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Il pueblo unido protesta

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L’America Latina è piombata in una crisi economica che sta scatenando rivolte popolari contro l’inefficienza e la corruzione dei sistemi

Il Sudamerica è esploso. In Cile oltre un milione di manifestanti sono scesi nelle strade per marciare contro le disuguaglianze. In Bolivia gli scontri innescati dalla rielezione non trasparente di Evo Morales hanno convinto l’esercito a schierarsi contro di lui, forzandone le dimissioni. In Colombia studenti e sindacati hanno scioperato in massa contro Iván Duque. In Ecuador le grandi proteste contro la revoca dei sussidi per il carburante hanno indotto il Presidente a spostare il Governo lontano dalla capitale. Il Perù è travolto dallo scandalo Odebrecht – l’impresa di costruzioni al centro di un’enorme indagine di corruzione –, in cui risulta implicato anche l’attuale Presidente Martín Vizcarra: ha sciolto il Parlamento, che a sua volta lo ha sospeso dai poteri; sono previste nuove elezioni per la fine di gennaio. L’Argentina è lontana dal caos politico e sociale, ma è immersa invece in una grave crisi economica: la netta vittoria del peronista Alberto Fernández alle elezioni del 27 ottobre è un segnale dell’insoddisfazione popolare nei confronti del modello neoliberista proposto da Mauricio Macri.

Riunire tutte queste vicende in un’unica storia – ricondurle, in altre parole, a una singola causa ultima – sarebbe impossibile e metodologicamente sbagliato. È stata spesso spiegata per generalizzazioni (il “decennio perduto” negli anni Ottanta, poi il “Washington consensus”, poi la “marea rosa”, poi l’”onda conservatrice”), ma l’America meridionale è una regione vasta e diversa, composta da numerosi Stati che non si muovono in maniera coerente, come fossero un’entità sola. Tenendo sempre a mente le singole specificità, ci sono tuttavia, anche in questo caso, delle tendenze di fondo che possono aiutare nella comprensione dei fatti degli scorsi mesi. Il primo fattore, e forse anche il principale, è il malessere economico e sociale. Il secondo, collegato al precedente e spesso inseparabile, è la rabbia verso la politica, percepita come lontana e corrotta.

All’inizio degli anni Duemila il boom delle materie prime, dovuto principalmente all’alta domanda della Cina, rese possibile una fase di buona crescita economica in America Latina. Le entrate furono redistribuite e milioni di persone entrarono così nella classe media, rivoluzionando il loro stile di vita e convincendosi che avrebbero mantenuto per sempre il benessere acquisito. Cessato però il “botto” delle commodities dopo una decina di anni, molti Governi non furono più in grado di sostenere la generosa (talvolta smodata) spesa pubblica. Risultato: gravi deficit di bilancio; stagnazione; aumento della povertà in qualche caso; rancore nei confronti della politica, accusata di aver tradito le aspettative dei cittadini.

Le radici delle proteste in Cile affondano proprio in questo senso di frustrazione, più che nella misura – l’aumento del prezzo del biglietto della metropolitana – che ha dato il via alle rivolte. Tanto che il Presidente Sebastián Piñera ha prima sospeso la legge contestata e poi sostituito alcuni Ministri del Governo, andando incontro alle richieste dei manifestanti, ma le agitazioni sono comunque continuate. La situazione, a un primo sguardo, sembrerebbe paradossale, perché il Cile è uno dei Paesi più ricchi e stabili del Sudamerica. I suoi indicatori economici e i suoi livelli di qualità istituzionale sono invidiabili se confrontati con il resto della regione: ha il reddito pro capite più alto dell’America Latina, un debito pubblico basso, un tasso di inflazione sotto controllo e un ritmo di crescita notevole, con una media del 3% annuo nell’ultimo decennio. È al 27° posto nell’Indice di percezione della corruzione, quando l’Argentina è all’85°, la Bolivia al 132° e il Perù e il Brasile al 105°. Se tutto questo è vero, è altrettanto vero che la disparità di ricchezza è però molto alta, anche a causa di politiche di redistribuzione piuttosto ristrette e quindi poco efficaci. Ma non è solo una questione di dati, anche perché l’America Latina ha da sempre un problema con la disuguaglianza. È che l’asticella di sopportazione si è abbassata: alla neonata classe media non basta sopravvivere ma ha aspettative maggiori, e possiede anche una maggiore consapevolezza – grazie ai social network – dello stile di vita delle èlite.

Questa rabbia non è “politicizzata” – nel senso che va oltre la classica distinzione destra-sinistra – ma si sfoga sulla politica intesa come sistema, prima ancora che contro il singolo Presidente o il singolo Governo. I sondaggi ci dicono che i latinoamericani non sono generalmente contenti del funzionamento della democrazia nei loro Paesi (i soddisfatti sono scesi dal 44% nel 2010 al 24% nel 2018, secondo Latinobarómetro) e che questa sfiducia è più forte nei giovani rispetto agli anziani. Un recente studio di LAPOP sostiene che solo il 57,8% dei latinoamericani affermava di sostenere la democrazia nel 2017, un calo di 8,6 punti rispetto ad appena tre anni prima. Tra le cause dello scontento figura certamente la stagnazione economica ma anche l’insicurezza e lo sdegno per la corruzione, problemi che affliggono la regione da secoli.

Non bisogna tuttavia commettere l’errore di pensare che questo scetticismo verso la democrazia possa sfociare in un ritorno delle dittature militari: il Sudamerica e il mondo non sono rimasti ai tempi della Guerra fredda. È vero però che i militari continuano a mantenere un ruolo importante nella politica latinoamericana (compreso il Messico), e non è un caso se lo scorso ottobre – il mese “caldo” delle proteste – i capi di Stato di Ecuador, Cile e Perù abbiano deciso di mostrarsi circondati dai soldati; più recentemente, anche la Presidente della Bolivia succeduta a Morales, Jeanine Áñez, si è fatta fotografare seduta al tavolo insieme ad alcuni ufficiali dell’esercito. Come ha scritto bene l’analista Max Fisher sul New York Times, visto che in America Latina le istituzioni democratiche sono ancora deboli e poco consolidate tra la popolazione, nei momenti di crisi i leader civili tendono ad affidarsi ai militari per affermare la propria legittimità. “L’esercito è dalla mia parte”: è questo il messaggio rivolto, a seconda dei casi, ai manifestanti anti-governativi oppure agli avversari politici che premono per le dimissioni.

Anche Evo Morales si era appellato ai militari per riportare l’ordine nelle strade, ma questi alla fine si sono schierati contro di lui. I disordini erano scoppiati subito dopo la diffusione – giudicata poco trasparente e sospetta – dei risultati delle elezioni del 20 ottobre, che indicavano una netta vittoria del Presidente uscente senza bisogno del ballottaggio. Morales aveva accettato di indire nuove votazioni, accogliendo la richiesta dell’OSA (organizzazione internazionale che riunisce molti Stati americani), che aveva effettivamente riscontrato irregolarità e manipolazioni. L’esercito però lo ha invitato a dimettersi per placare le proteste, cosa che Morales ha fatto, parlando però di “colpo di Stato” e rifugiandosi in Messico.

La crisi boliviana è interessante, per due motivi su tutti. Il primo ha a che vedere con la natura delle proteste: soprattutto politica, ma non bisogna dimenticare lo scontento dei giovani – gli under 35 sono quasi la metà della popolazione – che chiedono migliori opportunità lavorative e ambiscono allo standard di vita della classe media. Il secondo è interpretativo: si è trattato di un golpe? Morales si è dimesso a causa delle manifestazioni pro-democrazia, oppure a causa dell’ingerenza dei militari? Difficile dirlo con assoluta certezza, ma la risposta che i cittadini boliviani daranno a questa domanda determinerà la legittimità o meno dei Governi che succederanno a quello di Morales e, di conseguenza, la stabilità del Paese.

La Presidente ad interim Jeanine Áñez, di destra, ha detto di voler unire la nazione, ma l’impressione è che stia piuttosto esasperando le divisioni. Esibendo continuamente la sua fede cristiana, professata dalla maggior parte dei boliviani, ha escluso gli indigeni. E decidendo di rompere i rapporti diplomatici con il Venezuela di Nicolás Maduro, molto vicino a Morales, ha palesato la volontà di cancellare ogni traccia del suo predecessore.

@marcodellaguzzo

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di gennaio/febbraio di eastwest.

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