Nato: quanto è pronta (o disposta) a rinnovarsi?


Una riforma efficace esige che venga rivista dalle fondamenta la relazione fra l'Unione europea e la Nato. E quale sarà il ruolo che quest'ultima sarà disposta ad accordare all'Europa?

Giuseppe Cucchi Giuseppe Cucchi
[ROMA] È stato rappresentante militare italiano presso l’Unione europea e Direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza. È membro del Comitato scientifico di eastwest.

Una riforma efficace esige che venga rivista dalle fondamenta la relazione fra l’Unione europea e la Nato. E quale sarà il ruolo che quest’ultima sarà disposta ad accordare all’Europa?

Se da un lato la Nato è stata fin dalla fondazione l’ombrello sotto cui l’Europa si è rifugiata in cerca di sicurezza, dall’altro però l’Alleanza ha impedito, com’è progressivamente divenuto chiaro col tempo, che essa crescesse armonicamente sino a raggiungere una piena autosufficienza. Come un grande albero, maestoso ma che impedisce lo svilupparsi di vegetazione minore nel terreno coperto dalla sua chioma, l’Alleanza non ha mai amato l’idea che sul continente considerato di sua esclusiva pertinenza potesse svilupparsi qualcosa di analogo con cui in un lontano domani avrebbe magari potuto iniziare ad avere contrasti e conflitti di competenza.

All’interno dell’Organizzazione poi, gli Stati Uniti, di gran lunga il più potente degli Stati membri, pur seguendo con coerenza una politica declaratoria con cui costantemente esprimevano la speranza che al cosiddetto “pilastro americano” potesse un giorno affiancarsi un “pilastro europeo” più o meno di pari livello, nella pratica si sono sempre mossi in modo tale da ostacolare, direttamente o per mezzo di altri, ogni passo europeo in quella direzione. D’altro canto l’Europa stessa ha fatto ben poco in questi ultimi settanta anni per porre rimedio a una simile situazione.

Dopo il fallimento della costituzione della Ced (Comunità Europea di Difesa) nel 1954 per rifiuto francese dovuto, come raccontava una battuta del tempo, “all’incapacità transalpina di risolvere il problema della rinascita di un esercito tedesco che avrebbe però dovuto essere più numeroso di quello sovietico e più piccolo di quello francese”, i tentativi europei in quel senso sono infatti risultati sporadici e molto poco efficaci. Di norma infatti l’Europa si rende conto delle macroscopiche lacune che ha nel settore militare soltanto nei momenti di grande tensione, quando è pervasa dalla paura di quanto potrebbe succedere e si scopre incapace di intervenire autonomamente in settori o in problemi che considera di suo precipuo interesse. Si tratta comunque di periodi che non durano mai abbastanza da convincerla a dedicare agli strumenti di sicurezza le risorse che sarebbe necessario investirvi. A dire il vero però qualche progresso, soprattutto negli ultimi venticinque anni, l’Europa lo ha fatto, anche se i bilanci della Difesa di molti Stati membri della Ue continuano a rimanere ridicoli.

A seguito della decennale crisi in Jugoslavia, congelata in maniera accettabile solo dopo un deciso intervento statunitense che ha propiziato quello della Nato, si è infatti tentato, con gli accordi di Saint Malo, di dar vita a un sistema di comando che potesse col tempo garantire la gestione del cosiddetto “headline goal“. Nella pratica, come sancito da tali accordi, l’Unione europea mirava a dotarsi di un Corpo d’Armata di 60mila uomini capace di entrare in linea nel tempo di due mesi sino a una distanza di 4mila km dall’Europa, nonché appoggiato da un congruo dispositivo aeronavale. La costruzione del sistema, che all’inizio pareva ben procedere è rimasta però incompleta, e per l’assenza del pezzo centrale della scacchiera − vale a dire di un comando che fosse in condizione di gestire a livello strategico tale complesso − e per la serie di ostacoli e di “distinguo ” che la Nato è riuscita progressivamente a imporre ai suoi membri Ue.

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