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Panama Papers: i nomi eccellenti dal Medio Oriente

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Poteva forse mancare il Medio Oriente, terra di leadership opache e autoritarie, negli ormai celeberrimi Panama Papers? No, non poteva. E infatti nell’enorme mole – 11,5 milioni – di documenti fiscali sottratti allo studio legale Mossack Fonseca l’elenco di satrapi e politici del mondo arabo, molti dei quali “ex”, è lungo: il re saudita Salman, l’ex primo ministro giordano Ali Abu al-Ragheb, l’ex emiro del Qatar, lo sceicco Hamad bin Khalifa Al Thani l’ex premier dello stesso emirato del Golfo, Hamad bin Jassim bin Jaber Al Thani, il presidente degli Emirati Arabi Uniti, nonché sceicco di Abu Dhabi, Khalifa bin Zayed bin Sultan al-Nahyan, l’ex capo di Stato sudanese Ahmad Ali al-Mirghani, l’ex premier ed ex vicepresidente iracheno, lo sciita Ayad Allawi. I documenti contengono anche informazioni su compagnie offshore legate all’entourage dell’ex presidente egiziano Mubarak e del leader siriano Bashar al Assad.

 

Il re saudita Salman è nominato per una serie di prestiti ottenuti nel 2009 in relazione ad alcuni asset di lusso nel centro di Londra, nonché per uno yacht chiamato Erga. L’ambasciata di Riad negli Stati Uniti si è rifiutata di rispondere al consorzio di giornalisti che hanno analizzato i Panama Papers. L’ex premier giordano al-Ragheb, invece, possedeva, assieme alla moglie Yusra, varie compagnie registrate nelle Isole Vergini britanniche e alle Seychelles. La Jaar Investment Ltd, con sede alle Vergini, ha chiuso nel 2008 (al-Ragheb è stato premier dal 2000 al 2003, prima di dimettersi per andare a lavorare con aziende del ramo finanziario e assicurativa). Fino al dicembre 2014, poi, l’ex primo ministro possedeva tre compagnie alle Seychelles, mentre i figli dirigevano altre società alle Vergini, uno dei paradisi fiscali più gettonati tra i politici arabi.

Nello  stesso arcipelago, infatti, risulta titolare di una società l’ex emiro del Qatar Hamad bin Khalifa al-Thani, il quale possiede, allo stesso tempo, due conti in comune con l’ex premier Hamad bin Jassim bin Jaber al-Thani. Hamad è un personaggio citato più volte nei Papers, per via di quattro compagnie (tre alle Bahamas e una alle Vergini). Secondo un documento del luglio 2013, poi, l’ex primo ministro ha comprato nel 2011 quattro società panamensi, che detengono  conti bancari, il cui importo non è noto, in Lussemburgo (due di questi conti sono quelli co-intestati all’ex emiro). Il Qatar, non a caso, ha investito molto a Panama, per via della fiscalità favorevole.

Il presidente degli Emirati Arabi Khalifa bin Zayed bin Sultan al-Nahyan era proprietario di almeno trenta compagnie create nelle Isole Vergini, grazie alla Mossack Fonseca, attraverso le quali lo sceicco controllava una serie di investimenti immobiliari di lusso in quartieri chic di Londra, come Kensington e Mayfair. Anche l’ex premier iracheno Allawi si è servito di una società registrata a Panama, la IMF Holdings per gestire un patrimonio immobiliare a Londra. Secondo i Papers, Allawi, che guidò il Paese dopo la caduta di Saddam, possedeva un’altra compagnia panamense, la Moonlight Estates Limited, sempre titolare di immobili nella capitale inglese.

Poi ci sono gli entourage familiari dei capi di Stato, di quelli caduti, come Mubarak, e di quelli ancora in piedi, come Assad. Alaa Mubarak, figlio maggiore dell’ex presidente egiziano, possedeva una società registrata alle isole Vergini, la Pan World Investments Inc, gestita dal Credit Suisse. Quando il padre fu defenestrato, nel 2011, Alaa venne arrestato e le autorità dell’arcipelago intimarono alla Mossack Fonseca di congelare gli asset della Pan World, secondo la legislazione della Ue. Di fronte all’incapacità di agire dello studio legale, la stessa Mossaack fu colpita da una multa di 37.500 dollari nel 2013. Successivamente lo studio, citando le difficoltà di intervenire sulla Pan World, decisero di rinunciare all’incarico.

Anche due cugini del dittatore siriano Assad, Rami and Hafez Makhlouf, hanno usato la Mossack Fonseca per gestire i loro investimenti. Nel 2002 Rami Makhlouf ha co-fondato una compagnia di telefonia mobile, la Syriatel: la sua partecipazione azionaria – 73 per cento – venne affidata in buona parte ad una società registrata, anch’essa, alle Vergini. Quando il clan Assad fu colpito dalle sanzioni del Tesoro americano e venne avviata un’indagine sul reato di riciclaggio, la Mossack Fonseca tagliò i rapporti con i Makhlouf. Secondo Le Monde, però, tre compagnie siriane – la Pangates International, la Maxima Middle East Trading e la Morgan Additives Manufacturing – si sono serviti dello studio legale panamense per creare compagnie fantasma alle Seychelles, in modo da evadere le sanzioni internazionali contro Assad. Il quotidiano francese ha scritto che la Mossack Fonseca ha continuato a lavorare con la Pangates – di proprietà del gruppo Abdulkarim, vicino al regime – almeno fino a nove mesi dopo l’annuncio delle stesse sanzioni.

@vannuccidavide

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