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La minaccia della pirateria torna sulle acque del Corno D’Africa

Un mese fa, al largo della costa settentrionale della Somalia, un gruppo di pirati ha sequestrato la petroliera Aris 13 con a bordo otto marinai dello Sri Lanka. La nave cisterna battente bandiera delle isole Comore e di proprietà della Armi Shipping (società di Panama che ha base anche negli Emirati Arabi Uniti) era diretta al porto di Bosaso, quando è stata abbordata da due dozzine di uomini armati, che meno di quarantotto ore dopo l’hanno abbandonata e rilasciato l’intero equipaggio, senza condizioni.

Una guardia marittima osserva una petroliera dopo il rilascio  Photo Credit Abdiqani Hassan/Reuters
Una guardia marittima osserva una petroliera dopo il rilascio Photo Credit Abdiqani Hassan/Reuters

Sebbene la vicenda abbia avuto un esito positivo, ha suscitato comunque clamore perché è stato il primo dirottamento di un’imbarcazione commerciale nella zona dal 2012. E tutto lasciava prevedere che non sarebbe rimasto un episodio isolato, ma il primo di una nuova serie di attacchi.

La conferma è arrivata puntuale nell’ultimo mese durante il quale sono state abbordate altre otto navi, la metà delle quali non è stata sequestrata, grazie all’intervento di pattuglie navali somale, indiane e cinesi, che hanno prontamente risposto alle richieste di aiuto inviate via radio dagli equipaggi.

Dopo cinque anni, è così tornata a materializzarsi la minaccia degli assalti dei pirati somali, che tra il 2005 e il 2011 aveva reso altamente insicura l’area del Golfo di Aden e delle coste somale dell’Oceano Indiano, dove nel solo 2011, al culmine del fenomeno, si registrarono 237 attacchi, 736 persone e 32 mercantili tenuti in ostaggio, oltre a danni per circa 8 miliardi di dollari.

Gli analisti ritengono che il ritorno della pirateria sia dovuto a una serie di fattori quali la siccità, la carestia, la corruzione, l’aumento di armi di contrabbando, l’influenza dello Stato Islamico e il drastico ridimensionamento delle pattuglie dei diversi programmi di controllo marittimo internazionale, molte delle quali sono state spostate nel Mediterraneo per far fronte alla crisi dei migranti. Senza contare, che negli ultimi cinque anni i pirati somali non sono scomparsi e solo pochissimi dei loro leader storici sono stati arrestati e condannati.

Un altro dei principali elementi che ha favorito la ripresa degli assalti dei bucanieri è riconducibile al fatto che le autorità locali hanno rilasciato le autorizzazioni per pescare nelle acque territoriali ai pescherecci stranieri, che praticano la pesca illegale su larga scala distruggendo l’ecosistema costiero della zona.

Di recente, quattro navi della Corea del Sud hanno ricevuto permessi di pesca in modo poco trasparente, con l’assenso di corrotti funzionari del governo somalo. Altri pescherecci hanno ottenuto i loro permessi direttamente dalle autorità del Puntland, in aperta violazione del diritto somalo, che prevede il rilascio di licenze di pesca commerciale solo da parte del governo federale di Mogadiscio.

Alla fine dello scorso anno, il governo di Garoe per dieci milioni di dollari ha venduto licenze di pesca alla Cina, contravvenendo alla legge somala. Inoltre, il Puntland avrebbe anche ceduto illegalmente permessi a sette pescherecci battenti bandiera di Gibuti.

Oltre a incidere pesantemente sulle riserve di pesce locale, questi pescherecci  danneggiano le reti e affondano molte piccole imbarcazioni dei pescatori del posto.  Nella maggior parte dei casi, i pirati somali erano proprio pescatori che avevano subito gravi perdite economiche causate da pescherecci stranieri e si erano dedicati alla brigantaggio marittimo per sopravvivere.

Di conseguenza, la ripresa della pirateria in Somalia era un fenomeno abbastanza prevedibile. Tuttavia, ha delle sostanziali differenze con quella del passato come la scarsa esperienza e la minore aggressività finora dimostrata dai nuovi pirati rispetto ai loro predecessori.

Lo confermano gli ultimi due abbordaggi: nel primo caso, i pirati si sono arresi e hanno liberato la nave per evitare perdite, mentre nel secondo, hanno direttamente scelto di ritirarsi prima dell’arrivo delle pattuglie di salvataggio.

I pirati dello scorso decennio avevano armi ed esplosivi, erano ben addestrati e pronti a tutto. Per questo, non si sarebbero fatti intimorire e piuttosto che liberare una nave catturata, l’avrebbero affondata senza alcuna esitazione.

Quelli nuovi hanno dimostrato di avere scarsa esperienza, ma non sono meno pericolosi dei vecchi perché imprevedibili e privi di una strategia. Le loro azioni sembrano nascere sull’onda dell’emotività e anche i mezzi usati e il timing degli attacchi sembrano totalmente improvvisati. Per le missioni internazionali ancora presenti nell’area, è quindi difficile riuscire a proteggere le navi dagli abbordaggi.

Nel breve termine, la soluzione alla rinascita di pirateria probabilmente assomiglia molto a quella che l’ha sgominata cinque anni fa. In primo luogo, consiste nel rafforzamento del pattugliamento navale insieme all’adozione di nuove misure preventive, da parte delle società di navigazione. Un’altra arma per prevenire gli attacchi è agire a terra, politicamente, per garantire alla popolazione locale più risorse ed entrate. Nel frattempo, però, i pirati somali sono tornati in attività.

@afrofocus

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