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Afghanistan: avanti il prossimo

A dominarlo ci hanno provato in tanti nei secoli. Oggi, con il ritiro Nato e Usa, il valore strategico del territorio che collega la Cina al Pakistan non è certo diminuito

Un uomo afgano mentre legge il Corano. REUTERS/Mohammad Shoib /Contrasto
Un uomo afgano mentre legge il Corano. REUTERS/Mohammad Shoib /Contrasto

Montagne, neve, guerrieri di razza, papaveri da oppio e Medio Evo Islamico: in poche parole una sintesi dell'Afghanistan!

Un Paese sperduto nel nulla al centro dell'Asia ma che sembra esercitare una irresistibile attrazione nei riguardi di tutti coloro che aspirano ad un esclusivo monopolio di dominio sull'Heartland, quell'area che secondo Mackinder ed Haushofer,  i padri della geopolitica, costituisce "il cuore del mondo".

A dominare l'Afghanistan nei secoli ci hanno provato in tanti. Qualcuno c'è riuscito, almeno nel breve termine, come successe ad esempio con Alessandro Magno il cui l’esercito lasciò tracce di DNA macedone in tante vallate Himalayane. Qualcun altro è in seguito partito addirittura da Kabul o da Islamabad per fondare un impero, come avvenne con i sovrani Moghul, che proprio dall'Afghanistan mossero alla conquista dell'India. Nella maggior parte dei casi, e soprattutto in occasioni relativamente  recenti, i tentativi di conquista sono però falliti in tempi abbastanza ridotti, mentre la volontà dell'invasore si scontrava con l'asprezza del Paese e la tenace resistenza di formidabili combattenti. Così nel quadro di un "grande gioco" centro asiatico che perpetuamente si rinnova interessando le grandi potenze del momento, l'Afghanistan ha avuto ragione fra la seconda metà dell'Ottocento e i primi del Novecento di un Impero Britannico allora al culmine della sua potenza al quale si è permesso il lusso di infliggere in rapida successione l'umiliazione di tre guerre afghane perdute. Momenti tragici, il cui pesante ricordo ancora permane in alcune ballate di Kipling, nel libro che Churchill dedica alle sue prime guerre e soprattutto nei colossali stemmi dei reparti anglo-indiani scolpiti sulle montagne, di fianco alla strada che conduce da Peshawar al Khyber Pass, la grande porta d'ingresso nel Paese per chiunque provenga da sud.

Alcuni decenni di pace, o meglio per essere più precisi di instabilità esclusivamente interna, e poi dopo gli inglesi ci hanno riprovato i russi, finendo con l'impelagarsi per più di dieci anni in un conflitto tanto sanguinoso da essere visto, a posteriori, come una delle concause che propiziarono il successivo crollo dell'Unione Sovietica.

Ai russi sono poi succeduti nel dominio dell'Afghanistan i talebani, un movimento fortemente ideologizzato composto e guidato da figli del Paese ma nella realtà autoctono solo in apparenza. Dietro le quinte esso era infatti manovrato, e per di più a briglia molto corta, da due giovani potenze islamiche emergenti, il Pakistan e l'Arabia Saudita, interessate l'una a conferire profondità strategica al proprio territorio nel caso di una guerra con l'India, l'altra a trasformarlo in un centro di addestramento e irradiamento per quell'ala particolarmente estremista dell'Islam che i wahabiti favorivano.

Un passo falso particolarmente pesante del fondamentalismo, l'attacco alle Torri Gemelle, ha poi provocato l'intervento armato dell'America nella regione. Dopo aver confidato, in un primo periodo, nel sostegno sul terreno della cosiddetta Alleanza del Nord, gli Stati Uniti decisero poi di coinvolgere nel vortice anche la Nato, associandosela nel disperato tentativo di mantenere con organici militari, tutto sommato ridotti, il controllo di un Paese tanto difficile da gestire. 

Ora − dopo più di un decennio che tra l'altro a noi italiani è costato ben cinquantaquattro giovani vite di soldati impiegati nel contingente inviato in quel Paese in nome della solidarietà atlantica − le carte sono di nuovo al centro del tavolo, in attesa di essere ridistribuite. Anche se non si sa ancora con precisione quando saranno completati i ritiri della Nato e del contingente americano, due punti sono ormai chiari. Il primo è che il nostro tentativo di far passare il Paese dal Medio Evo Islamico al terzo millennio in un periodo di tempo relativamente breve è definitivamente fallito. Il secondo consiste nel fatto che l'attuale Governo afghano verrà tra poco lasciato ad affrontare da solo il ritorno degli estremisti islamici.

Quando i russi si ritirarono dall'Afghanistan il Governo di Babrak Karmal resistette due anni prima di crollare sotto la spinta talebana. C'è però da dubitare sul fatto che nelle attuali circostanze chi è al potere a Kabul si riveli nel prossimo futuro altrettanto resistente! Il "grande gioco" affronta dunque il rischio di una nuova fiammata ed è logico che sia così, considerato come i recenti sviluppi della situazione internazionale abbiano addirittura accresciuto rispetto al passato, il valore strategico del controllo dell'area. Da un lato infatti essa rimane fondamentale per una Russia in rapido recupero di credibilità e che non può permettere che dall'Afghanistan il fondamentalismo dilaghi, infettandoli, in quei Paesi dell’Asia Centrale che erano un tempo parte della Unione Sovietica e che quindi Mosca considera come il suo intangibile "estero vicino". Dall'altro poi, tanto per il Pakistan quanto per l'Arabia Saudita restano validi i motivi che li avevano portati a controllare il Paese per mezzo delle milizie talebane e del Mullah Omar. C'è da chiedersi anzi, visti gli appetiti di Riad e del suo giovane principe in cerca di visibilità e legittimazione, se la spinta verso l'Afghanistan nella movenza sunnita dell'ecumene islamico non sia per caso cresciuta. 

Si tratterebbe in tal caso di un motivo in più di preoccupazione per un Iran che nutre già rivendicazioni verso la regione di Herat, storicamente e culturalmente persiana e non afghana, e che mal tollera i pesanti flussi di oppio e di eroina partiti dal Paese vicino che trovano facile preda nella gioventù iraniana, frustrata dalle regole draconiane di un regime che non ama.

Che dire infine della Cina, soprattutto di una Cina ben conscia del fatto di non potersi permettere il fallimento della sua iniziativa per la rivitalizzazione delle vie della seta, una delle quali − e non la meno importante! − passa proprio per l'Afghanistan collegando Cina e Pakistan e permettendo loro di aggirare l'India, in un certo senso anche contenendola. 

L'area è inoltre uno scrigno di risorse di ogni tipo per buona parte inesplorate e ciò può farla apparire agli occhi di Pechino come un vero e proprio baule del tesoro. L'eventuale interesse cinese e quello iraniano riporterebbero però in gioco in primo luogo gli Stati Uniti e secondariamente l'India, conferendo ulteriore complessità a questo grande gioco che in realtà da lungo tempo non si è mai arrestato.

Quindi avanti, signori: chi farà la prossima mossa?

@romanoprodi - @sangiuit

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di luglio/agosto di eastwest.

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