Si riaccende il conflitto dimenticato del Darfur

Con lo scorrere del tempo, l’attenzione sul conflitto in Darfur è andata via via diminuendo, tanto da poter indurre a credere che la crisi nella regione sud-occidentale del Sudan sia stata risolta. Niente di più non corrispondente alla realtà dei fatti ancora intrisa di violenze e di sangue.

Villages in Darfur, overwhelmingly those of African tribal groups, are again being destroyed by the thousands. Photo credits Brian Steidle
Villages in Darfur, overwhelmingly those of African tribal groups, are again being destroyed by the thousands. Photo credits Brian Steidle

Questo perché il conflitto, scoppiato nel febbraio 2003 e costato la vita a 300mila persone, è stato praticamente oscurato da nuove crisi nella regione, come quella in corso in Sud Sudan oppure nel Kordofan meridionale, uno dei quindici wilayat sudanesi.

Così, mentre si accendevano nuovi focolai di conflitto nel Paese africano, gli scontri in Darfur non si sono mai del tutto sedati, nonostante la firma dei due principali e parziali accordi di pace: quello di Abuja, firmato nel maggio del 2006, e quello di Doha, sottoscritto nel luglio del 2011.

In più, nel corso di tutti questi anni, il governo suda­nese è riuscito a creare una cortina quasi impenetrabile ostacolando l’accesso in Darfur a tutte le organizzazioni umanitarie, con il preciso intento di nascondere al mondo la vera situazione nella regione.

Un approccio dettato dal grande rilievo mediatico che il conflitto aveva acquisito in passato grazie all’informa­zione indipendente e alla mobilitazione internazionale, che avevano contribuito in maniera determinante a portare il caso Darfur all’atten­zione della Corte penale internazionale (CPI).

La stessa Corte che, nel marzo 2009, aveva spiccato un mandato di cattura contro il presidente sudanese Omar al-Bashir per crimini contro l’umanità, aprendo ufficialmente il suo primo procedimento nei confronti di un capo di Stato in carica. Tuttavia, lo scorso dicembre, il CPI ha sospeso l’inchiesta su al-Bashir.

Nel frattempo, la situazione nella regione è notevolmente peggiorata, tanto da indurre l’IRIN, l’agenzia specializzata in informazione ed analisi sulle crisi umanitarie, ad affermare che “il conflitto ha raggiunto livelli mai visti nell’ultima decade, con più di 150mila persone costrette a lasciare le proprie case solo dall’inizio di quest’anno”.

Di certo, la situazione si è complicata rispetto all’inizio delle ostilità, quando le parti in contrasto erano composte dall’opposizione armata degli agricoltori animisti e dai pastori arabi baggara, appoggiati dalle milizie janjaweed (letteralmente “demoni a cavallo”), supportate dal governo di Karthoum.

In seguito, insieme a queste due forze, sono scese in campo milizie paragovernative di diversa natura e fazioni tribali, ampliando le dinamiche del conflitto e vanificando qualsiasi sforzo per ristabilire la pace.

Una realtà che contrasta decisamente con quanto dichiarato nell’agosto 2009 dall’allora responsabile della missione di pace UNAMID, generale Martin Agwai, secondo cui nella regione la guerra vera e propria era da considerarsi terminata, ma si doveva parlare più di banditismo e problemi di sicurezza che del conflitto in piena regola.

A distanza di sei anni dalla dichiarazione del generale Agwai, le violenze ai danni della popolazione civile in Darfur non sono mai cessate e negli ultimi mesi il conflitto ha assunto una nuova dimensione caratterizzata dall’entrata in campo delle Forze di supporto rapido (RSF), milizie paragovernative al comando dei servizi di sicurezza del NISS.

Le RSF sono entrate in azione in modo deciso negli ultimi mesi dello scorso anno, con scorribande che hanno provocato la morte di civili inermi, compresi mol­ti bambini, violentando donne, razziando migliaia di capi di bestiame e saccheggiando mercati, secondo la tattica già messa a punto all’inizio del conflitto dai miliziani janjaweed.

Un’offensiva in piena regola volta a preparare l’intervento dell’esercito governativo, che tra la fine di dicembre e l'inizio di gennaio, ha ripreso il controllo del Jebel Marra occidentale, roccaforte fin dall’inizio del con­flitto del gruppo più influente dei ribelli darfuriani: il Movimento di libera­zione del Sudan, sotto il comando di Abdel Wahid al-Nur.

L’attacco ha provocato la fuga della popolazione civile, alimentando il numero dei profughi interni del Darfur (Darfur’s Internally Displaced People – IDP)  che, secondo un rapporto di Aristide Nononsi, il nuovo esperto indipendente dell’ONU per il monitoraggio delle violazioni dei diritti umani in Sudan, sono attualmente più di due milioni e mezzo (430mila nuovi IDP dall’inizio del 2014), un milione e mezzo dei quali sono bambini, costretti a vivere nella paura di attacchi da parte delle milizie governative e delle RSF.

L’estrema gravità della situazione in Darfur è riassunta nel rapporto 2014-2015 pubblicato da Italians for Darfur. Dal documento emerge che, a distanza di dodici anni dall’inizio del conflitto, la crisi nella regione registra nuovi picchi di violenze. Si calcola, inoltre, che in tutto il Sudan siano circa 4 milioni le persone che richiedono assistenza umanitaria e secondo gli ultimi dati, per la fine del 2015 i nuovi IDP saranno oltre mezzo milione.

Purtroppo, la situazione nella regione è peggiorata nel silenzio generale e come sempre a pagarne le decime sono prevalentemente i civili. E di fronte a simili tragedie umanitarie, repressioni e violazioni continue di diritti umani, appare realmente sterile il dibattito strumentale contro le politiche di accoglienza in Italia e in Europa.

@afrofocus

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

GUALA
GUALA