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Putin e il complotto dei Panama Papers

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Dopo il silenzio iniziale dei media e delle fonti ufficiali russe, è ora lo stesso Putin a passare al contrattacco. Con il solito mix di complottismo antirusso, vittimismo e distrazione dai punti fondamentali della questione, il presidente è sicuro di dare ai suoi cittadini pane per i propri denti.

 

Al forum “Verità e giustizia”, un incontro con i giornalisti che si è tenuto il 7 aprile, quattro giorni dopo la diffusione dei Panama Papers, Vladimir Putin ha detto la sua. Chi si aspettava qualcosa di nuovo, però, è rimasto molto deluso. Il presidente russo ha ripetuto il solito ritornello del complotto americano contro la Russia, dei finanziamenti stranieri dietro l’inchiesta giornalistica dell’International consortium of investigative journalists (Icij), e di una distorsione dei fatti. E l’ha preso pure alla lontana, partendo dagli anni 90 quando, ha detto «il nostro paese era in rovina ed erano tutti molto contenti di mandarci patate e altri aiuti umanitari e in cambio dirci cosa dovevamo fare, seguendo i propri interessi». Poi è stata la volta della Jugoslavia, quando la Russia era contraria ai bombardamenti di Belgrado, ma nessuno l’ha ascoltata. E poi è venuta l’Ucraina e la Crimea, a ancora la Siria. «Le cose sono cambiate e i nostri avversari sono preoccupati dall’unità e dal rafforzamento della Russia. Stanno cercando di destabilizzarci, di renderci obbedienti. Ma è un tentativo inutile».

Il complotto americano

«Voi siete giornalisti professionisti e sapete bene cos’è un’informazione preconfezionata», ha detto ancora Putin alla sua platea, in uno dei rari momenti di involontaria sincerità. «Hanno preso queste società offshore, ma il mio nome dentro non c’era, niente di cui parlare. Allora hanno confezionato la notizia, hanno preso dei miei amici e li hanno messi dentro».

E poi passa al complottismo vero e proprio, citando anche Wikileaks e travisando ad arte il senso dei tweet. «Wikileaks ha mostrato che dietro i Panama Papers ci sono funzionari e agenzie americane». Putin si riferisce a un tweet dell’account ufficiale di Wikileaks (che non è chiaro se esprima il pensiero di Julian Assange): «Panama Papers. L’attacco a Putin ha come obiettivo la Russia e l’ex Urss, ed è stato finanziato da Usaid e Soros». Ma ha evitato di citarne un altro, twittato poco dopo, questo: «Le affermazioni secondo cui i Panama Papers sono un complotto contro la Russia sono nonsense. Ma i soldi di Usaid ne pregiudicano il valore giornalistico».

 Ben altra cosa.

Le giustificazioni di Putin

Quello che Putin non dice è che la sua è un’assenza che vale una presenza. Perché, se è vero che il suo nome non compare mai (come non compaiono i nomi di altri politici di mezzo mondo coinvolti), ci sono dentro una sfilza di figli e figlie, mogli e nipoti, padrini di battesimo e vecchie zie. Così c’è (la moglie di) Dmitry Peskov, il suo portavoce già famoso per lo scandalo dell’orologio da 600mila dollari, c’è (il figlio del) ministro dello Sviluppo Aleksei Ulyukayev, c’è (il nipote di) Nikolaj Patrushev, il capo del consiglio di sicurezza. E c’è l’ormai famoso violoncellista Sergej Roldugin, amico di vecchia data di Putin e padrino di battesimo di sua figlia Maria.

Quello che sfugge a Putin è che insieme ai suoi molti amici e sodali, nei Panama Papers ci sono centinaia di altri nomi, inclusi capi di stato, politici di rango, uomini d’affari, personaggi dello spettacolo e dello sport di mezzo mondo.

Un bel polverone, se l’unico intento era colpire lui.

@daniloeliatweet

 

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