Somalia, Sudan e Gibuti interrompono i rapporti diplomatici con Tehran

La competizione per la supremazia regionale (e non solo) tra Iran ed Arabia Saudita, andata ad intensificarsi dopo la decisione del governo di Riyadh di eseguire la condanna a morte nei confronti del dignitario sciita Nimr Baqir al-Nimr (2 gennaio 2016), ha raggiunto una nuova fase con il coinvolgimento di diversi paesi africani.

A Somali man walks in front of the Iranian Red Crescent premises after the government ordered all Iran-related operations to leave within 72 hours in Mogadishu January 12, 2016. REUTERS/Feisal Omar


Se in principio era stato il ministro degli esteri sudanese Ibrahim Ghandour ad annunciare attraverso un comunicato il 4 gennaio la rottura delle relazioni diplomatiche con l’Iran, meno di un’ora dopo che lo stesso annuncio era stato fatto dal Bahrein, nel corso della scorsa settimana altri due paesi del Corno d’Africa sono saliti sul carro di battaglia saudita. Diventando, più o meno volontariamente, pedine all’interno di uno scacchiere geopolitico che ormai ha valicato i confini mediorientali.
Andando in ordine cronologico, la prima sorpresa è stata proprio la decisione del governo di Khartum, che nonostante i consolidati rapporti con l’Iran (testimoniata dall’ufficiosa alleanza militare e d’intelligence negli anni novanta e nei primi anni del duemila), non ha esitato un attimo nel dare seguito ad un gesto forte come l’espulsione del rappresentante iraniano. L’inizio dell’allontanamento tra i due ex alleati risale al 2014, con la cacciata di un rappresentate diplomatico iraniano dal Sudan, accusato di promuovere l’Islam sciita nel paese, per poi proseguire nel 2015con l’adesione sudanese alla coalizione a guida saudita impegnata nell’intervento armato in Yemen contro i ribelli Houthi (ufficiosamente supportati dall’Iran) e definitivamente terminato con gli ultimi eventi testé riportati.
Dopo il Sudan è stato il turno di Gibuti. Il ministro degli esteri Mahamoud Ali Youssouf il 6 gennaio ha annunciato l’intenzione di rompere i rapporti diplomatici con l’Iran per solidarietà con l’Arabia Saudita. Nonostante le piccole dimensioni dell’ex colonia francese, la decisione del paese guidato da Ismaïl Omar Guelleh ha fatto molto più rumore di quella sudanese, dato l’interesse crescente di Gibuti nello scacchiere internazionale grazie alla sua posizione strategica. Lo stretto di Bab el-Mandeb di fatti rappresenta una delle vie di navigazioni più trafficate al mondo, e la possibilità di perderne il controllo è stata la scintilla che lo scorso anno ha innescato l’intervento armando saudita in Yemen, quando i ribelli Houthi minacciavano di far capitolare Aden e tutto il sud del paese. E’ qui che gli Stati Uniti hanno la più grande base militare permanente nel continente africano (Camp Lemonnier, per cui versa nelle casse nazionali gibotiane $63 miliardi), e la Cina sta stringendo i tempi per crearvi la prima base militare d’oltre male (da cui Gibuti si attende un rientro economico di circa $100 miliardi). Oltre alla forte componente sunnita presente a Gibuti, altro fattore che ha contribuito all’allineamento gibotiano sulle posizione dei reali sauditi è stato l’aspetto economico. L'Arabia Saudita è già una destinazione top esportazione di Gibuti, e i rapporti commerciali si potrebbero rafforzare ulteriormente. Inoltre Riyadh può mettere sul piatto importati finanziamenti (specialmente per la cooperazione in campo energetico) di cui al momento di certo l’Iran non sembra disporre, ancora imbrigliata nelle maglie delle sanzioni internazionali
A distanza di un giorno dalla presa di posizione di Gibuti, è stato il turno del governo di Mogadiscio, che attraverso l’ufficio del primo ministro Omar Abdirashid Ali Sharmarke ha annunciato l’intenzione di richiamare il proprio corpo diplomatico a Teheran, accusando il paese sciita di voler interferire nei suoi affari interni e minare la sicurezza nazionale, senza mai fare accenno alla guerra diplomatica tra A distanza di un giorno dalla presa di posizione di Gibuti, è stato il turno del governo di Mogadiscio, che attraverso l’ufficio del primo ministro Omar Abdirashid Ali Sharmarke ha annunciato l’intenzione di richiamare il proprio corpo diplomatico a Teheran, accusando il paese sciita di voler interferire nei suoi affari interni e minare la sicurezza nazionale, senza mai fare accenno alla guerra diplomatica tra le due potenze musulmane. Nella realtà dei fatti, oltre ad una lunga storia di relazioni bilaterali a tutti i livelli, i due paesi condividono una forte tradizione sunnita, senza dimenticare la folta comunità somala presente in Arabia Saudita.
Nonostante il peso specifico in politica estera di due dei tre stati africani citati sia inconsistente, più impegnati a non far disgregare la propria entità statuale piuttosto che a mettere in atto precisi piani di geopolitica mondiale, l’importanza delle iniziative intraprese unilateralmente non è da sottovalutare. L’Arabia Saudita ha dimostrato come la sua sfera di influenza non si limiti solamente al medio oriente, ma abbia profonde radici anche in nel continente africano.

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