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Attentato a Lahore: lo Stato Islamico sfida il premier Nawaz Sharif

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Il Pakistan resta sotto shock dopo l’attentato avvenuto domenica al Gulshan-e-Iqbal Park di Lahore, costato la vita a 74 persone inclusi 29 bambini e 10 donne. Circa 300 i feriti. La dinamica della strage ripete un canovaccio ormai noto nella Terra dei Puri: l’immolazione in mezzo alla folla di un martire imbottito di esplosivo. Salahuddin Khorasani è il suo nome, sulla ventina, mentre il volto è stato diffuso attraverso i social dai responsabili dell’attentato, il Jama’at-ul-Ahrar (JuA), gruppo affiliato al Islamic State of Iraq and the Levant – Khorasan Province (l’ISIS in Af-Pak), derivante (il JuA) da una scissione del Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), i Taliban pachistani.

All’indomani dei fatti di Lahore, il portavoce del JuA Ehsanullah Ehsan ha definito il sacrificio di Khorasani come “un messaggio al Primo ministro pachistano (Nawaz Sharif) che siamo arrivati in Punjab”. Malgrado ad una prima analisi sul computo delle vittime (20 erano cristiane), si fosse pensato all’ennesimo attentato verso una minoranza religiosa, con il senno di poi, alla luce degli oltre 50 musulmani uccisi e delle dichiarazioni di Ehsan, la volontà degli attentatori è indebolire il governo a partire dalla città simbolo del Punjab. Una dichiarazione di guerra per qualcuno, lanciata da un gruppo legato all’ISIS che sta tentando di estendere la propria influenza nel paese. Per riuscirci parte da Lahore, la capitale culturale del Pakistan, al contempo la città più liberale, posta nel cuore della provincia più ricca, nonché bacino elettorale fondamentale per Sharif e la sua Pakistan Muslim League (N) al potere dal giugno 2013 dopo la vittoria sul Pakistan People’s Party orfano della carismatica Benazir Bhutto, uccisa nel 2007 in campagna elettorale, a seguito di un attentato a Rawalpindi, ancora in Punjab.
Immediata la reazione delle forze di sicurezza pachistane, incalzate dallo stesso Sharif che ha chiesto una “risposta immediata”. Per ora, nella rappresaglia alla strage di Pasqua sono stati uccisi 5 terroristi o presunti tali, e 600 persone tratte in arrestato per essere interrogate. La polizia del Punjab ha effettuato 164 operazioni sul territorio, il Counter Terrorism Department 33 operazioni, cui si sommano altre 149 operazioni da parte di agenzie interne. Questi numeri in realtà (6 mila fermi in 48 ore), non fanno che evidenziare la vulnerabilità del Pakistan all’onnipresente minaccia terroristica, al pari delle altre nazioni dell’Asia Centro Meridionale. Non a caso, secondo il Global Terrorism Index 2015 (GTI), il Pakistan è la quarta nazione al mondo maggiormente esposta alla minaccia, preceduta da Iraq, Afghanistan e Nigeria. Segue la Siria. Da soli, questi 5 paesi nel 2014 hanno registrato l’80% degli attentati terroristici globali. A preoccupare ulteriormente è la longevità e la ramificazione dei molteplici gruppi operanti in Af-Pak e India, le uniche nazioni ad essere entrate per 13 anni su 15 (14 anni l’India) nella top-ten dei paesi al mondo più minacciati dal terrorismo. Classifica stilata su dati oggettivi e inserita nel GTI. Tornando al Pakistan, ciò accade malgrado 12 anni di guerra contro il TTP, passata attraverso innumerevoli operazioni, racchiuse dal gennaio 2015 nel National Action Plan (ANP), ombrello sotto il quale si sviluppa una strategia precisa, volta (secondo Islamabad) a contrastare il terrorismo alla radice. A titolo di esempio, il NAP comprende la moratoria sulla pena di morte per reati legati al terrorismo, istituzione di una corte speciale, controllo dei media inneggianti al fondamentalismo, rafforzamento dell’anti-terrorismo, riforma delle madrase (scuole coraniche), e molto altro. Tuttavia ancora non basta. Anzi, l’azione del JuA sembra diretta proprio a minare i colloqui avviati tra governo e TTP, seguiti all’inasprimento dell’offensiva anti-Taliban nel tardo 2014. “Nawaz Sharif deve sapere che la guerra è alle porte, e dio volendo i mujahideen vinceranno questa guerra”, incalza il JuA pubblicando un post in urdu nella propria pagina facebook, assieme alla foto di Salahuddin Khorasani.
Sono trascorsi 59 anni dalla nascita del Pakistan, seguita al lungo processo di indipendenza culminato nell’agosto 1947 con la scissione dell’ormai estinto Raj Britannico in due parti, il Pakistan (incluso l’attuale Bangladesh) e l’India. All’indomani della Partizione, i padri fondatori rappresentati da Muhammad Ali Jinnah (il Quaid-e-Azam, ‘grande leader’ pachistano) sostennero la nascita di un paese aperto a tutti, indistintamente dal credo religioso o dallo schieramento politico. Jinnah stesso, musulmano sciita, nominò tra i membri del primo Consiglio dei ministri diversi hindu, sciiti e un ahmadi. Oggi le cose sono cambiate in modo radicale. Tutte le minoranze risultano di fatto emarginate dalla politica e all’interno della società stessa, alla stregua di fuoricasta. Per rendere l’idea, il primo marzo a Rawalpindi, centomila persone hanno preso parte ai funerali di Mumtaz Qadri, ex poliziotto condannato a morte per aver ucciso nel 2011 Salmaan Taseer, Governatore del Punjab colpevole di essersi espresso contro la legge sulla blasfemia e a favore di Asia Bibi. La deriva del Pakistan nell’attuale stato di profonda intolleranza verso le minoranze religiose, va ricercata nelle politiche condotte dai successori di Jinnah. A partire dal 1949, quando l’Assemblea Costituente espresse l’obbiettivo di creare uno stato islamico. Fu il primo tassello, pesantissimo, attorno al quale negli anni Ottanta il generale Muhammad Zia-ul-Haq resse il suo processo di islamizzazione del paese. Andato al potere dopo un colpo di stato militare ai danni di Zulficar Ali Bhutto, il generale Zia si trovò a vivere un periodo complesso, a partire dalla collaborazione con Stati Uniti e Arabia Saudita in supporto ai Mujaheddin contro l’occupazione sovietica in Afghanistan. Quindi l’avvio del conflitto sul ghiacciaio Siachen e in generale il deterioramento dei rapporti con l’India, a partire dalla contesa sul Kashmir, poi ancora le tensioni in Punjab dovute all’insurrezione sikh per il Khalistan, uno stato autonomo sikh a cavallo tra Pakistan e India. Il meccanismo innescato dal dittatore pachistano si è protratto sino ai nostri giorni, trasformando il paese in qualcosa di simile ad un incubatore per fondamentalismi. Un luogo in cui ignoranza, estremismo religioso, interessi, servizi segreti deviati e interferenze straniere si incontrano, partorendo mostri come il Jama’at-ul-Ahrar e i suoi martiri.
A conti fatti, oggi giorno l’orizzonte delle minoranze pachistane è composto per un 25% da sciiti, 1% ahmadi, poi vengono cristiani, sikh e hindu, tutti sottoposti alla minaccia del fondamentalismo. Vero che le minoranze religiose continuano ad essere perseguitate un po’ ovunque, dal Maghreb all’Indonesia, tuttavia il Pakistan è la prima nazione moderna ad essersi proclamata repubblica Islamica, pertanto le dinamiche avvenute nel Paese, non solo in materia di minoranze, potrebbero aiutare a comprendere quanto sta accadendo in Medio Oriente, magari suggerendo modalità di azione alternative.

@emanuele_conf

 

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