Lo Stato Islamico in Africa non è solo Boko Haram

A poco più di due settimane dall’ultimo attacco, Boko Haram è tornato a colpire il Camerun. Anche questa volta l’attentato è opera di un kamikaze, che ha devastato la moschea di Kouyape, nel distretto di Kolofata, nell’estremo nord del Paese a soli 13 chilometri dal confine con la Nigeria.

Map from website biafransatellite.blogspot.com

L’azione suicida ha provocato la morte di almeno 13 persone e ha confermato quanto il nord del Camerun sia diventato un bersaglio abituale degli attacchi dei bokoharamisti, che nel Paese africano hanno già operato rapimenti a scopo di estorsione di cittadini stranieri, omicidi, rapine e attentati nei confronti di militari.

La porosità dei confini e varie parentele hanno finora permesso ai radicali islamici nigeriani di infiltrarsi nel territorio camerunense, soprattutto nelle zone vicino alla frontiera nigeriana, specialmente nell’area del lago Ciad, dove la situazione umanitaria sta peggiorando a causa della violenza perpetrata dagli islamisti.

Un contesto sempre più allarmante, tanto da indurre il Fondo di emergenza globale delle Nazioni Unite a stanziare 31 milioni di dollari per aiutare le persone della regione colpite dalla violenza di Boko Haram, che si è ormai trasformato in un’organizzazione in grado di colpire a livello regionale.

La provincia occidentale africana dello Stato Islamico

Ma l’ultima metamorfosi di Boko Haram è avvenuta dopo aver stretto il suo patto di alleanza con lo Stato Islamico. In seguito al giuramento di fedeltà al Califfato, reso noto attraverso un post su Twitter lo scorso 7 marzo, il gruppo ha cambiato nome diventando “La provincia occidentale africana dello Stato islamico” (Islamic State’s West Africa Province, ISWAP).

Una decisione che ha una chiave di lettura ben precisa: la rinuncia da parte dell’organizzazione, da mesi sotto pressione da parte della MNJTF, della propria autonomia in cambio di sostegno dai vertici del Daesh.

Fermo restando che le due entità rimangono molto diverse tra loro, perché l’IS ha introdotto una sorta di un’infrastruttura statale nelle aree controllate, perseguendo nel contempo le sue ambizioni internazionali, mentre Boko Haram mantiene un approccio molto orientato al jihad locale.

L’autorità esercitata nei confronti degli estremisti nigeriani ha comunque offerto ai baghdadisti l’opportunità di stabilire uno strategico punto d’appoggio in Africa sub-sahariana, da cui poter espandere la dottrina del Califfato in tutta la regione. 

Lo Stato Islamico non si limita, infatti, solo a tenere sotto il suo controllo la più sanguinaria organizzazione terroristica del mondo, ma cerca di estendere la sua influenza in altre aree della vasta regione sub-sahariana, dove alcune formazioni jihadiste hanno mostrato la volontà di voler aderire al suo disegno espansionistico.

Del resto, per il Daesh non risulta troppo complicato mietere proselitismo in un’area in cui da oltre quindici anni si sta registrando una forte espansione del fenomeno del fondamentalismo islamico.

La collaudata strategia della wilayat (province) adottata dall’IS sta conquistando seguaci nel ventre molle della società rurale africana, caratterizzata da un contesto di conflittualità etnica, epurazioni religiose, estrema indigenza, tensione sociale e mancanza di prospettiva.

Tuttavia, è necessario rilevare che il consenso ottenuto nella Nigeria settentrionale e nel bacino del lago Ciad; non è riscontrabile anche nelle altre due aree sub-sahariane dove la minaccia jihadista è più presente: Corno d’Africa e la regione del Sahel, dove il legame con al Qaeda rimane molto forte per la maggior parte delle organizzazioni locali.

La faida di al-Shabaab

L’esempio più eclatante è quello del gruppo estremista somalo al-Shabaab, che esortato dai leader di Boko Haram/ISWAP, nell’ottobre 2015 ha registrato una frazione interna ad opera di uno dei leader spirituali, Abdul Qadir Mumin, il quale ha giurato fedeltà allo Stato Islamico, provocando così una scissione tra la sua e le altre fazioni del gruppo.

Tuttavia, al-Shabaab si è dimostrato più difficile da infiltrare, essendo una formazione jihadista strutturata su base clanica, che vede il governo somalo come il nemico principale.

Nel febbraio 2012, l’allora leader del gruppo, Ahmed Abdi Godane, che aveva combattuto agli ordini di bin Laden in Afghanistan, decise che l’organizzazione sarebbe dovuta entrare a far parte del franchising di al Qaeda, che aveva una debole rappresentanza in Africa orientale.

Dopo l’eliminazione, nel settembre 2014, di Godane in un raid aereo statunitense, anche il suo successore Ahmad Omar si è impegnato nel continuare l’alleanza con al Qaeda, ma molti tra i giovani e i combattenti stranieri di al-Shabaab hanno iniziato a rivolgere la loro attenzione verso l’IS.

Coloro che hanno scelto di seguire questo nuovo percorso, però, non hanno avuto vita facile, perché i leader del gruppo per eliminare i dissidenti hanno fatto ricorso alla Amniyat, la temibile polizia segreta di al-Shabaab.

Così, sono stati tratti in arresto cinque mujahidin stranieri per aver tentato di affiliarsi allo Stato islamico, mentre lo scorso novembre è stato ucciso lo sceicco Hussein Abdi Gedi, l’ex vice-governatore del movimento nella regione di Jubba, dopo che questi aveva manifestato la sua volontà di aderire all’ideologia del Califfato.

Fonti all’interno delle forze di sicurezza somale ritengono che solo circa cento dei circa 1.400 combattenti di al-Shabaab abbiano abbracciato la causa del Daesh, ma rilevano pure che altri potrebbero presto confluire nelle fila del gruppo islamista.

Lo dimostra anche il cambio di orientamento dell’influente predicatore keniano Hussein Hassan, una volta un forte sostenitore della dottrina qaedista, che ha iniziato a incitare i miliziani shabaab a seguire al-Baghdadi.

I tentavi di infiltrazione nel Sahel

Nel Sahel e in Mali il quadro è ancora più confuso, come testimonia l’assalto sferrato al Radisson Blu Hotel di Bamako, che una settimana dopo gli attacchi di Parigi ha provocato la morte di 21 persone.

La stretta vicinanza temporale ha favorito l’ipotesi di un collegamento tra i due episodi, ma l’attentato è stato portato a termine da miliziani aderenti ad al-Mourabitoune, gruppo legato ad al Qaeda nel Maghreb islamico (AQIM).

Al-Mourabitoune si è formato nel 2013 dalla fusione del Movimento per l’unità e il jihad nell’Africa occidentale (MUJAO) e della Katiba al-Mulaththamin, guidata dal noto terrorista algerino Mokhtar Belmokhtar, che ha ripetutamente giurato fedeltà ad al Qaeda e al suo attuale leader, Ayman al-Zawahiri.

Lo scorso 14 maggio, però, il co-fondatore di al-Mourabitoune, Adnan Abu Waleed al-Sahrawi, tramite un messaggio audio, ha dato l’annuncio del giuramento di fedeltà del suo gruppo allo Stato Islamico.

Tuttavia, pochi giorni dopo l’atto di sottomissione al Daesh è stato smentito da Belmokhtar, che ha disconosciuto la bayah di al-Mourabitoun al Califfato, ribadendo la sua vicinanza ad al Qaeda.

Una manovra poco chiara, che potrebbe essere interpretata come la conseguenza di una scissione interna al gruppo, che subito dopo la nascita era stato diviso in tre katiba di circa cento uomini ciascuna.

Nel complesso, la situazione attuale in Mali indica che i gruppi locali non sono immuni al fascino del Califfato, ma stabilire una presenza importante sul territorio per l’IS sarà un’impresa molto più difficile che nella regione del bacino del lago Ciad o nell’Africa orientale.

Al Qaeda non è decaduta

Tutti questi sviluppi indicano che l’IS ha avuto un grado variabile di successo nel creare proselitismo tra i gruppi jihadisti sub-sahariani legati ad al Qaeda. Il suo tentativo di infiltrarsi nella regione ha provocato tensioni e lotte intestine, ma ha anche dimostrato che il declino di al Qaeda nell’area è stato sopravvalutato.

Gli attentati in Kenya e Mali indicano che i suoi affiliati sono ancora in grado di pianificare ed eseguire micidiali attacchi contro obiettivi occidentali e locali in Africa. E’ dunque evidente che, soprattutto nel Sahel e nel Corno d’Africa, al Qaeda esercita ancora una forte influenza, dovuta al fatto che le formazioni islamista africane sono principalmente focalizzate su agende locali, in contrasto con le ambizioni internazionali del Califfato.

Senza dubbio, ci saranno nuove dichiarazioni di fedeltà allo Stato Islamico da parte dei jihadisti africani, ma sarà importante valutare se le motivazioni che inducono a operare tale scelta siano dettate dall’ideologia oppure dall’opportunismo.

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