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Perchè il nuovo Patto di stabilità non funziona


Le misure che addolciscono la pillola nel nuovo Patto e la natura temporanea dello “sconto” sull’aumento degli interessi rischiano solo di spostare più in là nel tempo il ritorno dei fantasmi dell’austerità.

Nei mai semplici rapporti tra Italia e Unione europea, le ultime battute di un affollato finale di 2023 hanno prodotto un sì e un no, in risposta a due distinte domande di politica economica in ballo da anni. Il guaio è che - complici le azioni in contropiede costruite dagli altri governi e la necessità di blindare la difesa -, le risposte hanno finito per incrociarsi, causa una certa presbiopia politica: il sì al posto del no, il no al posto del sì.

Stiamo parlando dei due principali dossier economici per l’Europa unita, che cercano di riformare l’assetto come lo abbiamo conosciuto dopo la crisi finanziaria e fino ad oggi: da una parte, la riscrittura del Patto di stabilità e crescita, cioè le regole sui conti pubblici dei Paesi membri dell’Ue; dall’altra, la ratifica del trattato di revisione del funzionamento del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), cioè il “famigerato” fondo-salva Stati che nel frattempo si è evoluto in fondo salva-banche in caso di crisi sistemica.

Il Patto, per come è stato confezionato nella trattativa tra i governi, rischia di introdurre un quadro regolatorio complesso e irrealistico per un Paese ad alto - anzi, altissimo - debito come il nostro; il Mes, che è stato ratificato da tutti i membri dell’Eurozona tranne l’Italia, invece, apre un paracadute finanziario a tutela degli istituti di credito per frenare il contagio in caso dei crac, escludendo l’impiego dei soldi dei contribuenti.

Questo, insomma, in estrema sintesi, è il quadro che si veniva a delineare con chiarezza nei giorni in cui, da una parte, il governo italiano decideva di approvare un compromesso franco-tedesco-spagnolo sul nuovo Patto che rischia di reintrodurre l’autolesionistico approccio dell’austerità, e, dall’altra, la Camera dei deputati bocciava l’ok alla riforma del Mes, di fatto stoppando l’entrata in vigore del nuovo Meccanismo per tutta l’Eurozona.

Se il secondo dossier è, dai tempi del governo gialloverde, affetto da un esplosivo quanto insormontabile effetto stigma nella politica italiana di destra e sinistra, soprattutto a causa di una semplificazione propagandistica frutto della vecchia narrativa della troika ai tempi della Grecia sull’orlo della bancarotta, l’altro, il Patto di stabilità, si presenta come più articolato, nella sua complessità tecnica, ma anche stringente, nelle implicazioni concrete. E questo è dovuto, in particolare, alla versione negoziale del Consiglio, l’organo rappresentativo dei governi, profondamente influenzata dalla Germania e dai Paesi frugali, e accettata da tutti gli altri partner Ue, Italia compresa, seppure a malincuore.

La riforma è stata più volte rinviata vista la situazione di estrema eccezionalità con lo scoppio della pandemia prima e l’inizio della guerra russa in Ucraina poi; anni in cui è stata attivata la clausola di sospensione del Patto, definitivamente archiviata il 1° gennaio di quest’anno. Quasi in concomitanza con l’ultimo miglio di trattative sul nuovo Patto di stabilità.

I ministri delle Finanze dei Ventisette, infatti, hanno approvato il pacchetto all’unanimità il 20 dicembre scorso, durante un Ecofin straordinario in videoconferenza. Si tratta della base per il negoziato con il Parlamento Ue, iniziato il 17 gennaio, dopo che pure la plenaria di Strasburgo ha licenziato (a grande maggioranza) un suo testo, più soft di quello deciso dai governi (ma l’Eurocamera è co-legislatore su uno dei tre dossier che compongono il pacchetto). Se il calendario delle trattative seguirà le intenzioni dei due co-legislatori, il nuovo Patto dovrebbe essere approvato definitivamente in primavera ed entrare in vigore a maggio, prima delle elezioni Ue e (quasi) in tempo per essere applicato alle manovre di bilancio dell’autunno 2024.

La nuova dinamica del Patto punta a definire i piani di spesa su 4 o 7 anni in un dialogo attivo tra le capitali dei Ventisette e la Commissione, la quale poi presenterà agli Stati una “traiettoria tecnica” per instradare il debito su un sentiero discendente. È la maggiore autonomia nel dialogo con la Commissione che ricalca, cioè, il funzionamento del modello Recovery: come con i Pnrr, infatti, le capitali dovranno negoziare con l’esecutivo Ue dei piani strutturali di bilancio nazionali basati sul criterio della spesa pubblica netta (il nuovo indicatore di riferimento per misurare la salute dei conti pubblici), e che dovranno poi essere approvati dal Consiglio.

Ma tornando ai suoi profili più delicati, il quadro regolatorio è stato appesantito da tutta una serie di paletti e vincoli introdotti dal fronte del Nord Europa nel cosiddetto “braccio preventivo” e inesistenti nella versione che, nella primavera 2023, era stata messa sul tavolo dalla Commissione europea al termine di un serrato braccio di ferro tecnico-politico in cui l’asse delle “colombe” guidato dal titolare dell’Economia Paolo Gentiloni aveva avuto la meglio. Tanto che è lo stesso ex premier italiano a ricordare apertamente come quello prodotto nel negoziato tra gli Stati membri “non sia il Patto dei miei sogni. Ma è comunque un compromesso accettabile e un passo avanti” che chiude con un passato di rigore difficile da rispettare, mettendo a segno un certo “equilibrio tra stabilità nella finanza pubblica e riforme e investimenti”.

Visto da Roma, nonostante il via libera dell’esecutivo Meloni, il nuovo Patto di stabilità rischia di rivelarsi fortemente penalizzante per chi - come l’Italia, ma anche Francia e Spagna - ha i conti in disordine. I parametri del Trattato di Maastricht, cioè il rapporto deficit/Pil al 3% e debito/Pil al 60% rimangono invariati (rivederli non è mai stato in ballo), ma tra i profili principali ci sono, però, delle inedite e ulteriori “soglie di salvaguardia” per i Paesi, come il nostro, con il rapporto debito/Pil sopra il 90%: quando si collocano al di fuori della procedura per squilibri macroeconomici eccessivi, gli Stati saranno chiamati a tagliare il debito dell’1% ogni anno in media, e a risanare in prospettiva i conti per tendere a un livello-cuscinetto di disavanzo pubblico dell’1,5%, con aggiustamenti annuali dello 0,4% se il piano è su 4 anni e dello 0,25% se è su 7.

L’inedito valore dell’1,5%, tuttavia, è la metà di quello stabilito nei Trattati; il che - secondo gli osservatori più critici - equivale, in buona sostanza, a introdurre un nuovo parametro di riferimento per il deficit pubblico, in grado di rimpiazzare, in tempi normali, il valore figlio del processo di convergenza di Maastricht. È proprio il mantenimento di questo paletto, o la sua eliminazione - come vuole invece l’Eurocamera -, che promette di essere uno dei nodi più difficili da sciogliere durante la trattativa interistituzionale.

L’entità del risanamento dei conti richiesti agli Stati in procedura - e passiamo così alla disciplina del “braccio correttivo” - sarà dello 0,5% del Pil in termini strutturali: per l’Italia, ciò vorrà dire circa 10 miliardi di tagli. Una cifra che dà la misura delle politiche di bilancio restrittive che saranno richieste agli Stati.

Certo, Berlino e le capitali dei frugali hanno dovuto scucire qualche concessione al fronte della flessibilità. A vedere bene, però, si tratta di poca cosa. C’è, ad esempio, quella che spesso è stata descritta come la linea franco-italiana per mettere al riparo gli investimenti. Non lo scorporo tout court dei costi per investimenti strategici dal computo della spesa primaria netta (cioè dal nuovo parametro su cui tarare gli aggiustamenti di bilancio), ma semmai la possibilità di avere uno “sconto” temporaneo dell’aumento delle spese per interessi sul debito tra 2025 e 2027 per gli investimenti nelle priorità comuni, come la transizione verde e digitale.

Lo scomputo si applicherà nella determinazione degli aggiustamenti di bilancio minimi che, per i Paesi sottoposti a procedura per deficit eccessivo, dovranno essere pari allo 0,5% annuo in termini strutturali. Il testo normativo non viene alterato (era la condizione posta da Tedeschi e frugali), ma alla Commissione si danno margini di intervento per “tener conto” dell’incremento del costo del denaro, ora che i tassi della Bce sono ai livelli record dall’introduzione dell’euro.

Inoltre, tra i punti incassati dai fautori della flessibilità, il Recovery Plan varrà come condizione per spalmare su 7 anni, anziché 4, il piano nazionale di spesa e il ritmo del rientro, mentre il bilancio per la difesa (per cui la Nato fissa un obiettivo, ancora distante, del 2% del Pil) conterà come “fattore rilevante” per escludere l’avvio di una procedura per deficit eccessivo.

E, infine, è stata inserita una deviazione massima di 0,3% all’anno e di 0,6% cumulativo tra quanto pattuito nei piani di spesa con Bruxelles e la realtà dei conti pubblici nazionali: è la soglia di tolleranza dello sforamento che consentirà di evitare l’apertura di una procedura per squilibri macroeconomici eccessivi da parte della Commissione.

Le misure che consentiranno di addolcire la pillola nei primi anni della nuova disciplina, combinate con l’arrivo al capolinea dei pagamenti del Recovery Plan a metà 2026 e la natura temporanea dello “sconto” sull’aumento degli interessi, rischiano solo di spostare più in là nel tempo il ritorno dei fantasmi dell’austerità. Quando, cioè, tutti i principali governi in carica che hanno detto sì alla riforma avranno concluso il loro attuale mandato - la Germania di Olaf Scholz nell’autunno 2025, mentre la Francia di Emmanuel Macron e l’Italia di Giorgia Meloni nel corso del 2027 - e per di più in un mondo che, con tutti i delicati fronti aperti, rischia di avere un aspetto ed equilibri internazionali molto diversi da quelli che conosciamo oggi. E l’Europa non potrà restare a guardare e a occuparsi del suo orticello.

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