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Perché i curdi d’Iran sono scesi in strada a protestare

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In Iran si è ribellata la periferia più disagiata e meno visibile del Paese. Come la minoranza curda a Kermanshah, ridotta all’indigenza in un territorio dimenticato dai sussidi di Teheran. Dove la collera sociale alimenta anche le rivendicazioni politiche e identitarie

I più poveri, i più emarginati, gli abitanti delle periferie. Sono queste le persone che hanno sconvolto l’ultima settimana dell’Iran. A protestare in piazza contro corruzione, inflazione e, in ultima istanza, anche contro il regime degli Ayatollah, c’era anche una minoranza storicamente repressa in Iran: i curdi. A Kermanshah e Sanandaj, cuore della regione curda, sono scese in piazza un centinaio di persone. I manifestanti hanno fatto uso di slogan bilingue (curdo – persiano e arabo – persiano), diversamente da quanto accaduto durante la Rivoluzione Verde quando gli attivisti curdi, azeri e arabi si sono lamentati di essere stati ignorati dai manifestanti nella capitale.

 “A differenza del movimento del 2009 – ha detto Javaad Alipoor al sito di informazione britannico inews, – le recenti manifestazioni non si sono limitate a Teheran né a richieste specifiche relative a cambiamenti nell’amministrazione. Sono state coinvolte quasi tutte le città e ogni sezione della società civile”. Secondo lo scrittore, regista e attivista iraniano, un sentimento di unità si è rapidamente sviluppato nel Paese, raggiungendo anche le provincie più remote come quella curda e araba meridionale del Khuzestan: “Le agitazioni sociali delle primavere arabe non sono state messe a tacere dai sanguinosi eventi in Siria” ha continuato Alipoor.

 A chi si è sorpreso delle proteste, ha suggerito la presenza di agenti esterni o ancora ha parlato di manifestanti armati, Gissou Nia, avvocato ed ex direttrice del Centro sulla documentazione dei diritti umani in Iran, ha risposto così: “Molti ricercatori si concentrano sulla capitale e rivolgono così l’attenzione principalmente ai professionisti e intellettuali iraniani della classe medio alta. I dimostranti invece facevano parte della classe operaia di Mashhad, Arak e Kermanshah, proprio il tipo di persone che non twittano la loro sofferenza in inglese o non invitano giornalisti stranieri a condividere le loro esperienze”.

 Ed è questo il perno della questione: la mancanza di infrastrutture, di investimenti e di posti di lavoro hanno fatto del Kurdistan (e di altre regioni) un territorio indigente, senza attrazione anche per gli stessi abitanti, privati dal governo centrale di sussidi per lo sviluppo dell’economia locale. Molte persone si sono dovute trasferire nella capitale in cerca di fortuna e gli studenti preferiscono le università di Teheran, più cosmopolite.

D’alto canto gli imprenditori curdi che decidono di investire in Kurdistan sono costretti a una doppia fatica: la prima azienda deve essere impiantata in un’altra zona del Paese, e solo successivamente può essere ricollocata nella regione curda. La forte emigrazione inoltre ha spinto il governo a inglobare i villaggi, modificandone la natura e le dinamiche sociali. Si è così cercato di far scomparire l’identità del popolo, la sua cultura popolare e le sue tradizioni relegandole nei musei, dove statue di cera personificano gli usi e i costumi di un Kurdistan destinato a rimanere solo nei ricordi dei più anziani.

 In questo contesto di disagio e abbandono si inserisce anche la presenza di movimenti autonomisti di natura etnica e politica, che da decenni si oppongono alla teocrazia degli Ayatollah. Tra questi il Partito della Vita Libera del Kurdistan – Pjak, che durante le manifestazioni ha dichiarato: “Le proteste potrebbero portare grandi cambiamenti come una trasformazione democratica per l’intero Iran”. Secondo il movimento collegato al Pkk il dissenso della popolazione è di natura politica: “Senza una soluzione democratica e senza politiche democratiche, non si risolverà nessuna questione”.

Come il Pjak, anche Il Movimento delle Donne del Kurdistan Orientale – Kjar ha invitato tutte le donne a unirsi alle proteste, e in una dichiarazione congiunta il Partito democratico del Kurdistan Iraniano – Pdki e la Società dei Lavoratori Rivoluzionari del Kurdistan Iraniano – Srtik hanno esortato la comunità internazionale affinché faccia pressione sulla Repubblica Islamica per la liberazione delle persone detenute durate le proteste.

@linda_dorigo

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