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Prigioni d’Europa

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In Olanda scarseggiano i detenuti, in Francia il record dei suicidi.

 

C’è la Francia che è quinta in Europa per il tasso di suicidi in cella, mentre la Norvegia ha le prigioni “più umane” al mondo. E se l’Italia ha le carceri che scoppiano ed è stata condannata dalla Corte di Strasburgo nel gennaio del 2013, la Svezia ha così pochi detenuti che ha già chiuso quattro penitenziari lo scorso anno.

La Germania ha puntato tutto sulle pene alternative alla galera e la popolazione detenuta è diminuita del 20% in meno di dieci anni. I Paesi Bassi cercano affittuari per le proprie strutture carcerarie perché mancano i detenuti. Invece la Grecia ha carceri stracolme ma deve fare i conti con i tagli di bilancio per gestirle: da 136 a 111 milioni di euro dal 2009 ad oggi.

Il puzzle delle prigioni d’Europa è fatto di tasselli che si incastrano a fatica tra loro, viste le realtà locali molto diverse sia per storia sia per scelte politiche. Da un lato ci sono le situazioni critiche di Grecia, Italia e Francia, dove centinaia di segnalazioni e denunce sono arrivate a causa del trattamento della popolazione carceraria. Dall’altro si trovano le nazioni considerate modello anche oltreoceano, come Norvegia, Paesi Bassi, Germania e Svezia. Qui, nonostante il tasso di criminalità non sia diminuito, si è scelto di trovare pene diverse da quella detentiva per svuotare le galere, abbassare i costi per lo Stato e puntare alla riabilitazione dei detenuti.

Della Grecia, l’ultimo rapporto Ue e un’inchiesta dell’Associated Press non decantano certo le lodi del passato splendore, ma anzi raccontano di un Paese al collasso, anche quando il dossier sul tavolo è quello che riguarda prigioni e detenzione. Nelle carceri del Paese, ci sono oltre 12mila detenuti stipati in poco più di 8mila posti disponibili.

A volte mancano i letti, c’è chi dorme per terra e gli istituti penitenziari rifiutano l’arrivo di nuovi detenuti. Il numero di persone è lo stesso che vive sotto custodia nei centri olandesi, ma i fondi per mantenere le strutture e i servizi sono meno di un ventesimo di quelli dei Paesi Bassi (111 milioni di budget contro 2 miliardi). Un prigioniero di nome Giorgos Aslanis ha vissuto, per tre mesi della sua vita, in uno spazio talmente ristretto, puzzolente, senza cibo a sufficienza da essere poi risarcito dalla Corte europea dei diritti umani con (solo) 8.000 euro più 2.000 euro di spese legali.

Subito dopo l’esempio greco, quando si parla di sovraffollamento, nella black list delle prigioni del Vecchio Continente spiccano le galere italiane, condannate dalla Corte di Strasburgo perché ospitavano all’interno delle strutture 145 carcerati ogni 100 posti. Nelle stesse prigioni, lo scorso anno sono morti 99 detenuti, di cui 47 per suicidi accertati e 24 per malattia. Il primato dei decessi spetta a Rebibbia, carcere di Roma. Le norme impongono uno spazio di almeno 9 metri quadri per ciascun detenuto, ma, in almeno 400 casi denunciati in Italia, i metri a disposizione dei detenuti erano tre.

In Francia, invece, la popolazione carceraria è di poco diminuita negli ultimi due anni, ma secondo un rapporto del Consiglio d’Europa datato aprile 2014, ci sono stati 100 suicidi in un anno, su un totale di 117 detenuti ogni 100mila abitanti. Solo il Lussemburgo, la Finlandia, il Montenegro e la Slovenia fanno peggio di Parigi, dove il tasso di detenzione è cresciuto del 26% dal 2003 ad oggi, con un 17,2% di migranti dietro le sbarre.

L’Europa però vanta anche le “cinque stelle” della prigione di Halden in Norvegia, un penitenziario di massima sicurezza, dove non esistono sbarre alle finestre e ogni dieci celle c’è una cucina e un soggiorno. Il carcere è ormai “sovraffollato” ed è intenzionato a spedire i detenuti nelle strutture di detenzione olandesi dove ci sono attualmente più guardie che carcerati. I Paesi Bassi, che hanno annunciato la chiusura di otto strutture detentive entro il 2018, hanno accettato di ospitare, infatti, i detenuti in arrivo dalla Norvegia e di affittare qualche struttura vuota al Belgio. La strategia del governo olandese negli ultimi anni, così come quella del governo tedesco, è stata quella di imporre sanzioni, libertà vigilata e altri programmi alternativi alla galera soprattutto per i crimini non violenti, in tandem a processi molto più corti nei casi in cui la detenzione risulta inevitabile.

La legge sulle carceri in Germania contiene un esplicito riferimento alla riabilitazione dei detenuti e afferma che il solo obiettivo della carcerazione è di permettere ai prigionieri di condurre una vita “libera dal crimine” una volta fuori dal carcere. I detenuti, a meno che non si siano macchiati di reati di eversione o terrorismo, non perdono il diritto di voto.

E in un editoriale del novembre scorso, il New York Times ha individuato proprio nell’esempio olandese e tedesco un modello di riferimento: in questi Paesi i detenuti trascorrono per la maggior parte un massimo di un anno in carcere, mentre gli Stati Uniti si trovano a gestire un terzo della popolazione carceraria mondiale.

Su riabilitazione post-carcere e prevenzione della reiterazione dei reati ha puntato anche la Svezia, che tra il 2011 e il 2012 ha visto diminuire la popolazione carceraria del 6%, oggi pari a 4.500 detenuti. Il governo, deciso a ridurre i costi effettivi e sociali delle carceri, ha chiuso quattro strutture nel 2013 e sta puntando alla libertà condizionata come strumento alternativo alla pena detentiva, specialmente per i reati minori.

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