Regno Unito: fuori gli europei!


In attesa di rimontare a player globale, il Regno Unito gioca delle mini partite commerciali e prende di mira i cittadini Ue, detenuti come “irregolari senza visto”

Gabriele Rosana Gabriele Rosana
[BRUXELLES] Giornalista, è capo della redazione Affarinternazionali.it, la rivista dello IAI. Collabora con D e Dlui di La Repubblica, Linkiesta, Il Messaggero e Aspenia.

In attesa di rimontare a player globale, il Regno Unito gioca delle mini partite commerciali e prende di mira i cittadini Ue, detenuti come “irregolari senza visto”

Quel che resta della Brexit è un gioco di specchi. Sono passati cinque anni dal referendum con cui il 23 giugno 2016 il Regno Unito decise di lasciare l’Unione europea, sul filo del 52% a 48% e con importanti differenze geografiche al suo interno, e sei mesi dall’effettiva uscita di Londra dal mercato unico europeo.

L’impressione è che – fra “guerra delle salsicce” nell’Irlanda del Nord, Royal Navy schierata contro i pescherecci francesi al largo dell’isola di Jersey e chiusura dei confini ai lavoratori stranieri – “Little England” si trovi adesso a recitare a soggetto la parte di “Global Britain” che s’era cucita addosso già durante la campagna referendaria; una visione che nei mesi scorsi ha approfondito in un documento strategico che guarda alla proiezione esterna del Paese fino al 2030. Londra prova a salpare verso nuovi orizzonti senza esser riuscita, tuttavia, a togliere gli ormeggi che la tengono ancora legata al mai troppo amato approdo continentale.

Il peso dell’ambizione, del resto, era palpabile al G7 di inizio giugno in Cornovaglia, il primo appuntamento su scala internazionale ospitato dal Regno Unito post-Brexit, finito per essere funestato anch’esso dall’ombra lunga dell’addio all’Ue: in particolare, dal rischio – evidenziato anche dal Presidente degli Stati Uniti Joe Biden nel suo viaggio europeo – che mosse “disinvolte” da parte del Governo di Sua Maestà possano mettere a rischio la delicata pace sull’isola d’Irlanda. Per evitare un hard border – come prescritto dagli Accordi del Venerdì Santo 1998, che sancirono una difficile pace -, Belfast è infatti rimasta all’interno del mercato unico, con una frontiera doganale individuata nel Mare d’Irlanda e l’Ue che delega di fatto ai britannici i controlli sul rispetto dei propri standard (come quelli fitosanitari che riguardano le carni, da cui discende la battaglia delle salsicce adesso in pausa). Ma al di là del significato pratico, la situazione irrita gli unionisti fedeli alla Corona e rilancia le spinte degli indipendentisti che sperano nella riunificazione con Dublino 100 anni dopo la Partition.

Secondo un sondaggio pubblicato alla vigilia dell’anniversario del voto che sancì il divorzio, anni di interminabili negoziati non hanno rivoluzionato gli equilibri in campo: realizzata dal guru britannico delle rilevazioni John Curtice per il gruppo What UK Thinks, l’indagine fotografa una situazione inamovibile. L’80% dei britannici – rivela lo studio – confermerebbe il proprio voto di cinque anni fa, tanto fra i Leave quanto fra i Remain, anche se soltanto il 20% degli interpellati dice di approvare il Trade and Cooperation Agreement concluso fra Londra e Bruxelles quasi fuori tempo massimo, il pomeriggio della Vigilia di Natale 2020.

Proprio sei mesi dopo la data di (provvisoria) entrata in vigore dell’accordo che regola le relazioni post-Brexit tra le due sponde della Manica, temi e tempi restituiscono la complessità degli effetti dell’operazione che ha posto fine a 47 anni di membership del Regno Unito nell’Ue. A cominciare dal capitolo commerciale, ma con conseguenze dirompenti anche per gli europei che vivono e lavorano nel Paese, visto che la libertà di circolazione – tra i temi contro cui si scagliò la propaganda identitaria Brexiteer – non rientra tra le misure concordate nell’intesa.

I dati del primo quadrimestre 2021 diffusi da Eurostat vedono le esportazioni britanniche verso l’Ue registrare un -27,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, “intrappolate” dalle nuove regole che ripristinano i controlli doganali. Se la misurazione del crollo dell’export è ostaggio di criteri diversi seguiti dagli uffici statistici di Londra e Bruxelles, il tema conferma però il suo impatto prepotente anzitutto sulla catena dell’approvvigionamento alimentare: a giudicare dalle posizioni allarmiste dei rappresentanti di settore, infatti, i tempi supplementari della Brexit si starebbero giocando fra gli scaffali dei supermercati, con l’export dell’agrifood verso il continente dimezzato (e picchi fino al -90%, ad esempio, per il comparto caseario), un incremento dei prezzi al dettaglio e il concreto rischio – come successo a inizio anno – che molti prodotti freschi e di stagione non raggiungano i consumatori.

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