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Ostaggi Isis: come il finale tragico favorirà l’agenda politica del governo Abe

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Alla fine è successo quello che in molti – o almeno il sottoscritto – temevano: dopo Haruna Yukawa, anche Kenji Gotō, il giornalista freelance giapponese sequestrato da uomini dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL) a ottobre 2014, è stato ucciso. Intorno alle 23 ora italiana di sabato – le 6 del mattino di domenica ora giapponese – il gruppo di militanti islamisti ha diffuso un video eloquente.

Tokyo, Japan A pedestrian walks past television screens displaying a news program about Japanese journalist Kenji Goto, who was held hostage by Islamic State militants, on a street in Tokyo February 1, 2015. Islamic State militants said they had beheaded a second Japanese hostage, journalist Kenji Goto, prompting Abe to vow to step up humanitarian aid to the group's opponents in the Middle East and help bring his killers to justice. The words on the screen (top L) read,

Un uomo vestito di nero e a volto coperto si rivolge in inglese al governo giapponese e, dopo aver minacciato il governo Abe di possibili ripercussioni su tutti i cittadini giapponesi catturati in futuro dai militanti islamisti, avvicina un coltello vicino alla gola del freelance giapponese. Il finale è tristemente noto.

Tuttavia rimangono – sempre in chi scrive – dei dubbi sull’intera vicenda. In particolare per quello che riguarda modalità e tempistiche della pubblicazione dei video e i tentativi di mediazione.

I tempi
Come già scritto in precedenza su questo blog, l’autoproclamato Stato islamico ha diffuso online quattro video diretti al governo e al popolo giapponese tra il 20 e il 31 gennaio.

Il primo è arrivato mentre il primo ministro giapponese Shinzō Abe si trovava ancora Medio oriente. Il secondo e il terzo – più che video, dei fermo-immagine con una voce registrata che dettava nuove condizioni – dopo la scadenza di 72 ore fissata in prima battuta, a distanza di due giorni l’uno dall’altro, tra il 26 e il 28 gennaio. Quasi tre giorni più tardi, si arriva al macabro epilogo del 31 gennaio.

La missione diplomatica di Abe in Medio Oriente è di fondamentale importanza in quanto la prima dopo la vittoria elettorale che ha consegnato circa i due terzi della Camera bassa al partito liberaldemocratico, di cui Abe è al momento leader incontrastato.

Photo Credits: economist.com

 

Che c’entrano le elezioni? Un nesso pare esserci. E basta dare un’occhiata all’agenda del governo di Tokyo e del suo leader, sulla quale ritornerò più tardi.

Le modalità 

Il primo video con protagonisti l’uomo ormai conosciuto come Jihadi John aveva già suscitato diverse perplessità negli esperti della comunicazione dello Stato islamico: era infatti il primo messaggio in cui i militanti islamisti chiedevano apertamente un riscatto per il rilascio di due prigionieri, in questo caso il contractor militare Haruna Yukawa e il giornalista Kenji Gotō. 

I due erano finiti nelle mani degli uomini alcuni mesi prima: Yukawa ad agosto mentre Gotō a ottobre 2014. 

A distanza di pochi giorni, il 25 (il 24 in Italia), le richieste degli uomini dell’Isil cambiano: non più soldi, ma uno scambio di prigionieri in funzione del quale viene valutata l’ipotesi di una trattativa trilaterale Giappone-Giordania-Isis. Qualcuno ha provato a spiegare il cambio di richieste con una lotta interna alla leadership del gruppo responsabile del sequestro dei due cittadini giapponesi.

I dubbi qui, comunque, si fanno più fitti. Innanzitutto, a riascoltare il messaggio del 25 – e anche quello successivo del 27 – sorgono diversie perplessità sull’autenticità della voce, quasi robotica, della persona che afferma di essere Kenji Gotō. 

In secondo luogo l’assenza nell’ultimo filmato, quello del 31 gennaio, pochi giorni prima l’ultimo video che ritrae il rogo di Muath al-Kasaesbeh, il pilota giordano anch’egli nelle mani dell’Isil, di qualsiasi riferimento a una trattativa per in corso per uno scambio di prigionieri.

La trattativa

Da questo dettaglio del video dell’uccisione di Kenji Gotō, è possibile immaginare che la trattativa non sia mai stata portata avanti in modo deciso. 

Un po’ per rispetto alla linea americana di intransigenza con le richieste dei militanti; un po’ perché i prigionieri erano già stati dati per spacciati, o, come nel caso di Kasaesbeh, uccisi prima della diffusione dei video. 

Di certo le continue smentite del governo giapponese su eventuali esiti positivi della vicenda durante i giorni in cui le speranze di molti giapponesi di vedere ritornare sano e salvo il giornalista Kenji Gotō, hanno ridimensionato l’entità di una possibile trattativa con i terroristi, data, invece, come esistente dal governo di Amman. 

Peraltro, invece di agire per conto terzi, Tokyo avrebbe avuto la possibilità di avviare una trattativa esclusiva con gli uomini dello Stato islamico. O almeno così la pensa Kō Nakata, ex docente di diritto islamico all’Università Dōshisha di Kyoto, che durante una conferenza al Foreign Correspondents’ Club di Tokyo ha confermato di volersi mettere a disposizione del governo per avviare una trattativa con l’Isil. Nell’occasione, Nakata ha criticato il viaggio di Abe in Medio Oriente, frutto di una strategia “ingenua” e poco attenta alla situazione reale della regione.

Tuttavia, l’uomo, tramite il suo avvocato, ha confermato di essere stato contattato a settembre 2014 come “interprete” al processo contro Haruna Yukawa nei territori controllati dall’Isil in Siria. 

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Negli stessi giorni, Nakata sarebbe stato contattato dal Ministero degli Esteri e avvertito che il viaggio in Siria sarebbe stato a suo rischio e pericolo. L’accademico, uno dei leader della comunità islamica giapponese, viene però fermato qualche giorno più tardi e posto sotto inchiesta con il sospetto di star preparando un “conflitto privato contro uno Stato straniero” per aver aiutato uno studente che apparentemente voleva unirsi alla jihad.

Ignorando l’offerta di Nakata, dicono i critici, Abe avrebbe puntato più a salvare la “propria faccia” che vite umane.

La strumentalizzazione

Il giorno seguente la diffusione del video della morte di Gotō, Shinzō Abe ha sottolineato di fronte a una commissione per il bilancio della Camera alta del Parlamento la necessità di riformare le regole di ingaggio delle forze di autodifesa nazionale.

 “Al momento attuale in caso di emergenza all’estero, i nostri militari non possono intervenire per proteggere i nostri connazionali”, ha affermato Abe.

 

REUTERS

 

E il dibattito – dopo la nuova interpretazione dell’articolo pacifista della Carta postbellica giapponese a luglio 2014 – ritorna sulla necessità di riformare la costituzione. Per la quale, oltre a una larga maggioranza parlamentare, a cui ho fatto riferimento sopra, è necessario il supporto dell’opinione pubblica, espresso per via di un referendum.

La tragica conclusione della vicenda dei due ostaggi giapponesi, come già accennato in precedenza su questo blog, potrebbe essere  quindi l’occasione giusta.

Abe non ha mai nascosto di essere intenzionato a modificare la costituzione postbellica che permette a Tokyo di avere un esercito esclusivamente a scopo difensivo e all’interno dei confini nazionali. Già durante il suo primo mandato in carica tra 2006 e 2007 l’attuale primo ministro giapponese aveva richiamato alla necessità di riformare la costituzione per garantire al Giappone un “ruolo più attivo” nel panorama internazionale.

Stesse convinzioni espresse più di recente. In una conversazione datata agosto 2013 con l’autorevole rivista Foreign Policy – a pochi mesi dal suo ritorno al potere – Abe aveva poi ribadito l’intenzione del suo governo di avere piena fiducia nell’alleanza con gli Stati Uniti e di voler dimostrare a questi ultimi la volontà di “assumersi le proprie responsabilità” in base al Trattato di mutua cooperazione e sicurezza (meglio conosciuto in giapponese come anpo) firmato più di cinquant’anni fa .
“Poniamo che navi da guerra americane siano attaccate in mare aperto e che una nave da guerra… della marina del Giappone, alleato dell’America, stesse passando di lì. L’attuale disposizione non permetterebbe [alla nave giapponese] qualsiasi tipo di risposta. Questo è folle”.

Al centro dei pensieri del primo ministro giapponese c’era allora la crescente assertività della Cina sulla questione delle isole Senkaku/Diaoyu. Oggi l’emergenza numero uno è un’altra.

E i trova a centinaia di migliaia di chilometri dal Paese-arcipelago.

 

 

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