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Ora anche in Irlanda del Nord sale la pressione per legalizzare l’aborto

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La vittoria dei pro-choice a Dublino rilancia la battaglia nell’Ulster, dove vige un divieto quasi assoluto di abortire. Da Londra la mobilitazione è trasversale, ma la svolta è ostaggio della paralisi politica a Belfast. E del potere che l’unionista Arlene Foster esercita su Theresa May

La schiacciante vittoria del Sì al referendum sull’aborto in Irlanda ha avuto una fortissima eco per diversi motivi. L’intero processo è stato una straordinaria pagina di democrazia; l’esito ha posto fine alla decennale e tragica esperienza di stigma, clandestinità e sofferenza per decine di migliaia di donne irlandesi e per le loro famiglie; il dato politico spingerà, verosimilmente, l’Irlanda sulla via di una sempre maggiore secolarizzazione, riducendo ulteriormente l’influenza già declinante della Chiesa cattolica.

Il Paese che più spera nel contagio è l’Irlanda del Nord, dove l’aborto è legale solo in caso di gravi rischi per la salute fisica e mentale della madre ed è consentito in un numero risibile di casi e dove politica e società sono ancora fortemente condizionate da influenze religiose identitarie.

E poiché la proibizione sanziona, complica e demonizza l’aborto, ma non lo ferma, anche le nord-irlandesi ricorrono o alle pillole abortive ordinate online o ai viaggi in Inghilterra, circa 700 l’anno.

Domanda lecita: perché in Ulster l’aborto è illegale se nella madrepatria Inghilterra è consentito fino alla 24ma settimana? Perché l’aborto è questione devoluta, su cui cioè vige una legislazione autonoma. Decide la Stormont Assembly, il Parlamento nord-irlandese. O meglio, non decide, dato che a Belfast esecutivo e assembly sono in un limbo dal gennaio 2017, da quando cioè è saltato il complesso equilibrio fra opposte fazioni che governa le istituzioni nord-irlandesi in base agli accordi di Good Friday. Uno stallo senza facili vie d’uscita.

E intanto Westminster freme. Il 28 maggio, il giorno dopo il voto irlandese, 160 parlamentari di tutti i partiti hanno aderito a un piano, coordinato dalla laburista Stella Creasy, per introdurre nella nuova legge sulla violenza domestica una serie di emendamenti per legalizzare l’aborto in Nord Irlanda. Già a ottobre 2017, la Creasy aveva ottenuto un consenso trasversale sufficiente a ottenere il rimborso dei costi di procedura e viaggio per le donne irlandesi a basso reddito: in quel caso, il governo aveva dovuto cedere per evitare una sconfitta in parlamento e da allora le spese sono coperte dal Dipartimento per le pari opportunità.

Ma a battersi su questo tema non sono solo i Labour: quella per la legalizzazione dell’aborto in Ulster è una riforma fortemente voluta dal sottosegretario per le Pari opportunità Penny Mordaunt, Tory, che chiede a Theresa May di garantire libertà in caso di voto ed è, in questo, sostenuta da quattro politici donne che l’hanno preceduta nel ruolo, cioè Amber Rudd, Justine Greening, Nicky Morgan e Maria Miller, tutte figure di peso nel partito conservatore. E crescono le voci autorevoli che chiedono che anche agli irlandesi del nord sia concesso di scegliere con un referendum, se lo stallo politico a Belfast dovesse protrarsi.

Una grana ulteriore per Downing Street, che ha subito respinto l’ipotesi di mettere in calendario un voto, ribadendo che si tratterebbe di una indebita ingerenza di Londra su una questione di diretta pertinenza di Belfast.

Il dettaglio significativo è che, ricordiamolo, il governo May è sempre tenuto in piedi dall’appoggio esterno di 10 deputati del Partito Unionista nord-irlandese di Arlene Foster, che – così pare di capire – piuttosto che liberalizzare l’aborto minaccia di far saltare il tavolo. E la May, con i negoziati su Brexit in pieno caos e l’economia in relativa sofferenza, già ora non sta seduta particolarmente comoda.

Ma quello della legalizzazione dell’aborto in Nord Irlanda è l’ennesimo cappio al collo del Primo Ministro. Il 27 maggio Downing Street aveva twittato le congratulazioni per l’esito della consultazione irlandese: “Quella di ieri è stata una straordinaria prova democratica che ha prodotto un risultato chiaro e inequivocabile. Mi congratulo con il popolo irlandese per la loro decisione e con tutti i membri di Together4Yes per il loro successo”.

Poco dopo, in un intervento al programma Today su BBc4, seguito da un editoriale sul Daily Mirror, l’autorevole esponente del Labour Shami Chakrabarti ha fatto appello al Primo Ministro con queste parole: “Chiediamo che la May, che si definisce una femminista, avvii una negoziazione con i partiti dell’Irlanda del Nord e promuova immediatamente una legge pro-choice. Il suo vero test di femminismo è garantire fondamentali diritti umani alle donne, non inaugurare statue di suffragette”

Il 24 aprile scorso la May aveva inaugurato il monumento a Millicent Fawcett, protagonista del movimento suffragista e prima donna ad ottenere l’omaggio di una statua davanti a Westminster. La Fawcett è ritratta con un cartello che recita: “Il coraggio chiama coraggio”.

@permorgana

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