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Recovery Fund: non basterà un solo vertice a luglio

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Ma si giungerà a una decisione entro il mese, con un secondo Consiglio. Ma non vogliamo il trasferimento della governance da Commissione a Consiglio, un passo indietro…

Recovery Fund: non basterà un solo vertice a luglio. Il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel tiene una conferenza stampa sul bilancio dell'Ue per il 2021-27, in vista del vertice dei leader europei, a Bruxelles, Belgio, 10 luglio 2020. Kenzo Tribouillard/Pool via Reuters

Il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel tiene una conferenza stampa sul bilancio dell’Ue per il 2021-27, in vista del vertice dei leader europei, a Bruxelles, Belgio, 10 luglio 2020. Kenzo Tribouillard/Pool via Reuters

Per trovare un accordo sul Next Generation Eu e sul bilancio 2021-2027 quasi certamente non basterà un solo Consiglio europeo a luglio. Sia la presidenza tedesca sia il Presidente del Consiglio Charles Michel – ma soprattutto i due fronti contrapposti, quello guidato dai nove (Italia e Francia in testa) contro i quattro “frugali” e quelli dell’est – non hanno ancora esaurito tutta la loro “potenza di fuoco”. Il 17 e 18 luglio ci saranno negoziati nella notte e lunghe trattative ma nessuna rottura (che non conviene a nessuno). Si porranno solo le basi per un accordo da chiudere prima della pausa estiva, magari in un secondo vertice a fine mese.

Il Cancelliere austriaco Sebastian Kurz, come la Presidente della Bce Christine Lagarde, tanto per cominciare non scommettono su un accordo il 17 e prevedono un nuovo vertice, a fine mese, ancora da convocare. Di sicuro la Merkel non lascerà nulla di intentato, decisa a perseguire l’obiettivo di “rafforzare l’Europa”. La leader tedesca ha incontrato il premier olandese Mark Rutte, in un gioco di sponda con il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel, impegnato a limare una proposta negoziale. Rutte ha incontrato nuovamente venerdì sera anche il premier italiano. Il suo “mantra” riguarda la capacità dell’Italia e dei Paesi del Sud di implementare le riforme, unica scappatoia possibile per vendere un accordo sul Recovery Fund alle opinioni pubbliche e ai Parlamenti dei Paesi “frugali”. Quanto all’Italia, prima di arrivare all’Aja Conte ha fatto dire ai suoi collaboratori che “andiamo da Rutte non per minacciarlo ma per capirlo meglio e farci capire”. In somma c’è volontà da parte di tutti di far progredire l’Europa in un momento di crisi profonda.

Già si sa che il risultato finale ruoterà intorno all’equilibrio tra sovvenzioni a fondo perduto e prestiti ma soprattutto sulla governance del Next Generation Eu. Se sulla cifra complessiva proposta dalla Commissione – 750 miliardi (500 di sovvenzioni e 250 di prestiti) – tutti sembrano d’accordo, è sui meccanismi di controllo della spesa che potrebbero nascere problemi. Non è escluso che la stessa presidenza tedesca possa utilizzare come strumento negoziale la possibilità che le approvazioni per le sovvenzioni passino dal Consiglio anziché dalla Commissione. “Questo vuol dire” – spiega l’europarlamentare Sandro Gozi, già sottosegretario agli Affari europei – “che non sarebbe più la Commissione a dare automaticamente il disco verde alle spese a fondo perduto ma queste saranno soggette a un esame preventivo dei singoli Governi che potrebbero richiedere l’attuazione di riforme agli Stati beneficiari, una misura che tranquillizzerebbe molto le opinioni pubbliche e i Parlamenti dei frugali.”

Questi ultimi vogliono vedere approvate e implementate le riforme in Italia e negli altri Paesi soprattutto per la concessione di quei 310 miliardi (dei 500 di sovvenzioni) che fanno parte dei cosiddetti “Recostruction and Resilience Instruments”. Come prevede l’ultima proposta resa nota oggi dal Presidente del Consiglio Ue Charles Michel, il pagamento delle sovvenzioni “sarà subordinato al soddisfacimento delle ‘pietre miliari’ e degli obiettivi pertinenti”. Ma le decisioni che prima erano adottate dalla Commissione verrebbero spostate in capo al Consiglio. La Commissione nelle decisioni sugli esborsi agli Stati dovrà quindi tenere conto del parere Governi.

La proposta di Michel, secondo l’ex Ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, non introduce elementi tali da modificare il quadro negoziale. Michel prevede di ridurre leggermente il bilancio pluriennale (da 1100 miliardi a 1070), lascia gli sconti ossia i rebates ai “frugali” e mantiene invariata la somma di 750 miliardi dei Recovery Fund. Crea anche un fondo di compensazione Brexit a favore di quei Paesi che avranno maggiori problemi economici ma non offre risposte convincenti sulle risorse proprie come la web tax o la tassa sulla plastica non riciclabile che dovrebbe servire da garanzia per gli eurobond che finanzieranno i 750 miliardi.

La proposta, spiega l’ex Ministro degli Esteri “sconta tre grandi inconvenienti: è modesta nella struttura e torna a essere una base di discussione, non un possibile compromesso. Quanto al bilancio pluriennale, che è misura strutturale rispetto all’una tantum del Recovery Fund, dà un segnale negativo come è negativo confermare i rebates, anche perché dal bilancio ordinario l’Italia trae i maggiori vantaggi soprattutto per l’agricoltura”. Inoltre – secondo Moavero – “rimangono molto oscure le misure sulle risorse proprie perché non si capisce quale dovrebbe essere l’imponibile, e quindi queste imposte potrebbero ricadere sulle imprese e sui consumatori finali. Senza contare che, in assenza di risorse proprie, le garanzie sugli eurobond per finanziare il Recovery Fund non si troverebbero e le garanzie dovrebbero metterle i singoli Stati membri”.

Contrario alla proposta di Michel anche il Movimento europeo che la considera “inaccettabile”, perché “mantiene il Quadro Finanziario Pluriennale 2021-2027 al livello proposto il 26 febbraio 2020, prima della crisi del coronavirus”. Secondo il Presidente del Movimento europeo Virgilio Dastoli, l’Unione europea “ha bisogno non solo delle risorse provenienti dall’European Recovery Fund, ma anche dallo sviluppo delle politiche comuni che rappresentano il fondamento dell’azione europea per garantire all’insieme delle cittadine e dei cittadini dei beni comuni che non possono essere garantiti dagli Stati membri ciascuno per conto proprio”. Il Movimento europeo in Italia si attende quindi che il Parlamento europeo, in coerenza con le posizioni assunte fino allo scorso mese di maggio, respinga la proposta di Michel.

@pelosigerardo

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