Qatar, Libia, Marocco, Algeria: nel mondo arabo comandano i lobbisti americani?


Si parla arabo a K Street, la strada dei lobbisti di Washington. Libia, Qatar, Marocco, Algeria, persino la Palestina: la regione è in subbuglio, così la consulenza delle grandi società americane diventa uno strumento essenziale per fare pressione su Congresso e Casa Bianca, a favore dei propri interessi.

Si parla arabo a K Street, la strada dei lobbisti di Washington. Libia, Qatar, Marocco, Algeria, persino la Palestina: la regione è in subbuglio, così la consulenza delle grandi società americane diventa uno strumento essenziale per fare pressione su Congresso e Casa Bianca, a favore dei propri interessi.

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Il sito al Monitor ha avuto modo di accedere a questi contratti. L’Autorità palestinese, ad esempio, ha ingaggiato la Squire Patton Boggs, con un accordo da 55.00 dollari mensili, per vedere garantiti i 400 milioni di dollari di aiuti che gli Stati Uniti versano ogni anno a Ramallah. Dopo la decisione di Abu Mazen di aderire alla Corte Penale Internazionale, infatti, molti parlamentari americani hanno minacciato un’inversione di tendenza. Allo stesso tempo, la Palestina vuole che Obama convinca Israele a scongelare i trasferimenti fiscali verso il suo governo, bloccati proprio dopo l’adesione alla Cpi (Gerusalemme raccoglie alcune tasse per conto di Ramallah). Lo scopo delle consulenze non è solo quello di ottenere denaro. La missione palestinese presso le Nazioni Unite, infatti, ha assunto la New York’s Independent Diplomat per un aiuto strategico nell’ambito della campagna indipendentista promossa a Palazzo di Vetro.

Anche il Qatar, che non ha certo problemi di risorse – è lo Stato con il Pil pro capite più alto del mondo – si è rivolto ai lobbisti americani a fini politici. Sotto accusa per il sostegno ai movimenti islamisti – in Libia, in Egitto, a Gaza – isolato dalle altre monarchie sunnite, Doha ha stipulato due contratti, uno con la Mercury Public Affairs, l’altro con la società di comunicazione Levick Strategic Communication, per convincere gli Stati Uniti della bontà delle proprie azioni. L’intesa con la Mercury, 155.000 dollari al mese, prevede che vengano contattati membri della Camera e del Senato allo scopo di rafforzare i rapporti bilaterali trai due Paesi, anche in ambito commerciale.

La Libia attualmente ha due governi e due Parlamenti: il primo, più legittimato sul piano internazionale, ha sede a Tobruk, al confine con l’Egitto, è guidato da Abdullah al Thinni ed è legato alla House of Representatives eletta a giugno 2014; l’altro, diretto da Omar al Hassi e vincolato al precedente Congresso, ha sede a Tripoli, riconquistata la scorsa estate da una coalizione di milizie, prevalentemente filoislamiche. Il governo di Tobruk vuole portare definitivamente gli Stati Uniti dalla propria parte e, in particolare, vuole accedere agli asset milionari della Libia gheddafiana, ancora congelati all’estero. Allo scopo, attraverso la Washington African Consulting Group, ha stipulato un contratto di 55.000 dollari al mese con la Ben Barnes Group, guidata da un ex politico texano. Qualche settimana fa, Aref Ali Nayed ambasciatore libico negli Emirati Arabi Uniti – uno dei protettori di Tobruk – è volato a Washington per convincere gli americani, con la  mediazione della società di consulenza Sanitas International, ad intervenire in Nordafrica contro gli islamisti.

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