Pakistan: il terrorismo non si sconfigge con le sole armi


Il 2 novembre, un attentato suicida nei pressi di un valico di frontiera tra Pakistan e India ha provocato almeno una sessantina di morti e decine di feriti. L'attacco - il più grave di questi ultimi mesi - rende necessarie alcune considerazioni sulla strategia di contrasto al terrorismo della autorità pakistane e, più in generale, sul futuro del Paese e la stabilità dell'intera regione.

Il 2 novembre, un attentato suicida nei pressi di un valico di frontiera tra Pakistan e India ha provocato almeno una sessantina di morti e decine di feriti. L’attacco – il più grave di questi ultimi mesi – rende necessarie alcune considerazioni sulla strategia di contrasto al terrorismo della autorità pakistane e, più in generale, sul futuro del Paese e la stabilità dell’intera regione.

 

A Pakistani man wounded in a suicide bomb attack, reacts to the camera after received first aid in hospital in Wagah border, near Lahore November 2, 2014. At least 45 people were killed on Sunday when a suicide bomber blew himself up on the Pakistani-Indian border, police said, just after a daily ceremony when troops from both sides simultaneously lower the two nations' flags. REUTERS/Mani Rana

L’attentato è stato rivendicato da vari gruppi terroristici attivi nel Paese, tutti a vario titolo collegati alla galassia jihadista che orbita attorno al Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP), coalizione responsabile di gran parte degli attacchi realizzati in Pakistan a partire dal 2007 (anno di fondazione del gruppo).

Si tratta di un’indicazione già di per sé rilevante, poiché ci dà la misura della crescente frammentazione esistente all’interno del TTP. Tale processo è in corso già da alcuni anni, in particolare da quando il Mullah Fazlullah è subentrato ad Hakimullah Mehsud al vertice più alto del gruppo (novembre 2013), ma ha subìto una ulteriore accelerazione a partire dallo scorso mese di giugno, con l’avvio, da parte delle Forze Armate pakistane, di una vasta operazione di contrasto al terrorismo nelle aree al confine con l’Afghanistan, che ha sinora provocato l’eliminazione di oltre 1.100 presunti terroristi.

L’intervento militare ha di certo contribuito a una diminuzione dell’attività terroristica sul territorio nazionale, spingendo, inoltre, alcune fazioni (in particolare, quella dei Mehsud – da sempre nucleo duro del TTP) verso i negoziati con il governo. Quest’anno, tra luglio e ottobre, le vittime civili per episodi di terrorismo sono state 420, meno della metà rispetto allo stesso periodo nel 2013, quando erano state 883 (dati del South Asia Terrorism Portal). Potrebbe essersi trattato, tuttavia, di una tendenza di breve periodo, destinata a scomparire una volta che le varie formazioni esistenti sul territorio nazionale saranno riuscite a riorganizzarsi, sfruttando, a questo proposito, anche la scarsa cooperazione tuttora esistente tra le autorità pakistane e afghane per quel che concerne il settore della sicurezza (scambio di informazioni, controllo delle frontiere, ecc.).

L’attentato del 2 novembre rischia, dunque, di segnare l’inizio di una nuova ondata di violenze nel Paese, anche in considerazione della competizione instauratasi tra i vari gruppi operanti sul territorio nazionale (in termini di visibilità internazionale e, dunque, di capacità di reclutamento e di accesso alle risorse).

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