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A cosa si deve il successo ventennale di Orbán?


Il premier ungherese abbina lucido pragmatismo all’utilizzo spregiudicato di posizionamenti ideologici, senza spingersi troppo oltre. Per esempio, non rischierebbe mai i fondi Ue, grazie ai quali cementa il suo potere

Riccardo Pennisi Riccardo Pennisi
Analista di affari internazionali, geografia politica e tendenze globali. Da sempre si occupa del rapporto tra persone, territorio e arena pubblica.

Il premier ungherese abbina lucido pragmatismo all’utilizzo spregiudicato di posizionamenti ideologici, senza spingersi troppo oltre. Per esempio, non rischierebbe mai i fondi Ue, grazie ai quali cementa il suo potere

Venti anni di potere: tanti saranno alla scadenza del quarto mandato consecutivo appena ottenuto. Più di Angela Merkel, più di Xi Jinping. Un Paese ai suoi piedi, che gli consegna grandi maggioranze parlamentari, e che in cambio viene trasformato a sua immagine e somiglianza. “Il nostro trionfo è così grosso che si vede anche dalla Luna, quindi si vedrà bene anche da Bruxelles”, si beava Viktor Orbán alla fine dello spoglio, mentre scorreva le congratulazioni dei dirigenti nazional-populisti, dentro e fuori l’Europa. Cosa spiega il successo del premier ungherese, ormai punta di diamante di quell’internazionale sovranista aggregatasi negli ultimi anni, benché a capo di un Paese di neanche dieci milioni di abitanti? La sua abilità principale è nell’intrecciare un’instancabile politica di opposizione alle istituzioni europee e al liberalismo occidentale, con un’implacabile e pragmatica conquista e gestione del potere in Ungheria: dosando sapientemente l’una e l’altra, si è costruito una posizione blindata dalla quale appare impossibile scalzarlo.

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