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Bangladesh, la lady di ferro asiatica

Dalla guerra alla droga all’autoritarismo versione asiatica: Sheikh Hasina usa il pugno duro e vanta un Pil in crescita del 7% annuo

Il Primo Ministro del Bangladesh, Sheikh Hasina, parla durante un'intervista al Grand Hyatt Hotel a Manhattan, New York, Stati Uniti, 25 settembre 2018. REUTERS/Amr Alfiky
Il Primo Ministro del Bangladesh, Sheikh Hasina, parla durante un'intervista al Grand Hyatt Hotel a Manhattan, New York, Stati Uniti, 25 settembre 2018. REUTERS/Amr Alfiky

“Verso le dieci e mezzo di sera bussano alla porta. Apro e un gruppo di uomini salta dentro, avventandosi su di me”. Siamo a Dhanmondi, quartiere residenziale di Dacca, capitale del Bangladesh. A parlare è Shahidul Alam, fotografo di fama internazionale.  Racconta quanto gli è capitato la sera del 5 agosto 2018 quando, dopo aver criticato la repressione di una manifestazione studentesca, viene preso, legato e trasportato di peso in un furgone. Finisce in prigione. Ci rimane per 107 giorni, diventando il simbolo della resistenza a un potere sempre più violento.

Rilasciato il 20 novembre 2018 in seguito a una mobilitazione internazionale a cui hanno aderito Amnesty International e intellettuali come Amartya Sen e Arundhati Roy, Shahidul Alam ora è in libertà provvisoria. Rischia una condanna fino a 14 anni per aver danneggiato l’immagine del Paese. Il suo lavoro non è gradito al Governo di Sheikh Hasina, figlia di Sheikh Mujibur Rahman, il “padre della patria” protagonista della lotta per l’indipendenza dal Pakistan, nel 1971.

Prima Ministro e leader dell’Awami League, al potere dal 2009, Sheikh Hasina usa il pugno duro contro gli islamisti radicali, vanta un Pil che cresce al 7% annuo, rivendica la stabilità interna e, sul fronte internazionale, la gestione del complicato “dossier” dei Rohingya, la minoranza musulmana dello Stato birmano del Rakhine, costretta alla fuga a causa delle persecuzioni del regime del Myanmar. Vista da lontano, la lady di ferro asiatica appare autoritaria ma affidabile. Vista dall’interno, è il volto della repressione, dell’autocrazia o, per usare le parole di Shahidul Alam, “di uno Stato di polizia”.

Lo dimostrano le elezioni politiche del 30 dicembre 2018. “Le elezioni si sono svolte il 29, non il 30 dicembre. Le urne sono state riempite in anticipo, gli elettori intimiditi, i candidati dell’opposizione maltrattati”, sostiene con enfasi Shahidul Alam. A uscirne vittoriosi, l’Awami League e Sheikh Hasina, che si è aggiudicata un terzo mandato consecutivo. Sconfitto, invece, il Bangladesh Nationalist Party, da 10 anni all’opposizione e la cui leader, Khaleda Zia, è in carcere da mesi per corruzione.

A Sheikh Hasina importa poco delle obiezioni. Può vantare il successo economico inaspettato di un Paese da 170 milioni di abitanti, nato pochi decenni fa da una sanguinosa guerra per l’indipendenza, sopravvissuto faticosamente a dittature militari e colpi di Stato, stretto geograficamente tra il gigante indiano (con cui condivide un lungo confine e il sospetto verso il Pakistan) e quello cinese (al quale è legato da interessi energetici crescenti), affacciato sul Golfo del Bengala e tra i più esposti agli effetti dei cambiamenti climatici. Eppure in crescita.   

Per Sheikh Hasina, quel 7% di crescita annua del Pil giustifica tutto, legittima decisioni arbitrarie e pugno di ferro. Ma quel numero nasconde molte contraddizioni. “Si parla di sviluppo, ma mentre i ricchi diventano sempre più ricchi la maggioranza della popolazione − i veri eroi, i lavoratori del tessile, i lavoratori migranti, quelli del settore informale, i contadini sui campi − lotta per sopravvivere”, sostiene Alam. Della crescita economica ha beneficiato perlopiù l’élite urbana e colta, ne sono rimasti esclusi invece i “veri eroi del Paese”. Secondo i rapporti del Bangladesh Bureau of Statistics e della Banca mondiale il 30% circa della popolazione vive sotto la soglia di povertà nazionale, il 17% (circa 25 milioni) soffre di povertà estrema; il tasso di disoccupazione è intorno al 4%; ogni anno su circa 2 milioni e 700.000 nuovi giovani che ambiscono a entrare nel mondo del lavoro, soltanto un quarto ci riesce; il salario medio mensile è fermo a un terzo di quello che servirebbe per vivere dignitosamente.

Una cesura evidente, che ha fornito ragioni di reclutamento ai gruppi radicali islamisti armati, ci spiega Shahan Enam Khan, docente di relazioni internazionali all’Università Jahangimagar di Dacca. Per lui, dietro all’affermazione del radicalismo, minoritario ma con ampi margini di espansione, c’è un’altra battaglia. Riguarda l’identità bangladese, il ruolo dell’Islam, rimanda a una transizione storica che ha condotto nel ventunesimo secolo una nazione divisa tra una maggioranza culturalmente e socialmente “rurale” e una minoranza al potere spesso influenzata da modelli esogeni. I gruppi jihadisti sono anche una risposta a questa transizione e alla divisione, figlia dell’indipendenza nel 1971, tra quanti pensano a un Paese secolare e liberale, come recita la prima Costituzione del 1973, e quanti invece aspirano a una nazione fondata sull'Islam come religione di Stato.

I Governi che si sono alternati al potere dopo l’indipendenza hanno affrontato questa mutazione con il mezzo sbagliato: la forza, la repressione. “La violenza è endemica. Ci sono sparizioni, maltrattamenti, finte sparatorie, esecuzioni extra-giudiziali”, nota con preoccupazione Shahidul Alam. Qui in Bangladesh quasi ogni giorno finiscono in un buco nero attivisti e oppositori politici, giudici e imprenditori e, sempre più, veri o presunti spacciatori di droga.

“Con il pretesto della lotta alla droga, si regolano conti politici”, ci racconta Didarul Alam Rashed, direttore dell’organizzazione non governativa Nongor, che a Cox Bazar – principale località turistica, nel sud-est del Paese – gestisce un centro di prevenzione e disintossicazione. “Da cosa? Soprattutto dalla yaba”. Detta anche pillola della pazzia, la yaba è una pasticca composta da metanfetamina e caffeina. Diffusa in tutto il sud-est asiatico, dalla Tailandia alle Filippine, dalla Malesia al Bangladesh fino all’Australia, è prodotta perlopiù nei laboratori del Myanmar, sull’altro lato del confine segnato dal fiume Naf, a pochi chilometri da Cox Bazar. Quel confine è attraversato non solo dai Rohingya in cerca di protezione, ma anche dai narcotrafficanti in cerca di guadagni. Alcuni Rohingya vengono sfruttati come “muli”, trasportatori di yaba affidabili e poco costosi. Qualcuno è disposto al lavoro sporco perché è uno dei pochi disponibili. Qualcun altro è finito per diventarne dipendente. Nel centro diretto da Didarul Alam Rashed ci sono bambini di 12 anni già assuefatti.

Il quadro complessivo è allarmante: sarebbero 5 milioni almeno i consumatori di yaba in Bangladesh, mentre i numeri sulle confische segnalano la crescente attenzione delle autorità, ma anche un mercato enorme. Nel 2010 sono state confiscate 81.000 pillole di yaba, nel 2016 29,5 milioni, lo scorso anno ben 35 milioni. La rete della produzione e della commercializzazione lega birmani e bangladesi, include poliziotti e guardie di frontiera, funzionari della dogana, politici di tutti gli schieramenti e di ogni livello.

Il più rappresentativo in Bangladesh è Abdur Rahman Bodi, per due volte deputato dell’Awami League. Accusato di essere il principale boss del traffico di yaba, ha costruito una fortuna ma poi, alle strette, è stato costretto a sostenere le iniziative del Governo. Dopo aver lanciato nel maggio 2018 la “guerra alla droga”, nei primi mesi del 2019 il Governo ha annunciato un aut aut ai “padrini della yaba”, finiti in una “lista nera”. È la strategia del pentimento. Chi si arrende subisce un processo, ma con un occhio di riguardo. Chi non lo fa, finisce all’obitorio. Così il 16 febbraio 2019 a Teknaf, verso il confine con il Myanmar, alla presenza del Ministro degli Interni Asaduzzaman Khan, 102 commercianti e padrini del traffico di yaba (tra cui almeno 12 famigliari di Bodi) si sono arresi. Tre di loro hanno tenuto un discorso edificante: ci pentiamo per il bene dei nostri giovani. Il Ministro degli Interni gongolava e minacciava: “dobbiamo salvare il Paese. Non solo Teknaf, ma tutto il Bangladesh deve essere liberato dalla yaba.” Per farlo, la prima ministro Sheikh Hasina ha dichiarato che è disposta a tutto. I cittadini sono avvertiti.

@battiston_g

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di luglio/agosto di eastwest.

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