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Gli elettori premiano “la politica dell’accozzaglia” del socialista Costa. La stabilità del sistema portoghese è un dato eccezionale nel panorama europeo

In Portogallo, il Partito Socialista ha vinto le elezioni politiche celebrate lo scorso 6 ottobre, confermando i sondaggi delle settimane precedenti. Col 36,7% e 106 deputati, il PS ha riconquistato il primato nell’Assemblea della Repubblica, dove nel 2015 aveva totalizzato il 32,4% e il suo leader, nonché Primo Ministro nella passata legislatura, António Costa, ha vinto per la prima volta una competizione elettorale legislativa.

I socialisti, però, non hanno raggiunto l’agognata maggioranza assoluta di 116 seggi − pure mai apertamente invocata in campagna per non allarmare l’elettorato – col risultato di vedersi obbligati a una politica di alleanze, strategiche o puntuali, col resto dei partiti, in primo luogo con quelli dello schieramento progressista che, nel nuovo Parlamento, rappresenta oltre il 57%, totalizzando 142 seggi su 230 (al netto di quelli risultanti dal voto all’estero). E non solo con quelli più tradizionali che negli ultimi quattro anni hanno sostenuto il Governo Costa dall’esterno nella cosiddetta geringonça, il Bloco de Esquerda della portavoce Catarina Martins e la coalizione di comunisti (PCP) e verdi (PEV) guidata dal segretario del partito comunista Jerónimo de Sousa. Ma anche con il partito ecologista PAN, partito delle persone, degli animali e della natura, di André Silva che ha quadruplicato la sua rappresentanza e con la new entry Livre, partito nato nel 2014 da una scissione del Bloco, che ha portato una deputata all’Assemblea, la portavoce Joacine Katar Moreira, originaria della Guinea Bissau.

Ha vinto la sinistra, dunque, pure con una parziale modifica dei pesi relativi al suo interno: se il PS è cresciuto, il Bloco si è mantenuto più o meno stabile col 9,7% (contro il 10% del 2015), i comunisti sono calati di un punto e mezzo, dall’8% al 6,5%, il PAN ha conquistato 4 seggi triplicando i voti – il 3,3% – rispetto al 2015 e a Livre è stato sufficiente l’1,1% per entrare in parlamento. E ha perso la destra che, nell’insieme, ha totalizzato solo il 32,15%, pari a 82 seggi (senza contabilizzare quelli provenienti dal voto estero); nel 2015, la coalizione tra i conservatori del PSD e il partito democristiano CDC, con candidato l’ex Primo Ministro Pedro Passo Coelho, aveva vinto le elezioni col 38,5%.

Il crollo è stato soprattutto del CDC, cui è andato appena il 4,25% dei consensi, la sua Presidente Assunção Cristas ha già annunciato che si ritirerà dalla prima linea del partito; mentre al PSD di Rui Rio è andato il 27,9% del voto. Nello schieramento di centro-destra si registra l’entrata di due nuove formazioni con un seggio ciascuna ed appena l’1,3% dei consensi: Iniciativa Liberal (IL), d’indirizzo neo-liberista, dell’economista Carles Guimarães Pinto e, per la prima volta in Portogallo, l’estrema destra rappresentata dal partito Chega (CH), guidato da André Ventura. Molto alta la percentuale di astensione, una costante nelle elezioni portoghesi, superiore al 45%.

“Ai portoghesi piace la geringonça”, diceva Costa la notte delle elezioni valutandone i risultati. Riproponendo quel termine – marchingegno, accozzaglia – con cui i suoi avversari politici denigrarono l’inedita alleanza di sinistra nata nel 2015 attorno al partito arrivato secondo alle elezioni e diventato negli ultimi quattro anni, invece, sinonimo di successo di Governo. Era stata quella la prima volta, infatti, nella storia del Portogallo, di un governo non guidato dal primo partito e di una sinistra maggioritaria nel Parlamento, nonostante i socialisti fossero arrivati solo al secondo posto. Cosa, quest’ultima, che aveva obbligato socialisti, comunisti e Bloco ad accantonare storiche divisioni e diffidenze reciproche per trovare una soluzione di Governo che gran parte della popolazione aspettava dopo anni di sofferenza e impoverimento sociali. Non un accordo parlamentare tra tutti, né una coalizione, ma un Governo di minoranza presieduto da Costa col sostegno esterno degli altri partiti di sinistra nella forma di singoli accordi bilaterali.

Le elezioni del 2015, infatti, avevano dato ancora la vittoria all’ex Primo Ministro Coelho del PSD che si presentava in coalizione coi democristiani, senza però riconoscergli la maggioranza assoluta, condizione quest’ultima analoga a quella di gran parte dei Paesi in cui si celebrarono elezioni negli anni della crisi. Il Governo Coelho, all’indomani delle elezioni del 2015, durò appena 10 giorni, il tempo di reazione della sinistra per farlo cadere con un voto di sfiducia, dando vita, al suo posto, al nuovo esecutivo Costa.

La crisi economica in Portogallo era stata violenta, come nel resto del Sud Europa. La perdita di reddito per i tagli ai salari e il congelamento delle retribuzioni pubbliche e dei pensionamenti anticipati e la riduzione nelle prestazioni di disoccupazione avevano fatto precipitare un terzo della popolazione portoghese, in alcuni momenti tra il 2009 e il 2014, in una situazione di povertà. La disoccupazione reale era arrivata a superare il 20% e il deficit, nel 2011, era asceso fino all’11,2%.

Solo nel 2014 era cominciata la ripresa in Europa, dispiegando i suoi effetti anche in Portogallo. Costa approfittò della congiuntura esterna che stava diventando favorevole per fare politiche che consentirono di ricostruire la coesione sociale senza contrapporsi al diktat della troika economica. A una serie di misure sociali che andavano dall’aumento del salario minimo e delle pensioni alla riduzione delle tasse universitarie e dell’Iva sui beni di largo consumo, corrispose infatti una politica di equilibrio nelle finanze pubbliche, con  una riduzione del rapporto deficit su Pil fino a una percentuale inferiore all’1%, anche a costo di sacrificare parte degli investimenti nella sanità pubblica e nel trasporto pubblico; mentre il tasso di disoccupazione si attestava sugli attuali valori di poco superiori al 6%.

In un Paese che ha sempre avuto nell’emigrazione la sua valvola di sfogo, fu una legislatura positiva, accompagnata da un modello di sviluppo fondato sugli investimenti stranieri attratti dai bassi prezzi e sul turismo, favorito anche dall’esenzione delle pensioni per gli stranieri residenti nel Paese, con conseguente crescita della speculazione immobiliare. E per quanto gran parte dei portoghesi non sembri sentirsi ancora “fuori pericolo”, l’esperienza della geringonça riuscì a guadagnarsi consenso sociale all’interno e plauso politico all’esterno, dimostrando che si poteva gestire una politica dei conti pubblici virtuosa senza però scaricarne i costi sulla popolazione. Il contrario di quanto avveniva in quegli anni nel resto dei paesi europei e spesso per mano di Governi a guida socialista.

Costa, all’indomani delle elezioni, si è subito messo al lavoro per rieditare un’alleanza come quella di quattro anni fa, possibilmente allargata a tutti i soggetti che compongono oggi lo schieramento progressista. Consapevole, però, che la soluzione potrebbe passare invece per un Governo di minoranza con accordi puntuali e con l’obiettivo di scongiurare una “impasse alla spagnola”.

La sinistra portoghese si contende uno spazio elettorale che va da quello più tradizionale dei socialisti, votati nei collegi dove più basso è il potere d’acquisto, ai municipi con maggior presenza di giovani e alto grado d’istruzione dove il Bloco pesca più voti; dai collegi con alta presenza di giovani e livelli di salario più elevati che vota PAN, al bacino del partito comunista in collegi dove la popolazione è più anziana. Sono partiti con date di nascita diverse – dal partito comunista del ’21 al Bloco del ’99, dai socialisti del ’73 al PAN del 2009 – e con differenti idee di alleanza: il Bloco disponibile a negoziare l’intera legislatura su misure concrete per essere il socio preferenziale dei socialisti, i comunisti decisi a mantenere la loro indipendenza, il PAN interessato a un accordo bilaterale col PS e Livre mobilitato su una strategia congiunta della sinistra. Ma comunque obbligati a trattare tra loro per restituire in termini di azione di governo il voto dell’elettorato.

@em_brandolini

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