EN

eastwest challenge banner leaderboard

Hong Kong revolution

Indietro

Lo scarso carisma di Carrie Lam spiega solo in parte le proteste. Le nuove generazioni chiedono partecipazione democratica

Il 16 ottobre, dopo più di quattro mesi di intense proteste a Hong Kong, il Capo dell’Esecutivo, Carrie Lam, si è presentata al Consiglio Legislativo di Hong Kong per leggere il suo discorso annuale, che mette in evidenza le priorità politiche per l’anno legislativo a venire. L’edificio era circondato dalla polizia in tenuta anti-sommossa, e anche se le camere sono state ripulite dai graffiti, intorno al complesso governativo i segni dei disordini recenti sono ovunque. Scritte, che chiedono il suffragio universale o che insultano le forze dell’ordine sono state ripitturate in fretta. Manifesti che mostrano ragazzi con l’elmetto da muratore e la maschera che protestano. Winnie-the-Pooh, irrispettoso avatar del Presidente cinese Xi Jinping, rappresentato come un essere feroce e dai denti aguzzi, o morto in una pozza di sangue.

Ma l’arrivo alla legislatura di Lam è, a suo modo, importante: da quando è iniziata la più grave crisi politica degli ultimi cinquant’anni nella ex colonia britannica, gli incontri fra lei e l’opposizione sono stati inesistenti. In primavera, prima che cominciassero le proteste, ma quando la legge sull’estradizione verso la Cina era già stata annunciata e aveva iniziato il suo iter amministrativo per entrare a far parte del codice penale, i parlamentari dell’opposizione avevano richiesto un incontro, per cercare di fermare la legge. Lam rifiutò, dicendo che non ne vedeva il motivo, dato che loro erano in disaccordo con la sua decisione e sapeva già che non sarebbero stati disposti a essere convinti. Questa concezione del dialogo è quella che ha accompagnato l’interezza dell’instabilità politica di Hong Kong di quest’estate.

Così, il primo incontro è avvenuto proprio il 16 ottobre, il giorno del policy address annuale, e non è andato affatto bene: Lam è entrata in Parlamento seguita da guardie del corpo e uomini della sicurezza, ed è stata accolta da fischi e manifesti di protesta dei legislatori dell’opposizione. Offesa, se ne è andata, e ha diffuso il suo discorso tramite un video. Questo si è incentrato quasi totalmente sulla necessità di rendere maggiormente accessibile l’immobiliare – forse il più caro al mondo, a Hong Kong – con grossi piani di costruzione, di confisca di terre non utilizzate, rilancio di case popolari e appartamenti a prezzi ridotti. Come se i più di quattro mesi di proteste, i quasi 3000 arresti, gli innumerevoli lanci di lacrimogeni, proiettili di gomma, proiettili a pallini, camion ad acqua che sparano tintura urticante blu sui manifestanti – per non contare le percosse, la spaccatura profonda nella società, la violenza che non si era vista dal 1967 nelle strade di Hong Kong… Ecco, come se tutto questo fosse stato causato dal caro-affitti, non dalla mancanza di democrazia.

E Carrie Lam, la figura centrale di questa crisi per la quale ancora non si vedono né sbocchi né vie d’uscita, rappresenta tutto quello che la maggior parte dei cittadini di Hong Kong vorrebbe veder cambiato: è stata eletta nel 2017 con appena 777 voti, su 1200. Questi 1200 votanti appartengono a un gruppo che, secondo Pechino, sarebbe “largamente rappresentativo” – ma che in realtà è composto soprattutto da sostenitori del Governo centrale, che vengono dunque chiamati comunemente “pro-Pechino”. Si tratta dell’élite della finanza, dell’industria e dell’immobiliare, burocrati di lungo corso e qualche rappresentante religioso. Colmo della sfortuna, il numero 7, in cantonese pronunciato chat, è anche un omofono di un modo non troppo delicato di riferirsi all’apparato genitale maschile – un dettaglio al quale i cittadini di Hong Kong, affamati di suffragio universale, non sono rimasti sordi, non appena si è presentata l’occasione di trovare insulti arguti contro l’indesiderata Capo dell’Esecutivo. Tre volte sette, poi, è davvero sfidare la sorte, per una rappresentante politica senza alcuna popolarità, e dalla legittimità contestata. 

Parole irrispettose a parte, la questione del suffragio universale è annosa, richiesta a gran voce con manifestazioni fiume da decenni, tant’è che è stata promessa ai cittadini di Hong Kong nell’articolo 45 della Legge Fondamentale che governa Hong Kong dal 1997, da quando questa non è più una colonia. La Legge Fondamentale venne scritta da giuristi di Hong Kong, cinesi e anche britannici, dopo gli accordi Sino-Britannici del 1984, firmati da Margaret Thatcher e Deng Xiaoping, che governarono il ritorno di Hong Kong alla Cina. Il documento è stato deposto in tutta pompa alle Nazioni Unite, ma le parti che riguardano il suffragio universale restano lettera morta.

Le manifestazioni degli ombrelli del 2014 furono scatenate proprio dalla proposta di Pechino di procedere con questo tema spinoso acconsentendo a far votare tutti i maggiorenni di Hong Kong ma solo per “due, massimo tre candidati” prescelti da Pechino. Gli studenti e i lavoratori di Hong Kong occuparono per 79 giorni alcune vie nevralgiche della città, dicendo che queste erano elezioni alla nordcoreana, e che la proposta era indecente.

Quando Carrie Lam, quest’anno, ha voluto far passare una legge sull’estradizione – che avrebbe reso possibile che la Cina richiedesse sospetti criminali affinché fossero processati in Cina, dove i giudici devono tutti giurare fedeltà al Partito Comunista – per molti era la prova che un leader non popolarmente eletto non poteva prendere altro che decisioni inadeguate. Ma Lam, nota per una cocciutaggine quasi autistica, e una sincera incapacità di ascoltare opinioni diverse dalle sue, non ha preso nota nemmeno delle critiche dei suoi consiglieri più vicini. Ha continuato imperterrita a procedere con la legge sull’estradizione, ignorando due manifestazioni massicce, prima di un milione e poi di più di due milioni di persone, e ignorando anche due manifestazioni silenziose dei maggiori giuristi di Hong Kong. “Mi dispiace che ci sia così poca comprensione per questa legge, che è un’ottima legge”, ha ripetuto, ammettendo solo che il problema poteva consistere nel fatto che non aveva saputo spiegarla bene. Nemmeno ai maggiori giuristi di Hong Kong.

Una leader non rappresentativa e così incapace di cogliere il sentimento popolare non può che farsi detestare: il 1 luglio, dopo una contromanifestazione nel giorno dell’anniversario del passaggio di sovranità di Hong Kong dalla Gran Bretagna alla Cina, alcuni manifestanti sono entrati di forza nella Legislatura, per colpire il simbolo della loro frustrazione. Stando alla mini-Costituzione di Hong Kong, anche il Parlamento dovrebbe potere essere interamente eletto per suffragio universale: oggi, invece, solo la metà dei 70 legislatori sono eletti tramite le urne, gli altri 35 sono selezionati da Grandi Elettori corporativi. Dopo la protesta del 2014, invece di cercare di aprire maggiori canali di dialogo e affrontare alcune delle questioni che erano state sollevate – molte delle quali, oltre alla richiesta di partecipazione politica, sono di natura identitaria, come la necessità che venga protetta, non marginalizzata, la lingua cantonese parlata a Hong Kong – l’amministrazione di Hong Kong ha proceduto, lentamente, ad arrestare i leader del movimento degli ombrelli, con pene sempre più severe, e a espellere dal Parlamento alcuni dei loro rappresentanti che erano stati eletti. Eddie Leung, politicizzatosi nel 2014 ma venuto alla ribalta nel 2016 con la breve “Rivoluzione delle Polpette di Pesce” (dal nome di uno snack locale venduto da venditori ambulanti perseguitati dalla polizia per non avere la licenza) a 24 anni si è visto infliggere una pena di 6 anni di prigione per aver gettato un sanpietrino alla polizia – senza peraltro colpirla. Il suo slogan, “Riprendersi Hong Kong, Rivoluzione dei nostri tempi” è diventato il motto delle manifestazioni del 2019. 

Dunque, la legislatura stessa è ancora meno rappresentativa di quello che potrebbe essere: sei legislatori pro-democrazia sono stati espulsi con pretesti politici, mentre a molti altri non è stato nemmeno permesso di candidarsi dato che avevano sostenuto posizioni invise a Pechino, chiedendo maggiore autonomia per Hong Kong. Sotto Xi Jinping, il Presidente cinese che più di ogni altro ha deciso di affrontare questioni identitarie e di differenze culturali solo con l’assimilazione forzata – come si vede in Xinjiang e in Tibet – questo tipo di velleità sono viste come una sfida al potere centrale, e l’incapacità di concedere anche poco irrigidisce ogni posizione. 

In un certo senso, dunque, la frattura fra il Governo di Hong Kong e la piazza era già stata consumata nel 2014, e nessuno che aveva il potere di farlo ha fatto nulla per sanarla. Nel 2019, lo scontento politico è stato affidato solo alle forze dell’ordine: testardamente, malgrado i mille tentativi di mediazione portati avanti da vari elementi della società civile, Carrie Lam ha deciso che avrebbe affrontato un problema politico solo come se si trattasse di una questione di ordine pubblico. E da allora, siamo a uno stallo. Pechino guarda con occhi sempre più torvi, e aumenta il numero di polizia paramilitare che viene mandata di stanza a Hong Kong. Per il resto, nelle strade di questa straordinaria città, la polizia concede sempre meno permessi per manifestare, rendendo ogni protesta illegale, e gli scontri si fanno sempre più violenti. Ora la rabbia dei manifestanti si scaraventa contro ogni simbolo del Governo e del potere, e contro i loro sostenitori: così, vengono vandalizzate stazioni della metropolitana e ristoranti appartenenti a uomini e donne d’affari pro-Pechino. Ma la frustrazione è così forte e diffusa che secondo i più recenti sondaggi del quotidiano Ming Pao, più del 70% della popolazione continua a sostenere i manifestanti e le loro ragioni, e la maggioranza, pur non approvando la violenza, la comprende. Quasi lo 0% della popolazione, nel frattempo, si fida della polizia. 

Il tentativo di isolare e contenere le proteste senza rispondere alle questioni che sollevano sta facendo bruciare Hong Kong dall’interno, ed è impossibile, al momento, prevedere come andranno avanti le cose. 

@IlariaMariaSala

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di novembre/dicembre di eastwest.

Puoi acquistare la rivista in edicola o abbonarti.

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA