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Peshawar: il grande fallimento del Pakistan


L'efferato attacco terroristico compiuto il 16 dicembre presso la scuola militare di Peshawar ha provocato oltre 140 vittime, per la stragrande maggioranza bambini, e sollevato numerosi interrogativi sulle ragioni e le conseguenze di una simile strage.

L’efferato attacco terroristico compiuto il 16 dicembre presso la scuola militare di Peshawar ha provocato oltre 140 vittime, per la stragrande maggioranza bambini, e sollevato numerosi interrogativi sulle ragioni e le conseguenze di una simile strage.

 

Books lie in blood on the auditorium floor at the Army Public School, which was attacked by Taliban gunmen, in Peshawar December 17, 2014. A shocked Pakistan on Wednesday began burying 132 students killed in a grisly attack on their school by Taliban militants that has heaped pressure on the government to do more to tackle the insurgency. REUTERS/Zohra Bensemra

L’attentato è stato immediatamente rivendicato dal “Tehrik-i-Taliban Pakistan” (TTP), gruppo terroristico nato nel 2007, e da allora responsabile di numerosissimi attacchi, che hanno provocato la morte di decine di migliaia di persone, soprattutto civili.

Secondo quanto dichiarato dal portavoce del TTP, Muhammad Khurasani, l’attacco sarebbe stato compiuto in risposta alla campagna militare condotta dalle forze di sicurezza pakistane nelle zone al confine con l’Afghanistan, rifugio di numerosi gruppi terroristici. Dalla metà di giugno, data di inizio della cosiddetta operazione “Zarb-i-Azb”, oltre 1.200 presunti terroristi sarebbero stati eliminati. Un duro colpo per le formazioni che per anni hanno operato quasi impunemente in questa regione, approfittando della debole volontà delle autorità politiche pakistane e di un favorevole contesto operativo. Tuttavia, il fallimento dei negoziati tentati dal governo all’inizio di quest’anno e il cambio ai vertici delle forze armate pakistane, con il Generale Raheel Sharif subentrato al Gen. Ahfaq Parvez Kayani, hanno reso possibile l’adozione di una nuova strategia di contrasto al terrorismo, di cui l’operazione “Zarb-i-Azb” rappresenta il più evidente segnale.

Per anni, gli Stati Uniti avevano esercitato pressioni sulle autorità pakistane, affinché intervenissero militarmente nel Nord Waziristan, ma queste si erano sempre mostrate estremamente restie a farlo, anche per il timore di scatenare la dura reazione dei gruppi terroristici stabiliti in quell’area. Paure superate, per l’appunto, lo scorso mese di giugno, dopo che l’ennesimo attentato, questa volta contro l’aeroporto internazionale di Karachi, accresceva il senso di insicurezza della popolazione e la diffidenza dei potenziali investitori stranieri, allontanando ogni ipotesi di ripresa economica.

Un ruolo importante nel convincere le autorità di Islamabad a intervenire militarmente lo avrebbe svolto anche la Cina, preoccupata dal crescente afflusso di militanti uiguri nelle zone di frontiera afghano-pakistane. È, tuttavia, da sottolineare come già da alcuni anni stesse crescendo la consapevolezza, all’interno delle forze armate pakistane, della necessità di contrastare con maggiore decisione tali formazioni. Nel 2013, per la prima volta in undici anni, la nuova dottrina militare pakistana individuava nella presenza di questi gruppi sul territorio nazionale una minaccia maggiore per il Paese rispetto a quella rappresentata dall’India. Una svolta di non poco conto, se si considera la storica rivalità esistente tra i due Paesi e il ruolo che l’India ha giocato nel plasmare l’identità nazionale pakistana e nel favorire l’ascesa dei militari al potere.

La decisione di lanciare l’operazione “Zarb-i-Azb” derivava anche da considerazioni di altra natura. In primo luogo, la volontà delle forze armate di approfittare delle fratture sempre più evidenti all’interno del TTP. La nomina del Mullah Fazlullah a capo del gruppo, nel novembre 2013, aveva alimentato forti tensioni interne, scontentando, in particolare, la potente tribù dei Mehsud, che ha sempre costituito il nucleo duro del TTP e, per questo motivo, ne ha sempre rivendicato la leadership. Era già allora emerso il timore, poi rivelatosi fondato, che Fazlullah, primo leader non-Mehsud, non sarebbe riuscito a tenere insieme il gruppo, poiché privo del necessario sostegno della base.

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