Le violenze che nelle ultime settimane stanno attraversando il Burundi potrebbero essere il preludio del ripetersi del peggior misfatto della storia africana recente. Parliamo del genocidio nel vicino Ruanda, che, nel 1994, provocò nell’arco di tre mesi lo sterminio di 800mila tra tutsi e hutu moderati.

Demonstrators protest the president’s bid to stand for a third term. Photograph: Landry Nshimiye/AFP/Getty Images


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Tutto è cominciato lo scorso aprile, in seguito alla decisione del presidente uscente Pierre Nkurunziza di ricandidarsi per un terzo mandato, nonostante la Costituzione del Burundi preveda un massimo di due incarichi presidenziali.

Per giustificare le sue intenzioni, il capo di Stato ha sostenuto, con l’avvallo della Corte Costituzionale, che il suo primo mandato era scaturito da una nomina parlamentare e non da una elezione popolare, quindi non rientrava nei limiti previsti.

Il colpo di mano ha suscitato le proteste di un’ampia parte della popolazione, che ha iniziato a manifestare per le strade della capitale Bujumbura e in altre città del Paese.

Dopo la rielezione di Nkurunziza, nel luglio scorso, la situazione è gradualmente degenerata fino ad arrivare alle violenze che nelle ultime settimane hanno provocato la morte di oltre 240 persone e la fuga di altre 280mila in Tanzania, Ruanda, Repubblica democratica del Congo, Uganda e Zambia.

Una deriva delle proteste talmente drammatica da indurre lo stesso presidente a lanciare un ultimatum ai suoi oppositori in cambio di un’amnistia.

Nel frattempo, la repressione si è fatta sempre più brutale, come dimostrano le notizie che giungono dal Paese africano, riguardo arresti arbitrari, sparizioni, esecuzioni extragiudiziarie e l’uccisione di due autorevoli membri del regime.

Nei giorni scorsi, nelle strade sono stati ritrovati cadaveri di oppositori, o anche dei loro consanguinei, come è avvenuto con WellyFleuryNzitonda, uno dei figli del noto attivista per i diritti umani burundese Pierre Claver Mbonimpa.

Il giovane Nzitonda è stato ritrovato morto lo scorso 7 novembre nel quartiere di Mutakura, dopo essere stato arrestato il giorno prima, mentre tentava di recuperare i suoi effetti personali. Lo stesso Mbonimpa era sfuggito a un tentativo di omicidio ad agosto e suo genero Pascal Nshimirimana era stato ucciso da ignoti lo scorso 9 ottobre.

Appare evidente, che nel tentativo di soffocare un movimento che potrebbe trasformarsi in ribellione armata il regime abbia deciso di alzare i toni, fino ad arrivare alla minaccia di un massacro collettivo, come è possibile rilevare dal monito lanciato dal ministro della Pubblica sicurezza, Alain-Guillaume Bunyoni, che ha ricordato ai tutsi la loro condizione minoritaria aggiungendo che, se le forze dell’ordine falliranno, ci saranno comunque nove milioni di cittadini a cui basta dire: “fate qualcosa”.

Ancora più inquietante, quanto dichiarato durante il discorso ai sindaci, lo scorso primo novembre, dal presidente del Senato Révérien Ndikuriyo. La seconda carica dello Stato africano ha pronunciato alcune parole in lingua kirundi, come l’invito a “kora” (lavorare) e “akazi” (lavoro), che durante il genocidio ruandese del 1994 furono usate per incitare al massacro di massa nei confronti dei tutsi.

In questo clima rovente, il regime soffia sul fuoco utilizzando una retorica criminale, con il rischio concreto di scatenare una caccia all’uomo, che potrebbe sfociare in una pulizia etnica, come denunciato, lo scorso 4 novembre, dal sito di Libération, che in un articolo spiegava perché nel Paese africano si starebbero creando le premesse per un nuovo genocidio.

La situazione di instabilità del Burundi preoccupa anche la comunità internazionale, che, lo scorso 12 novembre, ha dato un primo chiaro segnale attraverso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Il massimo organo dell’ONU ha infatti adottato la Risoluzione 2248 nella quale decide di continuare a occuparsi attivamente della questione e invita il governo burundese a respingere la violenza; a rispettare, proteggere e garantire tutti i diritti umani e le libertà fondamentali; a garantire lo Stato di diritto e a cooperare pienamente con l'Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani.

C’è comunque da sottolineare che l’arroccamento al potere delle vecchie élite è un copione che in questi mesi si sta riproponendo in diversi Paesi africani.

Come già avvenuto in Burundi, anche nella Repubblica democratica del Congo, l’attuale presidente Joseph Kabila, al potere dal 2001, sta tentando di aggirare il divieto di candidarsi per la terza volta alle prossime elezioni del novembre 2016.

Mentre, in Congo Brazzaville, il 25 ottobre, attraverso un controverso referendum è stato adottato il progetto di una nuova Costituzione che permette al presidente Denis Sassu Nguesso, al potere da quasi vent’anni, di ricandidarsi nel 2016 per la terza volta.  Lo stesso è accaduto quattro giorni dopo in Ruanda, dove il Parlamento ha approvato un progetto di riforma costituzionale che permette all’attuale presidente Kagame di ricandidarsi per un terzo mandato e poi fino al 2034.

Una sete di potere che in Burundi potrebbe provocare il ripetersi di tragici eventi, che in tempi recenti hanno drammaticamente segnato la regione dei Grandi Laghi.

@afrofocus

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