda, Lussemburgo e Ciad.

Alla vigilia della prima udienza,Ginette Ngarbaye, segretaria della’Associazione delle vittime dei crimini del regime di Hissène Habré, ha dichiarato: “É una battaglia per me e mi auguro che finisca perché non voglio che i miei figli subiscano tutto ciò, né alcuno dei miei parenti o qualsiasi altro essere umano. Aspetto la fine del processo e spero che mi sia resa giustizia”.

C’è anche da ricordare, che prima della fuga in Senegal, l’ex dittatore sottrasse una cospicua somma di denaro dalle casse dello Stato per garantirsi una rete di sostenitori nel Paese, che gli ha permesso di sottrarsi alla giustizia per oltre vent’anni, godendo anche delle coperture dell’ex presidente senegalese Abdoulaye Wade, che aveva impedito ogni tentativo di azione penale nei suoi confronti.

Il processo aperto lunedì a Dakar è visto da molti come una pietra miliare nella storia della giustizia africana, ma può essere anche un avvertimento per i tiranni che stanno passando una spensierata vecchiaia confidando nell’impunità garantita dai vecchi amici. Un chiaro monito che la giustizia prima o poi arriva per tutti.

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