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Proteste globali: lo scontento è “glocal”

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Proteste globali: il dialogo tra il potere e le masse è a rischio. E quando il potere non lo accetta si va incontro a repressioni e radicalizzazioni, con costi altissimi di vite umane e libertà residuali

Proteste globali: dialogo tra potere e masse a rischio

Le persone accendono i loro telefoni cellulari durante una protesta indetta dai movimenti catalani di indipendenza ANC e Omnium Cultural per celebrare un anno di prigione dei loro leader Jordi Sanchez e Jordi Cuixart, in Piazza Catalunya a Barcellona, ​​Spagna, 16 ottobre 2018. REUTERS/Albert Gea

Li Wenliang può essere per la Cina ciò che è stato Mohamed Bouazizi per la Tunisia? La morte del medico di Wuhan, che era stato arrestato dopo aver lanciato l’allarme del nuovo coronavirus prima di rimanerne contagiato, può innescare una rivolta pro-libertà e democrazia come era accaduto con il venditore ambulante tunisino che, immolandosi con il fuoco il 17 dicembre 2010 per protestare contro la corruzione dei funzionari locali, aveva innescato le rivolte della Primavera Araba nel suo Paese e nel resto della regione?

La domanda può apparire insensata, tanto la Cina è diversa dalla Tunisia di dieci anni fa, compresa la capacità di controllo orwelliano sulla sua popolazione. Inoltre, a differenza di altri regimi presenti e passati, quello di Pechino trae gran parte della sua legittimità da un benessere economico relativamente diffuso. La crescente prosperità finora è stato il miglior garante della pace sociale e politica per il regime cinese. Eppure, in un’era segnata dalle “rivolte glocal”, anche nella Cina dell’imperatore rosso Xi Jinping la morte di un medico-simbolo di 34 anni ha provocato una reazione senza precedenti: centinaia di milioni di messaggi sui social media cinesi che la macchina della censura di Pechino non è stata in grado di contenere. Potrebbe essere il sintomo che la versione cinese di panem et circenses non basta più, quando si mescolano fattori come corruzione, limitazione della libertà, incompetenza e paura.

Il 2019 è stato l’anno delle “rivolte glocal”: un trend di proteste a livello globale, ciascuna delle quali aveva caratteristiche locali. Da Santiago del Cile a Hong Kong, passando per i gilet gialli in Francia, le strade di Beirut e di Algeri, le piazze di Barcellona e Baghdad. Il vento del cambiamento si è messo a soffiare in tutti i continenti, portando a cambi di regime o violente repressioni. In Sudan le proteste sul prezzo del pane hanno portato alla destituzione di Omar al-Bashir. In Algeria le enormi manifestazioni contro il quinto mandato di Abdelaziz Bouteflika hanno spazzato via una parte della vecchia classe dirigente e l’elezione a Presidente di un membro dell’ancien regime non ha calmato la rabbia. In Egitto Abdel Fattah al-Sisi ha dovuto ricorrere a una dura repressione contro un nuovo tentativo di rivoluzione. In Iran, i mullah della Repubblica islamica sono stati colti di sorpresa dalle manifestazioni anti-regime scoppiate a Teheran per l’abbattimento di un aereo ucraino subito dopo i grandi funerali per l’uccisione del generale Qassem Soleimani.

In Iraq le proteste contro il caro-vita e la corruzione hanno assunto una dimensione religiosa che fa temere una guerra civile. In Libano le stesse motivazioni hanno portato all’esito inverso con la popolazione che chiede il superamento dell’assetto costituzionale settario. In Ecuador le masse in strada hanno costretto il Presidente Lenin Moreno e la sua amministrazione a fare marcia indietro sulla cancellazione dei sussidi dell’energia. In Cile le proteste contro l’aumento del prezzo del biglietto della metropolitana di Santiago hanno costretto il Governo a avviare un dialogo sulla stesura di una nuova Costituzione. In Bolivia Evo Morales è dovuto scappare di fronte alle rivolte per la sua rielezione. In Spagna le strade di Barcellona sono state per giorni il teatro di guerriglia dopo la condanna dei leader separatisti catalani. In Francia Emmanuel Macron è riuscito a contenere la popolarità dei gilet gialli grazie a una serie di concessioni politiche e sociali, compresa la marcia indietro sul prezzo della benzina. A Hong Kong sei mesi di grandi manifestazioni e guerriglia contro Xi Jinping e i suoi accoliti locali sono sfociati in una vittoria senza precedenti del campo anti-Pechino alle elezioni municipali.

Basta questa rapida e incompleta panoramica per comprendere che queste rivolte sono tutte diverse tra loro. Ma ci sono anche tratti comuni importanti in questo ventunesimo secolo. L’espressione dello scontento avviene secondo i vecchi metodi degli slogan, delle marce e, spesso, della violenza. Nell’epoca dell’individualismo, le masse riprendono importanza. L’aggregazione e l’organizzazione dello scontento, invece, passano attraverso i nuovi mezzi della comunicazione digitale, come i social network e le messaggerie istantanee. Nella gran parte dei casi, inoltre, le “rivolte glocal” non hanno una leadership, ma sono caratterizzate da un’apparente spontaneità. Infine, in diversi casi è una decisione apparentemente minore a servire da innesco della protesta – l’aumento del prezzo della benzina in Francia, di quello del pane in Sudan, di quello del biglietto della metropolitana in Cile – ma i singoli movimenti rapidamente moltiplicano le loro rivendicazioni senza tuttavia riuscire a strutturarle. Il risultato è lo stesso delle proteste originate da motivazioni prettamente politiche: i movimenti chiedono un cambio di regime o almeno la sostituzione dei governanti al potere.

Le “rivolte glocal” digitalizzate e senza leader hanno un indubbio merito. Le Cassandre che predicono il declino della democrazia e della libertà, in un 21° secolo dominato da uomini forti e regimi orwelliani, si sbagliano. Gli abitanti di Hong Kong tengono più alla loro libertà che alla loro prosperità, perché del resto sanno che sono interdipendenti. A Santiago del Cile, dietro qualche centesimo in più per il biglietto della metro, c’è il desiderio di superare in modo definitivo quel che aveva lasciato la dittatura di Pinochet. L’Algeria, il Libano e l’Iraq mostrano che la Primavera Araba non si è definitivamente spenta, malgrado altrove sia stata repressa con la violenza o la guerra civile. In alcune democrazie, le proteste hanno spinto il potere a correggersi. È il caso della Francia, dove Emmanuel Macron si è improvvisamente reso conto del costo politico e sociale che comporta un progetto promosso dalle élite urbanizzate come la transizione ecologica per lottare contro il cambiamento climatico. In alcuni regimi autoritari, per contro, la repressione è spesso diventata un boomerang per chi sta al potere. Le velate minacce di un intervento militare a Hong Kong da parte della Cina hanno spinto milioni di persone a coinvolgersi direttamente nelle manifestazioni anti-Pechino.

Tuttavia vi sono anche numerosi rischi insiti nelle “rivolte glocal”, che stanno attraversando il mondo. Nei regimi autoritari il più evidente è che la repressione abbia successo, con costi altissimi in termini di vite umane e libertà residuali. La Cina ha risposto alle rivendicazioni della popolazione uigura nello Xinjiang rinchiudendo un milione di persone in un gulag di campi di lavaggio del cervello e sperimentando un sistema di sorveglianza a alta tecnologia che con ogni probabilità utilizzerà anche altrove. Nelle democrazie i rischi sono molteplici. Quando il potere non accetta il dialogo, come nel caso della Spagna con l’indipendentismo catalano, si radicalizza e spinge alla radicalizzazione. Se i Governi non sono in grado di rispondere in modo efficace a un profondo scontento generalizzato, gli elettorati lo esprimono nelle urne indirizzando il loro voto verso partiti populisti di estrema destra o estrema sinistra. Lo si è visto in Italia con il successo del Movimento 5 Stelle prima, e della Lega di Matteo Salvini poi.

L’esempio italiano offre diverse lezioni. La vera rivolta c’è stata nelle urne, ma non nelle piazze, e ha portato al potere un partito di incompetenti e un uomo forte. Uno dei pericoli delle “rivolte glocal”, per la loro natura, è che producano lo stesso risultato: il caos o forme di autoritarismo. Senza leader e corpi intermedi, non ci sono interlocutori con cui dialogare per arrivare a una soluzione negoziata e nemmeno classi dirigenti all’altezza in grado di prendere il posto dell’ancien regime. Quando l’obiettivo diventa l’abbattimento del potere esistente, perché la rivolta pretende di inglobare tutti gli scontenti, non c’è un programma strutturato di rivendicazioni che possano essere realisticamente realizzate. Le “rivolte glocal” sono una realtà e hanno un senso ma, affinché abbiano uno sbocco realmente positivo, i loro protagonisti devono essere in grado di governare la fase successiva alla rivolta. Per certi aspetti è proprio la Tunisia di Mohamed Bouazizi a mostrare l’esempio. Tra mille difficoltà e contraddizioni, grazie a una società civile vibrante che non ha abbassato le braccia e ha preferito il dialogo al conflitto, la costruzione della fragile democrazia tunisina continua.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di marzo/aprile di eastwest.

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