Il presidente della Nigeria Muhammadu Buhari e il presidente degli Stati Uniti Donald Tump durante una conferenza stampa congiunta alla Casa Bianca. REUTERS/Carlos Barria
Il presidente della Nigeria Muhammadu Buhari e il presidente degli Stati Uniti Donald Tump durante una conferenza stampa congiunta alla Casa Bianca. REUTERS/Carlos Barria

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha finalmente infranto un tabù, ricevendo per la prima volta un capo di Stato africano alla Casa Bianca. Il leader in questione è il presidente della Nigeria, Muhammadu Buhari, che lunedì scorso ha avuto la possibilità di varcare la porta dello Studio Ovale, finora mai concessa a nessun altro presidente di una nazione africana.


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Un punto a favore per Trump, che da quando è entrato in carica ha avuto scarsa attenzione per l’Africa e le rare occasioni in cui ha dimostrato interesse sono state segnate da gaffe. Tra tutte la frase pronunciata lo scorso gennaio in un incontro nello Studio Ovale con alcuni membri del Congresso, nel corso del quale parlando di Haiti, El Salvador e alcune nazioni africane, il presidente Usa ha affermato di non voler più accogliere immigrati da questi “Paesi cesso”.

Da ricordare, anche l’affermazione dello scorso settembre, quando ad un pranzo con otto leader africani, a margine dell’assemblea generale dell’Onu, il tycoon ha inventato il nuovo Stato africano del “Nambia”, una sorta di incrocio con Zambia o Gambia.

Ovviamente, entrambe le dichiarazioni sono state corrette e rivedute dal suo ufficio stampa, lo stesso che a metà aprile ha annunciato in pompa magna la visita del presidente della Nigeria alla Casa Bianca.

Una visita in cui i due presidenti hanno incentrato la discussione sulle misure volte a rafforzare il partenariato strategico tra i loro Paesi e si sono poi focalizzati sulle priorità condivise, come la promozione della crescita economica, la lotta al terrorismo e alle altre minacce alla pace e alla sicurezza.

Tra queste ultime, Trump ha affrontato con decisione il problema dei cristiani uccisi in Nigeria, sul quale ha affermato che «è necessario lavorare perché non possiamo consentire che accada di nuovo». Il presidente Usa sullo sfondo dei colloqui ha parlato di continui attacchi compiuti dai mandriani islamici fulani, un’etnia nomade africana dedita alla pastorizia e al commercio, che agiscono in prevalenza negli Stati di Benue, Nasarawa, Taraba e Plateau.

La particolare attenzione manifestata dal capo della Casa Bianca per gli eccidi di fedeli alla Chiesa cattolica in Nigeria è ampiamente giustificata dagli oltre 3.850 cristiani assassinati negli ultimi tre anni dai jihadisti di Boko Haram e dai pastori fulani. Mentre l’ultimo attacco risale allo scorso 24 aprile, quando nella chiesa di Sant’Ignazio, nel villaggio di Ayar-Mbalom, nel distretto di Gwer Est (stato di Benue), alcuni fulani hanno fatto irruzione durante la messa uccidendo 19 fedeli, fra cui due sacerdoti che celebravano la funzione. Poi, hanno saccheggiato il villaggio e dato alle fiamme una cinquantina di case.

Nel corso del meeting bilaterale, il presidente degli Stati Uniti ha chiesto al suo omologo Buhari anche ragguagli sul dramma delle giovani che vengono rapite dagli insorti di Boko Haram. Rispondendo a Trump, Buhari ha ammesso che la sicurezza rappresenta un grosso problema in Nigeria, ma ha affermato che «il suo governo non ha rinunciato a liberare le studentesse di Chibok ancora nelle mani dei jihadisti». E a riguardo, ha ricostruito nel dettaglio gli sforzi della sua amministrazione per a riportarle a casa.

Ha quindi raccontato a Trump come è riuscito a ottenere il rilascio delle ragazze rapite lo scorso febbraio a Dapchi, nello stato di Yobe, ricordando che delle 106 ragazze sequestrate, cento sono tornate alle loro famiglie, mentre quattro sono decedute e solo una è ancora prigioniera di Boko Haram.

Tuttavia, il presidente nigeriano ha commesso un errore numerico nel riferire a Trump del sequestro. Infatti, quando i miliziani della fazione di Boko Haram fedele allo Stato Islamico fecero irruzione nella scuola secondaria statale di avviamento professionale femminile del polveroso villaggio nigeriano, rapirono 111 studentesse e uno studente. Quindi 112 in totale e non 106 come riferito da Buhari.

Centosei è invece il numero effettivo delle ragazze, compreso lo studente, che sono state rilasciate un mese dopo, ma cinque sono state dichiarate morte e non quattro, mentre una, Leah Sharibu, non è stata rilasciata perché si è rifiutata di rinunciare alla fede cristiana e convertirsi all’islam.

Anche se il presidente ha fatto confusione sul numero delle ragazze rapite, è la prima volta che ammette che quattro (invece di cinque) sono decedute, mentre il governo federale, che finora ha sempre precisato di non aver pagato nessun riscatto a Boko Haram, non aveva mai rilasciato nessun comunicato ufficiale riguardo la morte delle giovani.

Trump ha comunque assicurato a Buhari che per contrastare l’insorgenza dei terroristi islamici entro il 2020 gli Stati Uniti consegneranno alla Nigeria dodici velivoli d’attacco Tucano A-29.

Forse però dovrebbe affrettare i tempi, perché le violenze degli estremisti nigeriani non cessano. Lo dimostra il duplice attacco sucida sferrato ieri nella moschea e nel mercato di Mubi, nello stato di Adamawa nel nord-est della Nigeria, dove più di ottanta persone hanno perso la vita. Un’ulteriore riprova che per porre fine alla minaccia jihadista in Nigeria non basta la propaganda governativa.

@afrofocus

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