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Mille anni di schiavi lungo le rotte sahariane

Le rotte del Sahara meridionale sono state per secoli attraversate da carovane e da mercanti. Di tutto è transitato lungo le sabbie che dividono il mare dal cuore dell'Africa: spezie, avorio e schiavi, questi ultimi predati dai villaggi o acquistati dai regni africani. Lungo quel corridoio di migliaia di chilometri (da Bamako a Tripoli circa 6 mila, per avere un'idea della distanza), si spingono ancora oggi senegalesi, maliani, nigeriani e ivoriani che, attratti dalla possibilità di costruirsi una nuova vita in Europa, sono disposti a pagare e a sopportare le privazioni di giorni e giorni di traversata. Moderne vittime di un sistema antico.

REUTERS/Finbarr O'Reilly (SENEGAL)

Tre rotte

E' possibile indicare tre rotte che, sin dall'Alto Medioevo, i mercanti di uomini seguono per attraversare il deserto: occidentale, centrale e orientale. La prima parte dalle regioni dell'attuale Françafrique de l'Ouest (Niger, Costa d'Avorio, Senegal, Mali, Togo, Burkina Faso, Benin) e, snodandosi per Timbuctu e Ghadames giunge fino al Mediterraneo. Al centro non una, ma due vie secondo lo storico Martin Gordon (Slavery in the Arab Word, 1989):

più a est era localizzata la rotta Tripoli-Fezzan-Kewar che terminava nel Bornu (Impero di Kanem-Bornu, Lago Ciad, nda); l'altra era la Cireanica, Cufra, Wadai”.

Poi, ancora più a oriente, quella che dal Corno d'Africa si divide tra Oceano Indiano e Mar Mediterraneo.

Vie antiche, ma ancora molto battute: stando alla Relazione  2015 del Sistema di Informazione per la  Sicurezza della Repubblica Italiana, il 90% dei migranti giunti sulle coste italiane provengono dalla Libia; tra le prime 10 nazionalità arrivate nel 2015 in Italia, 8 sono africane.

Religione e profitto

“Perché mai non combattere per la causa di Allah e dei più deboli tra gli uomini, le donne e i bambini che dicono: Signore, facci uscire da questa città di gente iniqua; cocnedici da parte Tua un patrono, concedici da parte tua un alleato ?”  recita il verso 4:75 del Corano. Ma fede e affari, come noto, sono agli antipodi e, sin dall'espansionismo del VII e VIII Secolo d.C., gli arabi rivolgono la loro attenzione ai non musulami, cristiani delle aree rivierasche del Mediterraneo e africani catturati o acquistati dai potentati del Continente nero. La guerra, santa, contro gli infedeli è, dunque, lo strumento adatto per giustificare le catture, aggirare le interpretazioni coraniche e, chiaramente, per aumentare il volume del buisness (cfr. To the shores of Tripoli: gli Stati Uniti d'America e i corsari barbareschi).

Zanzibar

Fra le più importanti basi schiaviste islamiche c'è Zanzibar, oggi parte della Repubblica Unita della Tanzania, ma duecento anni fa centro nevralgico delle attività commerciali di figure come Tippu Tip, ricchissimo proprietario terriero e schiavista swahili, profondo conoscitore del  territorio congolese del quale fu anche governatore, nel territorio delle Cascate Stanley. E proprio l'esploratore britannico Henry Morton Stanley, nel 1876, attraversa i territori del Lago Vittoria, accompagnato da Tippu Tip. In Congo (Feltrinelli, 2014) David van Reybrouck scrive che l'incontro fra l'europeo e il negriero sia di reciproco vantaggio: il secondo avrebbe garantito protezione al primo, in cambio dell'opportunità di scoprire (e razziare) nuove zone dell'Africa nera.

900

Marx sostiene che la vicenda della tratta araba sia stata usata dagli europei per giustificare la Tratta Atlantica. Un'interpretazione interessante, ma che non tiene conto degli sviluppi (Marx muore nel 1883) del Novecento, nel corso del quale alcuni paesi islamici non sono stati in grado di liberarsi di un fenomeno che sopravvive fino ai giorni nostri.  Ne è emblematico esempio la Mauritania, “il paese del mondo con più alto numero di schiavi” come ricorda Kevin Bales nel suo I nuovi schiavi. La merce umana nell'economia globale. Abolita dai colonizzatori francesi, re-introdotta e di nuovo abolita nel 2007 dal governo maliano, nelle aree rurali del Mali la schiavitù è ancora diffusa. Forme più attuali di schiavismo (sfruttamento del lavoro nero e dell'immigrazione clandestina) si registrano nelle monarchie del Golfo Persico e sono immortalate dalle espressioni sconvolte dei disperati che quasi quotidianamente sbarcano sulle coste italiane, merce umana di un traffico che, ininterrottamente, collega l'Africa all'Europa da oltre mille anni.

@marco_petrelli

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