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Perché i mercati hanno paura della Cina (e cosa farà Pechino)

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L’estate, e quindi la calma, è finita. I mercati finanziari globali sono rientrati nel clima che ha contraddistinto il 2007 e il 2008. È stato già chiamato il Black Monday della Cina. E in effetti, tutto sembra essere simile a quanto successo il 19 ottobre 1987 negli USA, o a quanto accaduto il giorno del collasso di Lehman Brothers, il 15 settembre 2008.

Oggi lo Shanghai Stock Exchange Composite Index ha lasciato sul terreno l’8,49 per cento. facendo segnare una delle peggiori sedute della sua storia. E si è tirato dietro tutte le Borse mondiali. Alle 14.10, ora italiana, i futures relativi all’indice statunitense Dow Jones segnavano un ribasso di 700 punti. Le piazze europee, invece, erano già in perdita dalle prime contrattazioni. Non bisogna stupirsi di quanto potrebbe accadere nei prossimi mesi. Il periodo nero della Cina è appena cominciato. 

Nei giorni più bui della Grecia, fra giugno e luglio, c’era uno spettro che aleggiava sull’economia globale. Le continue perdite del mercato azionario cinese stavano facendo riflettere gli analisti finanziari di mezzo mondo, ma lo stallo nelle negoziazioni legate al futuro di Atene aveva distratto i più. I corsi azionari di Hong Kong, Shanghai e Shenzhen subirono abbondanti perdite e i regolatori furono costretti a misure radicali nel tentativo di frenare l’ondata di vendite sul mercato azionario del Dragone. Due su tutte: è stata sospesa la vendita di circa 1.400 titoli azionari cinesi. Nella sostanza, i regolatori finanziari cinesi hanno impedito agli azionisti rilevanti, i manager delle società e gli amministratori, per un minimo di sei mesi, di vendere le azioni cinesi in portafoglio. Un estremo tentativo di bloccare un sell-off che sembrava inarrestabile. E questo a luglio. Non è bastato, come prevedibile. Questo perché la bolla azionaria cinese è più grande di quanto si possa immaginare. A fine luglio Schroders scriveva che “l’indice composito cinese (quindi non solamente quello di Shanghai, ndr) è arrivato persino a guadagnare il 60% da inizio anno”. Cifre da capogiro, non supportate dai fondamentali macroeconomici, più deboli che mai, come ricordano da mesi le principali case d’affari internazionali, insieme alle istituzioni monetarie di mezzo mondo. 

 E poi c’è stata la correzione del cambio fra renminbi e dollaro statunitense. Dopo anni di apprezzamento, la Cina ha iniziato a fare il contrario, spiegando che non seguirà il corso del dollaro nel caso di rivalutazioni una volta che la Federal reserve alzerà i tassi d’interesse. È una scelta interessante, specie in ottica futura, perché dimostra che le autorità cinesi hanno compreso che possono, e devono, puntare a un’indipendenza valutaria sempre maggiore. La libertà di fluttuazione del renminbi è positiva, ma richiede correzioni che possono essere pesanti nell’immediato. Poi, come ricorda anche Morgan Stanley, ci sarà una stabilizzazione. 

Nonostante ciò, nel breve la situazione è lungi dall’essere vicina a una soluzione. Oggi il ministero delle Finanze cinese ha deciso di imporre un tetto massimo al debito delle amministrazioni locali, composto dalla quota di emissione prevista per il 2014 più quella per il 2015. Oltre, non sarà possibile effettuare emissioni. È il tentativo di porre un freno a una delle tre problematiche principali del settore finanziario cinese, insieme agli squilibri sul mercato azionario e su quelli del debito corporate. Come ha spiegato a inizio agosto la banca anglo-asiatica HSBC, “è assai complicato che gli investitori si plachino nel breve periodo”. Questo perché “le attuali azioni correttive della Cina non sono sufficienti a risolvere problemi strutturali che esistono da decenni”. In pratica, si è arrivati al punto di saturazione del mercato azionario. 

Allo stesso modo, e questo è in via potenziale il lato positivo, le autorità cinesi si sono accorte di due cose fondamentali. La prima è che i suoi problemi sono, appunto, strutturali. Stanno cercando, da tre anni ormai, di completare il ribilanciamento dei fattori produttivi interni per evitare che la crescita economica rallenti sotto la soglia limite del 7% annuo. Azioni del genere richiedono tempo e pazienza, ma la Cina sta accelerando il processo. Difficile che basti a frenare l’ondata di vendite sul mercato azionario cinese, ma potrebbe esserci una riduzione del sell-off. La seconda è che i cinesi hanno bisogno di tempo per modificare le loro abitudini. Un cambiamento di mentalità, in altre parole. Sia nella propensione al rischio negli investimenti sia nella struttura dei mercati. Le liberalizzazioni sono in corso. Come scriveva pochi giorni fa Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos, “il mondo chiede alla Cina di liberalizzare il più possibile ma la liberalizzazione porta a dislocazioni (inclusi fallimenti) nel mondo produttivo e a volatilità sul cambio e in borsa. È un prezzo inevitabile, che porterà però benefici nel medio termine”. Vale a dire: le fluttuazioni nel breve potranno anche essere significative, ma dopo ci sarà tranquillità.  

Ciò che ci si può aspettare, nel breve periodo, è l’intervento – l’ennesimo – della People’s Bank of China (Pboc), la banca centrale cinese. Come ha rimarcato anche la banca statunitense Goldman Sachs, “è difficile che la Pboc resti ferma a guardare il crollo del mercato azionario. È troppo rischioso per la crescita globale”. Infatti, è quest’ultimo il principale rischio legato alla Cina, come ha ricordato il Fondo monetario internazionale (Fmi) più volte negli ultimi due anni. La crescita economica cinese sarà del 6,8% annuo per l’anno in corso, sei decimali in meno rispetto all’anno passato, secondo le previsioni del Fmi. E per il 2016 potrebbe esserci una correzione al ribasso. 

Sebbene ci siano tutti gli elementi per ragionare razionalmente sulle correzioni della Cina, il panico si è trasmesso velocemente fra gli investitori. Il Financial secretary di Hong Kong, John Tsang Chun-wah, stamattina ha cercato di gettare acqua sul fuoco. “La caduta dei mercati azionari locali non è una crisi finanziaria, ma il suo impatto è comunque severo”, ha detto. La speranza è che quanto farà a breve la Pboc sia sufficiente a placare il panico degli investitori internazionali. Sennò, a farne le spese sarà l’economia globale. 

@FGoria 

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