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Vinciamo il referendum, poi la Spagna dialogherà con la Catalogna

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Il Referendum si farà. Per l’analista politico catalano Marc Garafot i Monjó, coordinatore del Centro Affari Internazionali di Barcellona, non ci sono dubbi. Come è chiara la posizione del governo catalano nei confronti della Spagna e dell’Unione europea.

Prima le indagini avviate a carico dei circa 700 sindaci catalani schierati a favore del referendum per l’indipendenza del primo ottobre. Poi il blitz della Guardia civile spagnola, con perquisizioni e arresti negli edifici del governo locale a Barcellona. Infine il sequestro di 9,8 milioni di schede elettorali e il blocco dell’invio delle lettere di convocazione indirizzate agli scrutatori dei 3mila seggi che dovrebbero essere allestiti il giorno del voto. A pochi giorni dalla consultazione popolare sull’indipendenza della Catalogna lo scontro tra le istituzioni catalane e il governo centrale di Madrid è ai massimi livelli. Alla fine però, nonostante la ferma opposizione dell’esecutivo del premier Mariano Rajoy, il referendum si farà. Ne è convinto l’analista politico catalano Marc Garafot i Monjó, coordinatore del Centro Affari Internazionali  di Barcellona, incontrato pochi giorni fa a Roma dove ha avuto colloqui con un gruppo di parlamentari italiani interessati alla causa catalana.

Le istituzioni e la maggior parte del popolo catalano sembrano decisi ad andare a votare domenica 1 ottobre nonostante il divieto opposto dal governo centrale di Madrid. La vittoria del sì sarà netta come da pronostici?

Le ultime imponenti manifestazioni in Catalogna a favore dell’indipendenza dimostrano che la causa del sì è sostenuta da una forte mobilitazione popolare. Le ragioni di questa causa devono però essere comprese non solo in Spagna ma anche in Italia, in Europa e nel mondo. E perché ciò avvenga il sì deve vincere questo referendum. È fondamentale che ci sia la partecipazione di almeno il 50% del corpo elettorale affinché questa causa possa essere portata avanti e sperare di ottenere in futuro anche degli appoggi internazionali.

I sostenitori del no, invece, hanno evitato finora di uscire allo scoperto. Cosa si aspetta dal fronte degli oppositori all’indipendenza?

Bisognerà vedere fino a che punto i sostenitori del no si mobiliteranno il giorno della chiamata alle urne. Non è da escludere che potrebbero optare per un’astensione tattica.

In caso di vittoria del sì, cosa accadrà il giorno dopo il voto?

Il governo catalano è stato molto chiaro. Se ci sarà una vittoria del sì, entro le 48 ore successive verrà presentata una dichiarazione formale di indipendenza dal governo centrale. Successivamente, si procederà gradualmente al riassetto istituzionale e legislativo del governo catalano. Il tutto sarà fatto ovviamente in modo pacifico ma con determinazione e senza più alcuna esitazione.

Alla luce degli ultimi accesi scontri politici, crede che dopo questo referendum ci saranno ancora possibilità di dialogo tra il governo Rajoy e le istituzioni catalane?

Da quando è al governo Rajoy ha sempre mostrato una scarsa capacità di dialogo con il governo catalano. Dopo il referendum è molto probabile che il suo esecutivo proverà a riavviare un dialogo con le istituzioni catalane, cosa che non ha fatto volutamente in queste ultime settimane per non andare contro i propri elettori. Da Madrid continuano a dire che quello del primo ottobre non sarà un vero e proprio referendum, ma solo una parvenza di referendum, una consultazione incostituzionale e dunque senza alcuna validità. Ma se la partecipazione andrà oltre il 50% il governo spagnolo dovrà necessariamente considerare la causa indipendentista come un problema politico molto serio. Sottovalutare le rivendicazioni del popolo catalano è stato un errore commesso non solo dal governo Rajoy ma anche da buona parte degli altri partiti politici spagnoli. Ciò però ha prodotto l’effetto contrario rispetto a quello che avevano previsto, portando a un rafforzamento del sentimento indipendentista soprattutto in quelle fasce sociali che fino a poco tempo fa non erano inclini ad abbracciare la causa dell’indipendentismo.

Quindi secondo lei la soluzione del dialogo non è stata del tutto archiviata?

Il governo spagnolo tornerà ad avviare un dialogo con le istituzioni catalane dopo il referendum. Allora però le condizioni di questo dialogo saranno diverse rispetto al passato. Se vincerà il sì, i catalani discuteranno con Madrid su come organizzare il nuovo Stato catalano e su come impostare le relazioni tra questo nuovo Stato e lo Stato spagnolo.

Un primo compromesso potrebbe essere raggiunto su un modello federalista?

In Catalogna è da decenni che si parla di federalismo. Ci sono molti federalisti in Catalogna, ma non è così in Spagna. La via del dialogo su questa possibile soluzione si è via via andata perdendo. Più i catalani hanno inseguito l’indipendenza, più il governo centrale spagnolo li ha marginalizzati per mantenere il potere a Madrid ed evitare di creare una Spagna plurale, decentralizzata, un Paese in un cui la Catalogna avrebbe potuto avere un ruolo di primo piano attivo ed efficace sul piano politico, economico e sociale. Tutto ciò non è stato reso possibile dall’accentuato centralismo madrileno.

In prospettiva europea, invece, come cambieranno i rapporti tra la Catalogna e l’UE dopo questo referendum?

La Commissione Europea non ha detto praticamente nulla del caso catalano tranne che limitarsi a ribadire che si tratta di un affare interno spagnolo. I vertici dell’UE devono però rendersi conto che non solo in Spagna ma in tutta Europa ci sono delle realtà politiche e sociali emergenti che chiedono l’indipendenza. Lo stanno facendo come in passato lo hanno fatto Paesi come Slovenia e Croazia poi entrati a far parte dell’UE. Se si terrà questo referendum in modo pacifico, se ci sarà una partecipazione superiore al 50% e se vincerà il sì, l’UE non potrà continuare a chiudere gli occhi. L’Europa non deve dimenticare che sono stati prima di tutto i catalani a voler modernizzare la Spagna prima, dopo e durante il regime franchista, a volerla rigenerare ed europeizzare. I catalani vogliono continuare a fare parte dell’UE perché si sentono europei e vogliono continuare a stare in Europa a differenza di molti altri governi che invece sono euroscettici.

@RoccoBellantone

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