Cosa resta del sud nell’integrazione europea?


C’è stato un momento in cui, durante la crisi, si è sempre più spesso fatto ricorso alle categorie degli stereotipi per interpretare la crisi ed attribuirsene reciprocamente la colpa.

C’è stato un momento in cui, durante la crisi, si è sempre più spesso fatto ricorso alle categorie degli stereotipi per interpretare la crisi ed attribuirsene reciprocamente la colpa.

E’ vero che durante le crisi la ragione cede il passo ai sentimenti, ma nell’Europa protagonista ed epicentro del secolo breve, esasperare i caratteri nazionali accusando da un lato l’eccessiva accumulazione di debito come il frutto di una società mediterranea godereccia e dall’altro l’ordine nei conti come derivato dalla filologia e dalla storia non giova di certo all’Europa. Ci manca solo che qualcuno tiri fuori la favola della cicala e della formica come strumento di risoluzione della crisi europea. Il vero pericolo è però che il determinismo insito in tali ragionamenti, che per inciso ha permeato tutti i livelli, sottenda un pericolo più sottile che va al di là del problema strettamente monetario legato all’euro ed entra in un campo minato pericolosissimo dove l’intera impalcatura europea rischia di spezzarsi. Come ha lucidamente espresso Saccomanni a Londra, è giunto il momento per una discussione franca su quello che vogliamo fare con la costruzione europea in futuro senza restare impantanati nel presente. La gente vuole capire se quello che si vuole costruire è un mercato senza regole eccetto quelle per il commercio, una confederazione di stati, un superstato, o se vogliamo partorire una burocrazia mostro senza alcuna legittimità di sorta. Il rischio vero è che i problemi della moneta unica stiano debilitando il progetto europeo prestando troppa attenzione all’Euro e poca all’Europa. C’è il rischio che quel che resta oggi del sud nell’integrazione europea sia la sensazione di esclusione, di non appartenenza. La cesura tra il nord ed il sud Europa, già in incubazione, è divenuta via via crescente ed alla disparità economica si sta affiancando un divario ideologico preoccupante. Tutto ciò sta aumentando la disaffezione dei cittadini europei nei confronti non solo del costrutto europeo nella sua totalità ma anche, ed è ciò che preoccupa particolarmente, nei confronti stessi della democrazia. Analizzando i dati di Eurobarometro, relativi al periodo 2002-2012, emerge chiaramente come lo scoppio della crisi abbia anche determinato una crisi di fiducia dei cittadini nella democrazia, che mentre al nord Europa rimane stabile al sud subisce un tonfo drammatico. La forbice di fiducia nella democrazia tra il nord ed il sud Europa si è allargata fino a far registrare il 46% (a metà 2012) ed il calo di fiducia comincia proprio con la crisi economica. Nei Paesi del meridione molto spesso Europa e democrazia sono le due facce della stessa medaglia; bisogna quindi prestare attenzione non solo alle modalità di applicazione delle politiche ma al modo utilizzato per veicolarle al paese; molto spesso le politiche d’austerità sono state imposte con toni perentori in cui il refrain “l’Europa ce lo chiede” è stato il mantra utilizzato dai governanti per scaricare la colpa su un soggetto “altro”. Il pericolo di tutto ciò è la sindrome di rigetto che si sta verificando nei confronti dell’Europa stessa con il rischio concreto che la disaffezione nei confronti dell’Europa logori dall’interno l’intero progetto.

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