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Perché in Cina hanno ricominciato ad arrestare gli avvocati

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Mentre la Cina ai Brics si poneva come interlocutore internazionale di peso e in grado di tranquillizzare anche l’Europa sulle mire del conglomerato di stati alternativi ai sistemi di governo occidentali, in casa procedeva ad una nuova e straordinaria ondata di fermi e arresti di avvocati impegnati nelle battaglie per i diritti umani.

Come hanno scritto i media internazionali, cui le notizie sono giunte direttamente da organizzazioni umanitarie, almeno sei avvocati sono stati arrestati e più di 50 sarebbero stati fermati dalla polizia per interrogatori a Pechino, Shanghai e Guangzhou da giovedì, secondo Human Rights Watch e Amnesty International. Non è chiaro quanti di essi siano ancora in custodia.

Secondo il Guardian, sarebbero oltre i cento gli avvocati fermati e interrogati.

“Sono venuti e lo hanno portato via senza dire perché”, ha detto un membro della famiglia di Li Fangping, uno degli avvocati interrogati durante il fine settimana al Wall Street Journal. Li è stato interrogato per diverse ore nella notte di sabato, prima di essere rilasciato.

Non ci sono ancora elementi chiari per spiegare questo nuovo e recente giro di vite. Secondo il Wsj, “molti degli avvocati avevano firmato una lettera chiedendo alle autorità di rilasciare l’avvocato per i diritti umani Wang Yu, che è scomparso da casa sua la scorsa settimana e si crede sia in stato di detenzione da parte del governo, secondo una lettera aperta ai funzionari del governo cinese inviata da China Human Rights Lawyers Concern Group di Hong Kong. Li era uno degli avvocati che ha firmato la lettera e che era stato rilasciato la scorsa settimana”.

Il Quotidiano del Popolo, l’organo ufficiale del Partito Comunista, domenica scorsa ha pubblicato un articolo nel quale si scriveva di ipotetici “complotti” da parte di avvocati, per organizzare proteste in grado di turbare l’ordine pubblico. In un commento pubblicato domenica, riportano i media internazionali, “il Quotidiano del Popolo ha accusato gli avvocati per i diritti umani di essere le “mani nere” dietro alcuni incidenti, compresi quelli che ha descritto come “inquinare Internet” e disturbo dell’ordine”.

Potrebbe trattarsi di una prima applicazione delle nuove norme di sicurezza approvate da Pechino e in vigore dal primo luglio; norme nebulose e in grado di etichettare come pericolosa ogni forma di dissidenza.

La verità è che Xi Jinping ha stretto le maglie della pubblica sicurezza tanto e quanto i suoi predecessori, tanto più in un momento così delicato per l’economia nazionale, alle prese con un cambiamento storico e non pochi problemi, non ultimo quello della borsa che ha provocato evidentemente nuova sfiducia nei confronti degli organi politici cinesi. Non a caso, anche in questo frangente, il governo si è mosso subito per trovare un “colpevole” cui attribuire un tonfo che forse ha più di una responsabilità.

Per tentare di trovare una spiegazione, il Wall Street Journal ha intervistato il professore di Legge della New York University Jerome Cohen, uno dei primi avvocati americani a lavorare in Cina dopo che il paese si è aperto alla fine degli anni 1970, ha descritto la repressione come “folle”.
I leader cinesi – ha spiegato – “devono essere in una situazione disperata se si impegnano in questo attacco straordinario, coordinato contro gli avvocati per i diritti umani”.

“Un tale giro di vite senza precedenti a livello nazionale non può che essere stato sanzionato all’interno del governo centrale”, ha detto in una dichiarazione rilasciata sabato. “Questo attacco coordinato contro gli avvocati si fa beffe delle promesse del presidente Xi Jinping di promuovere lo stato di diritto”.

Ma in realtà, questa durissima attività repressiva, sembra confermare proprio il contrario: la forza di Xi Jinping, in grado di fermare sul nascere ogni eventuale – o solo sospettato – gesto contro le politiche del governo.

@simopieranni

 

 

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