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RETROSCENA

Palestina: finalmente elezioni dopo 15 anni

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Oltre il 93% dei palestinesi si è registrato per le elezioni, ma sullo svolgimento ci sono ancora dubbi. Nel frattempo, spicca la candidatura di Marwan Barghouti

Un uomo cammina durante una mattina nevosa nella Città Vecchia di Gerusalemme, 18 febbraio 2021. REUTERS/Ammar Awad

Oltre il 93% dei palestinesi si è registrato entro la scadenza di martedì per poter partecipare alla prossima triplice tornata elettorale dopo 15 anni di attesa. Un successo, considerando che 2.600.000 residenti nei Territori Palestinesi dei 2.800.000 eleggibili al voto, si sono registrati per decidere il 22 maggio i membri del Consiglio Legislativo Palestinese (il parlamento dell’Autorità Palestinese), il 31 luglio chi dovrà essere il presidente dell’Autorità Palestinese e, un mese dopo, i membri del Consiglio Nazionale palestinese, che è l’organo legislativo dell’Organizzazione di Liberazione della Palestina. Nelle precedenti elezioni, quelle del 2006, si registrò circa l’80% degli elettori, che erano 1.600.000, e andarono a votare poi circa un milione di palestinesi.

Le elezioni sono ormai sul binario e tornare indietro, secondo quanto dice il Primo Ministro Mohammad Shtayyeh, sarebbe un errore grave. Ma ci sono ancora molti dubbi sullo svolgimento delle elezioni. La scorsa settimana, i rappresentati di tutti i partiti in lizza, in particolare quelli di Fatah e Hamas, si sono riuniti a Il Cairo per trovare un accordo su alcune questioni procedurali. Qualche risultato è stato raggiunto. In Egitto le parti hanno deciso che sarà il tribunale di Ramallah a dirimere eventuali questioni, anche se i giudici li sceglierà il Presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen), che nelle scorse settimane è stato al centro di polemiche proprio per aver cambiato tutti i giudici dell’Alta Corte per poterli controllare meglio. Sarà inoltre la polizia di Ramallah a garantire la sicurezza. Al Il Cairo, inoltre, gruppi fondamentalisti come la Jihad Islamica Palestinese, hanno annunciato che non concorreranno alle elezioni, perché non accettano una riconciliazione con Israele. Problema, questo, che potrebbe verificarsi anche con Hamas.

La maggior parte dei partiti politici palestinesi, con Hamas in testa, è considerata terrorista da molti Paesi occidentali, Stati Uniti in primis. Una vittoria alle elezioni di Hamas, quindi, creerebbe non poco imbarazzo. Colloqui tra le parti si stanno tenendo anche per decidere una eventuale lista comune, anche se non sembra molto probabile. Nel 2006, alle ultime elezioni, Hamas vinse e, nonostante molti osservatori dichiararono che si erano svolte regolarmente, il risultato non fu preso in considerazione e complice il colpo di Stato a Gaza di Hamas mai omologato e il Parlamento mai convocato. Abu Mazen, poi, si è rinnovato sempre il suo mandato scaduto nel 2009.

La questione di Hamas non è secondaria e, ovviamente, preoccupa anche gli Stati Uniti oltre che Israele. Anche se la politica americana in Medio Oriente con il nuovo Presidente Joe Biden dovesse cambiare rispetto a quella del predecessore Donald Trump, è improbabile che si possa accettare l’esistenza e la vittoria di un gruppo che persegue la distruzione di Israele. Secondo alcune indiscrezioni di stampa, esponenti dell’amministrazione di Washington avrebbero già chiesto lumi a omologhi palestinesi circa l’accordo eventuale con Hamas.

Contemporaneamente, Fatah sta ragionando su una lista unica con le tante fazioni dei fuoriusciti, ma soprattutto per di evitare candidature alla presidenza scomode per Abbas. In primis, quella di Mohammad Dahlan, l’uomo che ha favorito la conciliazione tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti dove vive e i cui emissari, pochi giorni fa, sono ritornati a Gaza proprio in chiave elettorale. Ma si parla anche di Ismail Haniyeh, leader di Hamas, che i sondaggi danno per vincente sull’ottuagenario leader di Fatah (così come il suo partito contro quello di Ramallah), o di Jibril Rajoub, l’uomo dietro l’accordo tra Fatah e Hamas, segretario generale di Fatah, molto popolare per essere il Presidente del comitato olimpico palestinese ma, soprattutto, della Federazione gioco calcio della Palestina e di Saleh al-Arouri, vice capo di Hamas.

La candidatura di Marwan Barghouti

In questi giorni, però, esce forte la candidatura di Marwan Barghouti. L’uomo è in carcere in Israele e sta scontando 5 ergastoli e altri 40 anni di prigione, perché è stato ritenuto responsabile di una serie di attentati perpetrati dal gruppo militare che comandava, Tanzim, durante, soprattutto, la seconda Intifada. Barghouti, leader di Fatah, si è sempre dichiarato innocente e ha sempre condannato episodi contro civili sul suolo israeliano, ma è stato condannato da un tribunale israeliano nel 2004, accusato di essere stato anche a capo delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa. Ogni volta che si parla di elezioni nei territori palestinesi si fa il nome di Barghouti come di candidato alla presidenza. In molti credono che proprio la sua permanenza in carcere, oltre al suo carisma, siano la chiave per vincere le elezioni. Vittoria che obbligherebbe Israele a liberarlo, dopo che per molti anni voci anche all’interno dello Stato ebraico lo hanno chiesto. In questa situazione, non ci sarebbe imbarazzo per Gerusalemme.

La sua candidatura spesso viene annunciata soprattutto in chiave anti Mahmoud Abbas, che Barghouti ha sempre avversato. Il leader di Tanzim, che per molto tempo è stato anche un sostenitore degli accordi di Oslo, ha anche attaccato duramente Arafat e il suo circolo ristretto per corruzione. Anche Hamas ha più volte detto di appoggiare una eventuale candidatura di Barghouti alla presidenza. La settimana scorsa ha ricevuto in carcere la visita (evento straordinario soprattutto per la pandemia) di un Ministro palestinese molto vicino ad Abbas, proprio in chiave elettorale. Alcune fonti giornalistiche riferiscono che, in verità, l’intento della visita del Ministro al-Sheikh, sia stato quello di convincere Barghouti a non candidarsi alle elezioni. Tra l’altro, pare che lui non potrebbe neanche prendere parte alla contesa elettorale. Nel 2009, infatti, Barghouti è stato eletto a Betlemme a capo del comitato centrale di Fatah e per un regolamento elettorale voluto da Abbas, nessun membro del comitato può candidarsi. Barghouti era stato candidato alla presidenza dell’Autorità Palestinese anche nel 2005, dopo la morte di Arafat, ma ritirò la candidatura per favorire Abbas. In quella elezione, si candidò alla presidenza un suo lontano cugino, Mustafa, segretario generale della Palestinian National Initiative, arrivando al 20% dei consensi.

Resta poi irrisolto il nodo della possibilità di votare a Gerusalemme Est, senza la quale, i vertici palestinesi, dicono che non possono esserci elezioni. La preoccupazione palestinese è che Israele potesse negare le elezioni. In verità nel 2006 il Governo israeliano le permise, ma la preoccupazione odierna è più legata a una possibile scusa che i vertici palestinesi possano utilizzare per evitare che si vada alle contesa con i gruppi antagonisti troppo avanti nei sondaggi.

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L'AUTORE

Nello del Gatto

[GERUSALEMME] Corrispondente per diverse testate, dopo 6 anni in India e 5 in Cina per Ansa. Autore e conduttore di Radio 3, è esperto di Asia e Medio Oriente.
GUALA