Nelson Mandela e la moglie Winnie con il pugno chiuso mentre cantano l'inno dell'African National Congress. 8 giugno 1990. REUTERS / Mike Marucci
Nelson Mandela e la moglie Winnie con il pugno chiuso mentre cantano l'inno dell'African National Congress. 8 giugno 1990. REUTERS / Mike Marucci

«Un simbolo distintivo della lotta contro l’apartheid, la cui coraggiosa sfida è stata di grande ispirazione per me e per generazioni di attivisti», così l’ex arcivescovo sudafricano e premio Nobel per la pace, Desmond Tutu, ha ricordato la figura di Nomzamo Winnie Madikizela Mandela, deceduta ieri all’ospedale Netcare Milpark di Johannesburg, all’età di 81 anni.


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L'ex moglie di Nelson Mandela era nata il 26 settembre del 1936, nella regione ribelle del Pondoland, nella provincia del Capo Orientale, aveva nobili origini e apparteneva alla tribù Pondo. il suo primo nome Nomzano, che in lingua xhosa significa “colei che deve affrontare nuove prove”, nel corso della sua vita si tradusse in realtà. Basti pensare che rinunciò a una borsa di studio negli Usa per diventare la prima assistente sociale di colore nel Sudafrica dell’apartheid.

Lei stessa soleva ripetere di non essere «un prodotto di Mandela» ma nel 1964, dopo la condanna del marito, fu bandita e le venne impedito di lavorare, muoversi liberamente o essere citata dai media. Nei 17 mesi di prigionia, cominciati nel 1969, 13 dei quali trascorsi in confino solitario, dove fu torturata, le fu vietato anche di fare da madre alle due figlie Zenani e Zindziswa. Poi, nel 1976, un altro processo e l’obbligo di dimora in una città di soli bianchi, dove visse ignorando le dure regole dell’apartheid e dove c’era la fila di giornalisti e diplomatici per parlare con lei.

Tuttavia, “la madre della nazione”, come la chiamavano molti sudafricani, è stata una figura controversa, amata ma anche odiata dal suo popolo, soprattutto per le accuse di violenze relative agli ultimi anni dell’apartheid, quando non esitò a ricorrere a ripetuti abusi nella lotta contro i bianchi e i traditori, compresa la tortura e l’omicidio. Arrivando a giustificare la pratica del necklacing - consistente nel bruciare vive le persone avvolgendole con pneumatici imbevuti di benzina -, nel corso di un discorso pubblico, tenuto il 13 aprile 1986 a Munsieville, nel quale affermò: «Con le nostre scatole di fiammiferi e le nostre collane libereremo questo Paese».

La sua immagine risultò fortemente compromessa dopo le accuse mossale dalla sua guardia del corpo, Jerry Musivuzi Richardson, riguardo rapimenti e uccisioni, come nel caso del quattordicenne James “Stompie” Seipei sospettato di essere una spia del regime bianco.

Per il sequestro e l’assassino del giovane attivista del Fronte democratico unito, l’organizzazione cappello che rappresentava il movimento di liberazione dei neri sudafricani, nel 1991 Winnie fu condannata a sei anni di prigione ma ha sempre respinto le accuse e in appello la condanna fu ridotta a due anni di reclusione con il beneficio della sospensione condizionale, oltre al pagamento di una multa. Tuttavia, alla fine del processo venne espulsa dal Fronte democratico unito e un anno dopo si separò legalmente da Nelson Mandela.

Il riscatto sembrò giungere nel 1994, quando Nelson Mandela fu eletto presidente e lei divenne la prima first lady del Sudafrica post-apartheid. Ma nel 1995 un’altra tegola si abbatté sulla sua reputazione a causa dall’estromissione dal suo incarico di viceministro delle Arti e della Cultura, dopo una serie di scandali pubblici e accuse di abuso di ufficio. L’anno dopo divorziò ufficialmente da Mandela, che l’accusò di aver avuto una relazione extraconiugale con un suo collega.

Negli anni seguenti continuò comunque a ricoprire incarichi importanti nell’African National Congress, nel quale assunse la guida della sezione femminile. Su di lei, però, piovvero ancora critiche dovute al suo assenteismo in Parlamento e al suo elevato tenore di vita.

Nel 2003, l’ex first lady fu giudicata colpevole di frode e sottrazione indebita di un milione di rand (circa 80mila euro), relativi a una tentata truffa ai danni di una banca sudafricana. Fu condannata dalla Corte regionale di Pretoria a cinque anni di carcere duro ma anche questa volta ottenne la sospensione condizionale della pena.

L’ex moglie di Mandela rimase comunque popolare soprattutto tra i giovani e la base dell’Anc. Se la sua reputazione era gravemente compromessa, la sua popolarità nella maggioranza sudafricana rimase ampia e profonda, tanto che nelle elezioni del 2009 conquistò di nuovo un seggio in Parlamento, riabilitando così la sua carriera politica. Nel 2016, venne insignita dall’allora presidente Jacob Zuma con una delle più importanti onorificenze del paese, l’Ordine dei Luthuli.

Con l’ex marito mantenne fino alla fine un rapporto di amicizia e nel 2013 rimase al suo fianco durante la lunga degenza ospedaliera, prima della morte. Nelson Mandela però non la incluse nell’eredità e Winnie si infilò in dispute testamentarie sostenendo che il loro matrimonio tribale, a differenza di quello civile, non era mai stato sciolto. Ma la causa intentata nel 2014 contro l’ultima moglie di Mandela, Graça Machel, e gli altri legittimi eredi si concluse con un nulla di fatto.

Winnie Madikizela-Mandela rimane una figura controversa ed enigmatica nella storia del Sudafrica. Si è ipotizzato che, come tanti sudafricani traumatizzati dalla brutalità della vita sotto il regime segregazionista, possa aver a lungo sofferto del disturbo post traumatico da stress, che potrebbe aver influenzato le sue azioni. Tuttavia, nonostante il suo comportamento spesso definito moralmente ambiguo, il suo impegno nella lotta contro l’apartheid e nella difesa degli oppressi non sono mai stato messi in dubbio.

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