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Mauritania, terra di schiavi e di sabbie

Secondo il 'Global Slavery Index' stilato dall'ONG Walk Free nel 2016, in Mauritania l'1,06% degli abitanti è in condizione di schiavitù, il che fa del Paese africano la settima nazione al mondo per percentuale di schiavi sul totale della popolazione, preceduta da numerose nazioni in sesta posizione con l'1,13% (Repubblica Centrafricana, Libia, Somalia, Sud Sudan, Siria, Yemen, Afghanistan, Iraq, Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Pakistan), dal Qatar (1,36%), dall'India (1,4%), dalla Cambogia (1,65%), dall'Uzbekistan(3,97%) e, prima in classifica, dalla Corea del Nord (4,37%).

REUTERS/Susana Vera


In questo quadro sconfortante, poco nulla ha potuto fare una legge anti-schiavitù approvata nel 2015 dal Parlamento di Nouakchott, capitale di un Paese raramente sotto i riflettori e ponte tra Maghreb e l'Africa occidentale subsahariana.

Mauritania, questa sconosciuta

Largamente desertica, la Mauritania è caratterizzata da un forte contrasto culturale tra il Nord arabo-berbero (70% circa dei 3,6 milioni di abitanti) e il Sud più legato all'Africa 'nera'. Il potere è rigidamente distribuito all'interno di un sistema di caste che vede la popolazione di origine araba al vertice della piramide sociale e gerarchica, mentre i Mauritani neri ne occupano i gradini più bassi.
Parte della Spagna, la Mauritania divenne oggetto delle mire espansionistiche europee a partire dal XV secolo. Nel 1817, la Francia prese il controllo della fascia costiera, per poi imporre ufficialmente un protettorato nel 1904. A partire dall'indipendenza una dozzina di colpi di stato di cui l'ultimo nel 2008, quando a conquistare il potere fu Mohamed Ould Abdel Aziz. Eletto presidente l'anno successivo, Abdel Aziz ha ottenuto l'82% delle preferenze alle consultazioni del 2014, largamente boiudoritorno di Nouakchott alla democrazia ha permesso al Paese di rifare capolino sulla scena internazionale e rompere l'isolamento: il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale hanno riavviato i programmi di aiuti, l'Unione Europea ha scelto la Mauritania come uno dei propri interlocutori per il contrasto dell'immigrazione clandestina e la lotta al terrorismo internazionale, rappresentato soprattutto dall'AQIM (al-Qaida nel Maghreb Islamico); la battaglia contro il terrorismo islamico ha portato anche Washington a dialogare con Nouakchott, mentre la Cina, new entry miniere, soprattutto di ferro.

La schiavitù: un male difficile da estirpare

Ufficialmente, di schiavi in Mauritania non ce ne sono. I Mori neri di discendenza berbera e africana erano schiavi, mentre ora sono chiamati 'haratin', una sorta di 'liberti' contemporanei. La versione governativa, tuttavia, è ben lungi dal rispecchiare la realtà.
Dichiarata abolita nel 1981 e criminalizzata nei primi anni 2000, la schiavitù in Mauritania ha continuato a esistere, di generazione in generazione. In un'intervista rilasciata alla BBC nel 2014, Boubakar Messaoud, fondatore dell'ONG mauritana SOS Slaves, ha dichiarato che l'assenza di mercati degli schiavi per le strade di Nouakchott non significa che nel Paese la schiavitù sia stata abolita; al contrario, Messaoud denuncia come l'asservimento sia interiorizzato dagli schiavi come l'unica realtà a loro nota: “Uno schiavo catturato conosce la libertà, quindi devi incatenarlo per tenerlo a bada. Uno schiavo mauritano, però, non ha bisogno di catene: i suoi genitori e i suoi nonni prima di lui erano schiavi, e lui stesso è stato allevato come un animale da soma”.
L'atteggiamento del governo mauritano è contraddittorio, e da esso traspare la mancanza di volontà necessaria a sconfiggere un fenomeno che l'élite continua a sfruttare per i propri interessi. Da una parte, infatti, nel 2014 la Mauritania ha adottato un programma per la radicale estirpazione della schiavitù elaborato insieme all'ONU e, l'anno successivo, ha introdotto una legislazione più severa che definisce la schiavitù un crimine contro l'umanità, innalza la pena per gli schiavisti a 20 anni di reclusione e punisce anche pratiche quali il matrimonio coatto (senza il consenso della nubenda). In contrasto con queste dichiarazioni d'intenti, a oggi non si è registrata alcuna condanna di schiavisti e, al contrario, gli unici a finire in prigione sono attivisti abolizionisti come Biram Dah Abeid and Brahim Bilal Ramdane, arrestati nel 2014.

Un fenomeno ancora diffuso in tutto il mondo

Vista la persecuzione di cui sono oggetto gli attivisti locali e il diniego di accesso al Paese per condurre ricerche che ricevono organizzazioni come Amnesty International, è oltremodo difficile stabilire quanti tra i Mauritani (di cui il 42% vive sotto la soglia di povertà secondo la Banca Mondiale) siano ridotti in schiavitù: la stima del 'Global Slavery Index' ne indica 43000. Certo è che il fenomeno è ancora diffuso a livello planetario, con 45,8 milioni di schiavi nel mondo, costretti a lavorare tramite minacce fisiche o psicologiche, trattati e commerciati come oggetti. E ciò con buona pace dell'articolo 4 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo: “Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; La schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.”

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