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Australia, vince la destra

Gli elettori hanno votato a destra, preferendo posti di lavoro e tagli alle tasse invece della lotta al cambiamento climatico e delle riforme sociali dei laburisti

Il Primo Ministro australiano Scott Morrison. Fazry Ismail/Pool via REUTERS/Contrasto
Il Primo Ministro australiano Scott Morrison. Fazry Ismail/Pool via REUTERS/Contrasto

Anche in Australia, come in molti altri Paesi industrializzati, i socialdemocratici non sanno più vincere. Malgrado i sondaggi favorevoli e i notevoli imbarazzi politici e strategici degli avversari liberali − sei anni di incerto Governo e tre diversi Primi Ministri tra il 2015 e il 2018, risultato di faide interne senza fine − i laburisti non sono stati in grado di riconquistare la fiducia della maggioranza dell'elettorato.

Alle elezioni federali dello scorso 18 maggio gli australiani hanno preferito il conservatorismo socio-economico della coalizione liberal-nazionale rispetto all'ambizioso programma di riforme sociali e di proposte a favore dell'ambiente dei progressisti. Il leader dei Liberals, riconfermato Primo Ministro, il cristiano pentecostale Scott Morrison − fautore della linea intransigente sui migranti (il No way a cui si ispira il Ministro degli Interni italiano Matteo Salvini) e favorevole a un modello energetico con il carbone al centro e senza nuovi obiettivi di limitazione delle emissioni di gas serra – ha parlato di “miracolo” dopo l'inattesa vittoria. Sono stati i “quiet Australians” secondo Morrison, i cittadini tranquilli, quelli forse sottomessi tout court al mercato senza regole dei nostri giorni ma che devono mettere il pane sulla tavola alla fine della giornata, ad averlo inaspettatamente sostenuto. Qualche testata ha scritto che a spingere la coalizione conservatrice sono state le stesse forze populiste che condizionano la politica negli Stati Uniti e nel Regno Unito: vero o no, Morrison nel ringraziare chi lo ha votato ha evocato toni da America First promettendo loro di metterli “per primi” quando il Governo implementerà le sue strategie economiche. Dopo aver utilizzato lo slogan “Make Australia great again” durante la campagna elettorale e una retorica tutta incentrata sulla paura: non votate Labor perchè aumenteranno le tasse, diminuirà l'occupazione e i confini del paese saranno meno sicuri.

Premesso che la coalizione conservatrice − composta dai Liberals, appunto, e dai Nationals che hanno molto seguito nelle aree rurali − alla fine è riuscita a mettere insieme una maggioranza risicata a sostegno del governo Morrison-bis (78 seggi ottenuti a fronte dei 76 su 151 che servono per la maggioranza assoluta mentre i Labor si sono aggiudicati 66 seggi), l'ultima tornata elettorale ha consegnato il quadro di un Paese spaccato in due: da una parte coloro che hanno beneficiato della deregulation economica e finanziaria, della riduzione delle barriere commerciali, delle nuove tecnologie e più in generale degli effetti della globalizzazione di questi primi venti anni del nuovo millennio e che risiedono in larga parte nei quartieri più centrali delle città; dall'altra ci sono quelli che non sono riusciti a metabolizzare questi cambiamenti, che hanno pagato ad altissimo prezzo l'ingente perdita di impieghi nel settore manifatturiero e la precarizzazione occupazionale e che più in generale sono state vittime della ineguale crescita economica dei nostri tempi. La maggior parte di queste persone risiede nei quartieri periferici delle città e nelle aree rurali e molti di loro non votano. Quelli che lo fanno scelgono di sostenere per lo più partiti conservatori come i Liberals e i Nationals o formazioni anti-immigrazioniste come il One Nation di Pauline Henson, la parlamentare di estrema destra che un paio di anni fa si presentò in Senato indossando un burqa per chiederne il divieto e che lo scorso ottobre vide bocciata per appena un paio di voti una sua mozione parlamentare di condanna del “razzismo anti-bianco”. La mozione della Henson, che ha scelto “it is ok to be white" come slogan del suo partito, aveva come scopo di porre l'attenzione "sul deplorevole aumento del razzismo contro i bianchi e degli attacchi al mondo e stile di vita occidentali." Ma ci sono realtà ancora più a destra di One-Nation nel panorama politico australiano.

Alle ultime elezioni settanta candidati si sono presentati nelle liste del Conservative National Party, un gruppo di recente formazione che paragona i gay ai pedofili e che regolarmente attacca sui social immigrati, persone LGBT e persino le madri-single. Il personaggio più in vista del partito, Fraser Anning, l'ex-senatore australiano che pochi mesi fa salì alla ribalta delle cronache internazionali per aver schiaffeggiato un 17enne che gli aveva schiacciato un uovo in testa

durante un incontro politico a Melbourne, non ha ottenuto i voti necessari per essere rieletto. Anning aveva sostenuto, all'indomani degli attacchi da parte dell'australiano Brenton Tarrant a due moschee di Christchurch in Nuova Zelanda in cui morirono 50 persone lo scorso marzo, che la colpa degli atti di sanguinaria violenza fosse degli immigrati e della “crescente paura provocata dalla sempre maggiore presenza di musulmani” in Oceania. Anning, che è stato senatore per un intero mandato dal 2016 al 2019, ha fatto da trait d'union tra le frange più estreme della destra extra e anti-parlamentare e gli ultra-conservatori che si annidano tra le fila della coalizione di governo, che spesso fagocitano gli estremisti pubblicando sui social post che inveiscono contro gli immigrati provenienti dai paesi in via di sviluppo e i musulmani, finendo per legittimare i gruppi di suprematisti bianchi, islamofobi, anti-semiti e omofobi che riscuotono crescente consenso in particolar modo tra i più giovani delle aree depresse del Paese.

C'è una pletora di gang di ultra-estremisti di destra, che si riunisce sotto le denominazioni più variopinte in Australia. Tra questi la Resistenza degli Antipodi, il Fronte Patriottico Unito, i Soldati della Croce del Sud, la Società dei Ragazzi, i Dingoes. Sono contro le élites, che definiscono “spietate”, e gli intellettuali, e tra di loro si chiamano con l'acronimo NEET - not in employment, education or training (persone non impegnate nello studio, né nel lavoro, né nella formazione). Le loro attività si svolgono prevalentemente online dove utilizzano un linguaggio (“lingo”) derivato dallo slang e pieno di neologismi in cui Australia diventa “Straya,” i “true blue cobbers” sono i sodali fidati, gli americani sono chiamati “Seppos” (dalla contrazione diseptic tank, fossa biologica). Una delle loro strategie è quella di infiltrare i partiti per manipolare le loro linee politiche, come fece la Società dei Ragazzi (Lads Society) nel 2018 a un congresso dei giovani Nationals. In Australia l’incremento del terrorismo bianco è parallelo alla crescita dei crimini d’odio.

Secondo l'Executive Council of Australian Jewry, nel 2018 sono stati registrati 366 atti anti-semiti in Australia con un aumento del 59% rispetto all'anno precedente (il gruppo neo-nazi Resistenza degli Antipodi è responsabile per oltre un terzo di questi atti). Un recente studio del Royal Melbourne Institute of Technology (RMIT) ha messo in luce che Adelaide, nel South Australia, è la città australiana in cui si verificano più casi di atti motivati da odio-razziale e/o religioso contro i musulmani. Una legge severissima, introdotta in Australia proprio da un Primo Ministro conservatore – John Howard − nel 1996 dopo il massacro di Port Arthur in Tasmania in cui un giovane squilibrato munito di un arsenale di armi semiautomatiche uccise 35 persone, ha evitato tragedie nel paese tipo quelle di Christchurch e fatto scendere il numero delle vittime da armi da fuoco di oltre il 50% per oltre venti anni.

In Australia vige il divieto di detenere illegalmente armi da fuoco, con multe fino a 280.000 dollari australiani (170.000 euro circa) e pene detentive fino a 14 anni. Lo schema di riacquisto delle armi, introdotto nel 1996 dal Governo, costrinse a consegnare, dietro risarcimento, i tipi più pericolosi di armi da fuoco, come i fucili semiautomatici e i fucili a pompa. Il programma consentì il recupero di ben700 mila fucili solamente nei primi dieci anni dalla sua implementazione.

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