I jihadisti impongono la chiusura dei campi da calcio in tre distretti della capitale della Somalia. Torna nel mirino una passione nazionale, già oggetto di devastanti attentati, che i terroristi in passato hanno tentato di sostituire con una forma di calcio halal

Un murale raffigurante un giocatore di calcio sul muro di uno stadio nel distretto di Hodan di Mogadiscio, Somalia, 13 giugno 2017. REUTERS / Feisal Omar
Un murale raffigurante un giocatore di calcio sul muro di uno stadio nel distretto di Hodan di Mogadiscio, Somalia, 13 giugno 2017. REUTERS / Feisal Omar

Il gruppo estremista somalo al-Shabaab ha ordinato la chiusura di tutti i campi da calcio di proprietà privata in tre distretti della capitale Mogadiscio. Gli impianti soggetti al divieto di disputare partite sarebbero più di venti, tutti ubicati nei distretti di Karaan, Yaqshid e Heliwaa. La richiesta è stata formulata durante un incontro tra i gestori delle strutture sportive e i leader di al-Shabab a Tora Torow, nella regione del Basso Scebeli.


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Né il governo né gli amministratori locali hanno confermato il blocco degli impianti calcistici, ma fonti interne riportano che al momento negli stadi dei tre distretti non si disputano partite di calcio. Gli estremisti somali, che stanno tentando di imporre un califfato islamico in Somalia, rifiutano qualsiasi forma d’influenza occidentale, compreso lo sport e altri tipi d’intrattenimento.

Del resto, quando tra il 2010 e il 2011 avevano acquisito il controllo di buona parte della Somalia centrale e meridionale, gli shabaab bandirono il football dalla spiaggia di Mogadiscio e requisirono lo stadio, trasformandolo in una base operativa.

Tuttavia, per conquistare il supporto dei residenti nelle aree sotto il suo controllo, in ​​passato il gruppo islamista ha organizzato numerosi incontri di calcio. E fu costretto a trovare un compromesso indirizzando le competizioni su una forma di calcio halal, nella quale è consentito indossare solo tute sotto al ginocchio e maglie che coprono i gomiti. Mentre il fischio finale viene fissato quindici minuti prima dell’inizio della preghiera, senza curarsi di quanto tempo manchi allo scadere dei novanta minuti.

Le divise di gioco dei club occidentali sono invece permesse e le più gettonate sono quella dell’Arsenal e del Manchester United. Naturalmente alle donne non è consentito assistere alle partite.

Purtroppo, il bando inflitto agli stadi di calcio di Mogadiscio è solo una delle più tenui dimostrazioni dell’avversione di al-Shabaab contro questo sport di massa. I militanti somali hanno punito più di una volta la passione per il football con efferati attacchi contro i civili, come avvenuto durante i mondiali in Sudafrica e in Brasile.

L’11 luglio 2010, il giorno della finale del campionato mondiale di calcio in Sudafrica, al-Shabaab sferrò due attacchi suicidi nella capitale dell’Uganda, Kampala, dove in totale furono uccise 74 persone e 71 rimasero ferite. Il primo attentato fu effettuato in un ristorante etiope, situato nel quartiere di Kabalagala, dove morirono quindici persone, la maggior parte delle quali erano stranieri.

Un’ora dopo, due esplosioni in rapida successione, avvenute a pochi minuti dal termine della finale tra Spagna e Olanda, colpirono la folla accorsa al Kyadondo Rugby Club di Nakawa, dove era stato allestito un maxi schermo per vedere la partita. Nelle due detonazioni morirono 49 persone e 64 rimasero ferite.

Quattro anni più tardi, tra il 16 e 17 giugno 2014, mentre erano in corso i mondiali in Brasile, cinquanta miliziani di al-Shabaab lanciarono due diversi attacchi nella cittadina di Mpeketoni, nell’entroterra dell’isola di Lamu, situata nella zona costiera del Kenya. Nel duplice attentato persero la vita più di sessanta persone, colpite per strada, negli alberghi o nei locali, dove in molti si erano recati per assistere all’incontro tra Brasile e Messico.

Ma in Africa non è solo al-Shabaab a nutrire risentimento verso il calcio. Il giorno dopo la carneficina di Mpeketoni, il gruppo estremista nigeriano Boko Haram lanciò un sanguinoso attacco contro spettatori inermi, che stavano assistendo al match tra Camerun e Croazia, in una sala di Damaturu, nello Stato di Yobe, nel nord-est della Nigeria. L’azione provocò 21 morti e per ragioni di sicurezza indusse le autorità dei confinanti Stati di Adamawa e Plateau a chiudere tutti i maxischermi che stavano trasmettendo la partita.

Allo stesso modo di al-Shabaab, gli estremisti nigeriani definiscono il calcio, che è lo sport nazionale del loro Paese, una “perversione occidentale”. Per questo, come monito, pochi giorni prima dell’inizio del mondiale in Brasile, attaccarono uno stadio uccidendo quaranta persone, per poi vietare gli assembramenti davanti ai televisori, per assistere alle partite delle Aquile, la squadra nazionale della Nigeria impegnata nella massima competizione calcistica.

Secondo lo studioso di origine algerine Mahfoud Amara, gli sviluppi novecenteschi dello sport l’hanno associato al capitalismo e all’Occidente in modo tale da suscitare l’irritazione di una certa parte del mondo islamico: «Da un lato le società musulmane hanno accettato l’evoluzione dello sport come strumento di modernizzazione ma dall’altro molti movimenti islamisti vi hanno visto il simbolo del secolarismo e della deviazione dalla retta via della Umma».

Per questo l’islam più rigoroso, come quello wahabita e salafita, attacca attività sportive, emana fatwa e scrive libri che denunciano il fastidio verso promiscuità tra uomini e donne sui campi di gioco e tra le folle di spettatori. E mostra avversità per quelle divise da gioco, in taluni sport, che mostrano nudità considerate improprie

Riguardo all’argomento, Roberto Tottoli, docente di Islamistica e direttore del dipartimento Asia, Africa e Mediterraneo all’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, faceva notare  che «certe visioni, si richiamano direttamente alla condanna di Maometto verso certi giochi del suo tempo, ma quelli erano spesso giochi d’azzardo dal giustamente incerto valore etico e morale».

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