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Politica di sicurezza e difesa comune dell’Ue

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La politica di sicurezza e difesa comune, se rafforzata, può emancipare l’Ue dagli Stati Uniti e costituire un’alternativa valida nelle dinamiche transatlantiche

Il Ministro della Difesa tedesco Annegret Kramp-Karrenbauer in foto con i Ministri della Difesa dell’Unione europea a Berlino, Germania, 26 agosto 2020. REUTERS/Axel Schmidt

Le basi fondamentali

Fino all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona nel 2009, le tre aree politiche fondamentali su cui si sarebbe basata la nascente Unione europea erano stabilite dal Trattato di Maastricht del 1992. Queste, meglio conosciute come i tre pilastri, riguardavano: 1) l’unione economico-monetaria dei Paesi europei; 2) la politica estera e sicurezza comune, unita nella costruzione di un’unica “voce” in risposta ad attori esterni ed eventi di carattere internazionale; 3) la cooperazione giudiziaria e di polizia in materia penale che era rivolta alla costruzione di uno spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia, in cui vi fosse collaborazione contro la criminalità a livello sovranazionale.

Una simile suddivisione e definizione di poteri e prerogative esercitate può essere riscontrata anche all’interno di uno Stato che riveste il ruolo di partner fondamentale della stessa Ue. Infatti, il sistema costituzionale federalista che permea la Costituzione americana concede esclusiva prerogativa al Governo federale di deliberare in materia di tre elementi fondamentali: politica monetaria, politica estera e difesa.

La strada verso la federazione europea

Nei dieci anni successivi alla Costituzione, nonostante la grave crisi economico-finanziaria del 2008-2009, le istituzioni dell’Ue hanno concentrato i propri sforzi nel raggiungimento degli obiettivi insiti nel primo pilastro: questi si concretizzano fondamentalmente nell’adozione della moneta unica – l’euro, ovviamente – e nella costituzione della Banca centrale europea. Inoltre, in futuro potremmo assistere allo sviluppo e alla formalizzazione di una comune governance economico-finanziaria, cioè di un bilancio unico europeo e della conseguente centralizzazione dei finanziamenti verso progetti di interesse generale, o più correttamente definibili di interesse “federale o unionista”.

Per quanto riguarda lo sviluppo del terzo pilastro, notevoli passi in avanti sono stati fatti attraverso la creazione di tre fondamentali strutture di coordinamento europeo tra gli Stati membri, in materia di cooperazione giudiziaria, penale e di polizia. Nello specifico, si fa riferimento alle istituzioni: Eurojust (o anche Unità di cooperazione giudiziaria dell’Unione europea), Europol (o Ufficio europeo di polizia) e da ultima, anche se ancora in fase di costituzione definiva, la Procura europea (Eppo).

Allo stesso modo, più recentemente, su impulso di alcuni Stati membri dell’Unione e di alcune influenti personalità europee, si stanno ponendo interessanti basi e prospettive in materia di politica estera e difesa comune (terzo pilastro). Per quanto riguarda la politica estera europea, si è maggiormente rafforzato il ruolo dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza (ruolo attualmente ricoperto dallo spagnolo Josep Borrell), affiancato dal Servizio europeo per l’azione esterna o European External Action Service.

Uno sviluppo completo di ogni possibile, potenziale e unica (oltre che univoca) diplomazia europea non è arrivato tuttora a compimento. Ciò essenzialmente è dovuto alle legittime prerogative dei singoli Stati nazionali derivanti dal diritto internazionale, dalla stipula dei trattati economici con partner extra-europei e da una non ben chiara definizione dei principi e interessi comuni su cui basare ogni azione “esterna” nell’odierno mondo globalizzato. A ciò si aggiunge la costante minaccia causata dal risorgente nazionalismo e dal desiderio di maggiore autonomia nelle scelte insita in ogni Stato membro.

La Pesco

Come già visto, il secondo pilastro poggia sue due elementi, di cui uno è evidentemente la politica del settore difesa e sicurezza. Dopo un’iniziale fase di stallo, nel 2017 il Consiglio degli Affari Esteri e Difesa dell’Ue ha ufficialmente approvato la costituzione della Cooperazione strutturata permanente (Pesco), cui aderiscono tuttora 25 dei 28 Stati membri. Essa, basandosi giuridicamente sull’articolo 42 del Trattato dell’Unione europea, ha come finalità primaria lo sviluppo congiunto di capacità per la difesa da mettere a disposizione delle operazioni militari dell’Ue, rafforzando in tal modo la capacità dell’Unione quale attore internazionale per la sicurezza e contribuendo, al contempo, a proteggere i cittadini dell’Ue, unitamente alla massimizzazione dell’efficacia della spesa per la difesa.

Allo stato attuale, i progetti di sviluppo delle capacità del comparto costituiscono la parte più corposa della Pesco. Ma come è possibile notare dalle finalità con cui essa venne pensata e costituita, i possibili steps di collaborazione, coordinamento e progettazione sono molto ampi; a maggior ragione se adeguatamente aggiornati in base alle esigenze comuni degli Stati membri, che sempre più comprendono la necessità di dover affrontare sfide e interessi impossibili da sostenere attraverso i rispettivi bilanci nazionali.

La Nato e le relazioni transatlantiche

All’interno dei paragrafi costituenti l’articolo 42 del TUE, vi è un esplicito riferimento alla Nato. Sia la Pesco, sia qualsiasi altra forma di cooperazione in materia di difesa e sicurezza europea, contengono al loro interno tutti quegli elementi giuridici utili per non “entrare in conflitto” con quell’organizzazione regionale che ha ricoperto il ruolo principale di difesa collettiva del Vecchio Continente. Negli ultimi anni, secondo molti analisti e studiosi di relazioni internazionali, quest’ultimo strumento è apparso molto costoso, eccessivamente burocratizzato, poco flessibile e anacronistico per le sfide attuali e future, oltre a un chiaro strumento di “pressione” politica esercitato a fasi alterne dal principale beneficiario: gli Stati Uniti. Gli Usa, tuttora, non vedono di buon occhio un’eccessiva emancipazione europea in materia di politica estera, difesa e sicurezza, poiché comprendono benissimo la possibilità di perdere un controllo pressoché totale su un elemento fondamentale all’interno dell’Occidente e per gli equilibri geopolitici globali.

Possibili nuovi equilibri

L’Unione europea è ancora in una fase di sviluppo e assestamento, sia nelle sue istituzioni sia nei suoi orientamenti, obiettivi e propositi. Può certamente contare su una buona base derivata dai principi giuridici scolpiti nei trattati costitutivi e di funzionamento. Una parte essenziale del suo miglioramento, soprattutto in funzione del benessere dei cittadini attuali e futuri che la abiteranno, sarà demandata ai legislatori e dai rappresentanti degli Stati membri.

Ma all’interno di un mondo globalizzato – perennemente in stato conflittuale per l’acquisizione delle risorse energetiche, caratterizzato da terrorismo e contrasti politici o economici – le sfide da affrontare nel campo della difesa saranno ancora gestibili dai singoli Stati-nazione europei?

@DavidePaolicchi

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