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LA NOTIZIA DEL GIORNO

Pechino ha paura di Hong Kong

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Pechino sospende le elezioni legislative del 6 settembre a Hong Kong e le rimanda di un anno, dopo aver impedito a 12 esponenti dell’opposizione di candidarsi. Un anno per cercare di sopprimere il dissenso

Carrie Lam

Carrie Lam, capo esevutivo di Hong Kong da luglio 2017 e fedelissima di Pechino. Hong Kong, luglio 2020. REUTERS/Tyrone Siu

La governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, ha rinviato di un anno le elezioni legislative previste per il 6 settembre. Si tratta di un atto senza precedenti nella storia della ex-colonia britannica da quando è stata restituita alla Cina, nel 1997.

Lam – che ha fatto ricorso a poteri speciali – ha parlato di “decisione difficile” ma necessaria, vista l’epidemia di Covid-19 e il rischio di un ulteriore aumento dei contagi. Gli elettori registratisi erano 4,4 milioni e dall’inizio di luglio Hong Kong è alle prese con una terza ondata di casi di coronavirus. Lam ha voluto quindi sottolineare una cosa: non è stata una decisione politica, ma di interesse pubblico.

Non ne è però convinta l’opposizione, secondo cui la mossa del governo è legata proprio al maggiore controllo che Pechino si è garantita su Hong Kong dopo l’imposizione della nuova legge sulla sicurezza nazionale. Questa legge – riassumendo molto – mette fine al regime di semi-autonomia fino ad allora concesso ad Hong Kong e permette alle autorità centrali cinesi una maggiore capacità di intervento negli affari della regione, ad esempio per prevenire e reprimere le manifestazioni di dissenso verso il Partito comunista.

A rinforzare la tesi dell’epidemia come “scusa” ci sono gli esempi della Corea del sud e di Singapore, dove le elezioni si sono tenute lo stesso, nonostante il virus. Ma, soprattutto, c’è il fatto che il voto è stato posticipato addirittura di un anno, quando – scrive il Washington Post – il governo di Hong Kong avrebbe potuto rimandare le elezioni solo di qualche mese e intanto mettere a punto un sistema di voto per posta, ad esempio.

Con un anno di tempo a disposizione, prosegue il quotidiano statunitense, Pechino potrà ulteriormente sopprimere il dissenso, come già sta facendo.

Prima che la governatrice Lam annunciasse il rinvio del voto, a dodici candidati dell’opposizione – tra i quali il noto attivista Joshua Wong – era già stato impedito di partecipare alle elezioni tra accuse di sovversione, di promozione delle ingerenze straniere e di opposizione alla legge sulla sicurezza nazionale.

Gli analisti prevedevano che le elezioni legislative di settembre avrebbero segnato la vittoria dell’opposizione, che chiede maggiori libertà politiche. La presenza di esponenti del movimento democratico all’interno del Consiglio legislativo di Hong Kong (una sorta di parlamento) avrebbe complicato l’approvazione delle leggi di stampo autoritario: come ad esempio quella che criminalizza l’atto di vilipendio dell’inno nazionale cinese. La legge è stata approvata lo scorso maggio, tra le proteste però dell’opposizione.

È molto probabile che il rinvio delle elezioni di Hong Kong venga condannato innanzitutto dagli Stati Uniti: la questione delle libertà della regione è infatti uno dei tanti campi di scontro tra l’America e la Cina. Nonostante le critiche internazionali, Pechino non vuole però cedere su Hong Kong: per il Partito comunista l’unità nazionale va assolutamente difesa e ogni spinta autonomista repressa.

@marcodellaguzzo

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