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RETROSCENA

Virus isterico anche a Gerusalemme

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Stop a tutti gli Italiani in arrivo. Così il Ministero della Salute israeliano ha alimentato l’isterismo da coronavirus, forzando la quarantena a nostri connazionali. Come è successo a un nostro autore

Un ebreo ultra-ortodosso all'aeroporto internazionale Ben Gurion di Lod, Tel Aviv,

Un ebreo ultra-ortodosso si trova di fronte a una schermata elettronica che mostra le informazioni sui voli all’aeroporto internazionale Ben Gurion di Lod, vicino a Tel Aviv, Israele, 27 febbraio 2020. REUTERS/Amir Cohen

Vi è mai capitato di tornare a casa, andare in giro per cinque giorni e poi scoprire che invece sareste dovuti restare fermi perché potenzialmente pericolosi? A me sì.

In questo periodo di isterismo collettivo per il coronavirus, parto da Tel Aviv per gli Usa. Già lì ti obbligano ad atterrare solo in alcuni aeroporti se provieni da aree difficili per il virus come la Cina. In New Mexico, un freddo incredibile. Mi raffreddo. Ogni tanto uno starnuto. “Scusa, sono appena tornato dalla Cina”, dicevo scherzando ai colleghi americani, e giù risate. Torno dagli Usa, pit stop a Napoli per salutare genitori e mangiare una pizza degna di questo nome e torno sabato 22 in Israele da Roma. Mi raggiungono, nello stesso giorno, quattro amici, una famiglia, da Napoli. Nei giorni successivi, in atto il solito copione per gli ospiti: cene fuori, visita alla città vecchia di Gerusalemme, visita a Tel Aviv, visita a Betlemme.

Mercoledì ripartono. Intanto in Italia scoppia l’epidemia di coronavirus. La stampa israeliana comincia a pompare le notizie della diffusione del virus in Italia. Siamo molto vicini e tanti i voli tra i due Paesi. Già erano state messe in atto azioni nei confronti dei viaggiatori provenienti da aree a rischio come la Cina e Corea del Sud, dopo che due pellegrini di Seul tornati in patria da Gerusalemme scoprono di avere il coronavirus. Domenica sera, la scuola dei figli – subito dopo il mio ritorno e prima che il mattino dopo riaprisse le porte dopo una settimana di festa – ci scrive che forse non è il caso di mandare i miei figli. Io spiego loro che Israele è più piccolo del luogo dove in quel momento c’è l’epidemia di coronavirus in Italia e che il posto dove loro erano stati, Napoli, distava più della lunghezza di Israele dal luogo dell’epidemia in Italia e li accusavo di operare scelte discriminatorie su base nazionale. Vanno a scuola e io in giro con gli amici.

Il sito del Ministero della Salute israeliano, comincia a dare i numeri: annuncia blocchi, quarantene e altro per poi ritrattare. Giovedì cominciano i problemi seri. Il Ministero israeliano, a ora di pranzo, cambia le carte in tavola. Stop a tutti gli italiani in arrivo e decide che, retroattivamente, anche gli Italiani che già erano arrivati da 13 giorni, avrebbero dovuto osservare una quarantena obbligatoria di 14 giorni a casa. Quindi anche io e la mia famiglia. La scuola dei figli, a causa di elezioni e altro, sarebbe stata chiusa. Ma si scatena il panico in giro. Tanti i turisti che, già arrivati in Israele da qualche giorno, vengono bloccati alla “frontiera” palestinese. Già perché applicando alla lettera il regolamento, gli Italiani alle porte del Paese vengono respinti. Ma questi erano già nel Paese e Israele non riconosce il confine con la Palestina, per cui non si capisce perché vengano bloccati. Intervengono le autorità italiane in Israele e comincia il braccio di ferro. Dopo ore, gli Israeliani permettono il reingresso agli Italiani ma li obbliga alla quarantena nei loro alberghi, che può essere violata solo per andare in aeroporto e prendere il volo per l’Italia.

E per noi? Quarantena. Quattordici giorni da quando siamo arrivati. Dobbiamo compilare un documentario di autocertificazione che dice che l’abbiamo osservata. E non si può scherzare: non solo loro hanno registrato la data del nostro arrivo, ma per la violazione della quarantena ci sono dai 3 ai 7 anni di reclusione ed è ammessa anche la delazione. I nostri vicini subito si informano e ovviamente, gentilmente e con giri di parole, ci fanno capire che dobbiamo stare in quarantena. Prima che tutti se ne accorgano vado al supermercato e riempio dispensa, frigo e congelatore. Qui le penne lisce non ci sono, non si corrono rischi. E così comincia la nostra quarantena forzata. Libri, serie tv, videogiochi, cucina, pallonate al muro. Così ogni giorno per i rimanenti otto. Adda passa’ ‘a quarantena.

P.S.: ricordate la famiglia di amici che è venuta da Napoli lo stesso sabato che sono tornato io e che erano ripartiti prima che scoppiasse il bubbone in Israele? Si è scoperto che un israeliano, arrivato nel Paese con il loro volo, era positivo al coronavirus, il settimo del Paese. Così li ho dovuti avvisare e ora anche loro sono in quarantena. Chi non quarantena in compagnia…

@nellocats

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