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Punti di vista – Quattro amici al bar… Bergoglio, Putin, Obama, Xi Jinping

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I leader, delegati a rappresentare il proprio popolo e a esprimerne la volontà, hanno il potere di influenzare la storia. Ecco perché i loro incontri assumono un’importanza assoluta.

 

Le occasioni d’incontro personale fra i leader politici di vertice sono molto rare. L’impegno dei Capi di Stato e di Governo è così pressante, in un mondo complesso come l’attuale, che una statistica fatta alcuni anni fa dimostrò come al Presidente del Consiglio italiano venissero sottoposti nel corso di una normale giornata lavorativa tali e tanti problemi da costringerlo a dedicare in media non più di una decina di minuti a ciascuno di essi.

I leader di massimo livello dei vari paesi finiscono con l’essere più o meno inchiodati alla propria sedia, e le occasioni di contatto fra pari si limitano di norma a telefonate o teleconferenze. Surrogati quanto mai utili ma che non possono certo sostituire appieno il contatto diretto.

È per questo che, al di là della motivazione ufficiale dell’evento, acquistano particolare importanza le celebrazioni di ricorrenze che – come l’Anniversario dei 70 anni dalla fondazione delle Nazioni Unite caduto lo scorso ottobre – consentono ai leader di incontrarsi in un turbine di riunioni riservate ed eventualmente anche plurilaterali.

Proprio nel quadro di queste celebrazioni onusiane ben 4 dei maggiori leader mondiali, lo statunitense Obama, il russo Putin, il cinese Xi Jinping e papa Francesco – che rappresentando tutti i cattolici del mondo non può, al di là della sua nascita argentina, essere ascritto ad alcuna nazionalità – si sono ritrovati negli Usa e ne hanno approfittato per uno scambio di opinioni che solo adesso inizia a dare i suoi frutti.

Il quinto grande fra i leader mondiali, la tedesca Merkel, non ha goduto né della luce dei riflettori né dell’attenzione della stampa pur essendo anch’essa presente, a dimostrazione di come l’Unione europea a guida tedesca sia destinata a rimanere del tutto ininfluente in un orizzonte allargato, per lo meno sino a quando rimarrà priva di una politica estera e di sicurezza comune. Nella irrilevanza europea il ruolo di quinto grande l’ha, almeno in un’occasione, rivestito il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, che ha parlato in apertura delle assise con la libertà consentita a coloro il cui mandato è in definitiva scadenza, attaccando con estrema durezza i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza accusati di paralizzare sistematicamente l’operato dell’Onu con l’uso e l’abuso del diritto di veto.

Nel confronto fra i 4 leader la posizione più delicata e complessa fra tutte era indubbiamente quella di Obama, impegnato in un ruolo di padrone di casa della nazione ospitante, e dunque in un certo senso obbligato ad avere contatti bilaterali con tutti gli altri, anche se questo ha significato ricevere un Putin che l’Occidente ha in pratica posto al bando dall’inizio della crisi Ucraina. Uno strappo che si è tradotto per il Presidente Usa nella necessità di innalzare nel suo discorso all’Assemblea generale il tono della politica declaratoria americana, ribadendo tra l’altro il proprio impegno a non accettare per la Siria alcuna soluzione che non preveda l’immediato allontanamento di Assad.

Putin per contro, pur apparendo inflessibile nel suo disegno di riportare la Russia a quel ruolo di superpotenza globale un tempo occupato dall’Urss, ha particolarmente insistito sul fatto che un possibile accordo per la stabilizzazione del Medio Oriente richiede un pieno e fattivo impegno di tutti i protagonisti e quindi il coinvolgimento non soltanto delle grandi potenze ma anche di quelle regionali. In tempi successivi poi, gli incontri di Vienna, che coinvolgono tra gli altri Russi e Americani, hanno dimostrato da un lato come politica declaratoria e politica dei fatti possano a volte divergere, dall’altro quale sia probabilmente stato il tema della parte riservata dell’incontro fra Putin e Obama.

Xi Jinping è giunto in Usa in un momento particolarmente teso delle relazioni fra Cina e Stati Uniti. Ha cercato quindi in ogni occasione di essere rassicurante. Alle Nazioni Unite ha promesso un maggiore impegno cinese nell’attività di peacekeeping ed elargito finanziamenti di una certa entità a vari organismi che dall’Onu dipendono. Con Obama ha poi impostato una prima collaborazione nel settore informatico. Per ora l’accordo riguarda soltanto lo spionaggio industriale, ma si tratta di un primo passo che potrebbe domani portare molto lontano. Nonché di un tasto su cui gli Americani, che basano la loro soverchiante superiorità militare proprio sull’uso indisturbato dei computer, sono molto, molto sensibili.

Altre mosse distensive, forse concordate nella parte riservata dei colloqui dei due Presidenti, sono poi seguite nel periodo successivo alla riunione. Così le navi da guerra americane che sfidavano le prese di posizione di Pechino nel Mar Cinese Meridionale sono potute passare vicino ad alcune delle isole contestate con la sola reazione di una nota diplomatica, cioè pura e semplice gesticolazione verbale. In stretta successione di tempo poi l’incontro fra i due leader della Cina e di Formosa ha ulteriormente contribuito a rasserenare il clima nell’area.

E il Papa in tutto ciò? Be’, il primo messaggio il Sommo Pontefice l’ha inviato con un gesto, fermandosi a Cuba prima di iniziare la sua visita negli Stati Uniti, quasi a indicare a tutto il mondo, e in primis agli Usa, come sia tempo che cadano definitivamente tutte le barriere che ancora separano gli uni dagli altri gli esseri umani. Il secondo messaggio è venuto poi con il suo discorso all’Assemblea, centrato sulla necessità di occuparsi di coloro che non hanno nulla, nonché di un ambiente, anch’esso dono di Dio, che ben pochi rispettano. Messaggi universali e che si spera possano anch’essi dare in futuro i propri frutti.

Nell’immediato probabilmente non avremo, dopo questa tornata d’incontri, un mondo radicalmente migliore di prima. Di sicuro però qualche passo nella giusta direzione è stato fatto. Vi par poco per quello scampolo del loro tempo che i 4 grandi hanno dovuto sottrarre, per ritrovarsi negli Usa, alla grigia routine dei rispettivi “Palazzo Chigi”? 

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