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LA NOTIZIA DEL GIORNO

Petrolio, è guerra tra Arabia Saudita e Russia

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L’Arabia Saudita aumenta le esportazioni di petrolio a basso costo verso l’Europa, ma la Russia è attrezzata. La guerra dei prezzi tra Riad e Mosca danneggia anche gli Usa

Un lavoratore utilizza un carrello elevatore per spostare le bombole di gas in una stazione di servizio a Riad, Arabia Saudita. REUTERS/Faisal Al Nasser

In questi giorni l’Arabia Saudita ha aumentato notevolmente il volume delle esportazioni di petrolio verso l’Europa, vendendolo peraltro a prezzi bassissimi. Le raffinerie europee non stanno dunque soltanto ricevendo molto più greggio saudita del normale – le forniture sarebbero cresciute tra il 25% e il 200%, a seconda dei casi –, ma lo stanno anche acquistando a un costo stracciato: circa 25 dollari per un barile di greggio Arab Light. L’obiettivo dell’Arabia Saudita, che è il più grande esportatore di petrolio al mondo, è danneggiare la Russia.

L’antefatto, in breve

Prima di proseguire, è bene ricordare l’antefatto. Riad e Mosca sono i due maggiori esportatori di petrolio e, nonostante siano rivali sotto tanti aspetti, dal 2016 si sono alleati per cercare di gestire insieme il mercato. Con l’intento di bilanciare l’offerta e la domanda, hanno stretto degli accordi per ridurre volontariamente la produzione, in modo da evitare che i prezzi subissero scossoni verso l’alto o verso il basso.

Quello tra sauditi e russi è stato spesso paragonato a un matrimonio di convenienza, tenuto insieme da interessi che per un certo periodo si sono sovrapposti: ossia mantenere il valore del greggio sufficientemente alto da non compromettere i bilanci statali, ma non troppo in modo da non favorire eccessivamente gli Stati Uniti, che grazie allo shale sono oggi i primi produttori di petrolio e gas naturale.

Rispetto alla Russia, l’Arabia Saudita è però molto più dipendente dalle entrate petrolifere: Riad ha perciò bisogno che un barile di petrolio costi circa 84 dollari, mentre a Mosca basta che non scenda sotto i 42. Per ricavare profitto dalla trivellazione dei pozzi, agli Stati Uniti serve un prezzo al barile di 50 dollari.

Questo matrimonio è entrato in crisi – e potrebbe non uscirne – al vertice di Vienna di venerdì scorso. Stanca dei continui tagli e intenzionata ad affossare l’industria petrolifera americana, la Russia si è rifiutata di aderire a un nuovo piano comune di contenimento dell’output.

La guerra dei prezzi tra Arabia Saudita e Russia

Per danneggiare la Russia e costringerla a tornare al tavolo dei negoziati, l’Arabia Saudita ha allora deciso di aumentare la produzione di greggio, portandola a 12,3 milioni di barili al giorno a partire dal 1° aprile. La mossa di Riad ha causato il più grave crollo dei prezzi del petrolio dal 1991: lunedì scorso ha toccato i 31-34 dollari al barile.

L’Arabia Saudita ha anche deciso di applicare degli sconti sul proprio petrolio, così da renderlo estremamente conveniente e danneggiare le vendite del greggio russo in Europa, un mercato fondamentale per Mosca. Di solito, invece, le esportazioni petrolifere saudite si dirigono verso l’Asia.

Chi vincerà?

Difficile dirlo. La mossa di Riad danneggia un po’ tutti i Paesi produttori di petrolio. A cominciare ovviamente dalla stessa Arabia Saudita, ma anche la Russia – per quanto sembri essere meglio attrezzata – accuserà il colpo. Così come sono minacciati gli Stati Uniti e in particolare le sue piccole e medie imprese energetiche: su di loro pesano debiti e alti costi di produzione. L’amministrazione Trump starebbe già valutando delle misure di sostegno.

È tuttavia possibile che questa “guerra dei prezzi” si concluda presto. Oltre che economicamente dannosa per i due contendenti, è infatti anche controproducente: la Russia ha bisogno dell’alleanza di Riad se vuole estendere la sua influenza in Medio Oriente; l’Arabia Saudita ha bisogno dell’alleanza di Mosca se vuole continuare a orientare il mercato petrolifero.

@marcodellaguzzo

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