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La "diplomazia teologica" di Bolsonaro

La politica estera brasiliana abbandona l’indipendenza e il multilateralismo e difende questioni morali, dominata da forze politiche evangeliche

Il Presidente brasiliano Jair Bolsonaro incontra il Presidente americano Donald Trump a cui regala una maglietta della nazionale di calcio verde-oro con il suo nome. REUTERS/Kevin Lamarque
Il Presidente brasiliano Jair Bolsonaro incontra il Presidente americano Donald Trump a cui regala una maglietta della nazionale di calcio verde-oro con il suo nome. REUTERS/Kevin Lamarque

“Io non voglio che l’Argentina abbia relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti. Io voglio che l’Argentina abbia relazioni carnali con gli Usa.” Questa frase, pronunciata nei primi anni ’90 dall’allora cancelliere di Buenos Aires, Guido di Tella, rimase nella storia come fulgido esempio di allineamento automatico, solerte e indiscusso di un paese latino-americano con Washington.

Trent’anni dopo, un’altra grande nazione dell’America Latina pare aver intrapreso una politica estera altrettanto disciplinatamente schierata con il grande vicino del nord. “Siamo allineati con la politica degli Usa”, ha dichiarato a fine luglio il Presidente del Brasile, Jair Bolsonaro. Un’affermazione che non è stata affatto accolta positivamente tra i quadri del Ministero degli Esteri di Brasilia, il glorioso Itamaraty. E che avrà fatto rivoltare nella tomba buona parte dei cancellieri brasiliani degli ultimi 200 anni. A partire dal fondatore della moderna diplomazia verde-oro, il Barone del Rio Branco.

La politica estera è sempre stata un punto d’orgoglio per un Paese come il Brasile, con un’estensione continentale e ambizioni globali, ma dalla scarsa dimensione economica e sostanziale irrilevanza militare. Se gli Usa hanno sempre basato la loro diplomazia sulla loro forza, il Brasile ha accresciuto la sua forza facendo perno sulla sua diplomazia. Che ne ha costruito la leadership tra i Paesi emergenti e creato il corposo soft power. Per questo motivo, a Brasilia la politica estera è sempre stata considerata uno strumento essenziale, quasi vitale, per l’esistenza dello Stato.

Tutti i Governi, indipendentemente dalla loro appartenenza politica, hanno sempre portato avanti una politica estera molto ben delineata, basata su un corpo diplomatico perspicace e di altissima qualità, e basata su due pilastri considerati quasi sacri: multilateralismo e indipendenza. Mai, neanche negli anni più duri della Guerra Fredda, neppure durante la dittatura militare (1964-1985), nemmeno durante la stessa Seconda Guerra Mondiale, il Brasile si è legato sommariamente a un Paese o a un blocco ideologico internazionale.

L’indipendenza è sempre stata considerata conditio sine qua non, traducendosi in equidistanza in diversi scacchieri internazionali. Come ad esempio nel caso del conflitto israelo-palestinese (nonostante la folta e influente comunità ebraica, che ha dato al Paese più di un Ministro degli Esteri, e gli oltre 20 milioni di arabo-brasiliani). Ma anche nel caso dei rapporti tra gli Usa con Russia e Cina (come dimostra la creazione del gruppo BRICS su iniziativa dell’ex cancelliere brasiliano Celso Amorim). O nella crisi venezuelana, dove il Paese ha agito sempre con i piedi di piombo e i guanti di velluto. E persino in casi come in Corea, dove il Brasile è tra i pochi ad avere un’ambasciata sia a Seul che a Pyongyang.

Il multilateralismo, da parte sua, è sempre stato fondamentale per il Brasile per tenere legati a sé i Paesi sudamericani, evitando di essere percepito come un ingombrante (e pericoloso) vicino. E serviva ad accrescere la sua rilevanza nei consessi internazionali. Caso contrario, a livello bilaterale, il Brasile avrebbe avuto una posizione subalterna alle grandi potenze. 

Questa volta, però, il Governo Bolsonaro pare voglia portare avanti una rivoluzione diplomatica, cambiando i connotati della politica estera brasiliana. Con mutamenti che potrebbero andare ben oltre la durata del mandato presidenziale.

Bolsonaro ha scelto come suo cancelliere l’ambasciatore Ernesto Araújo. Tutto regolare: è prassi che in Brasile i Ministri degli Esteri siano diplomatici di carriera. Tuttavia, il nuovo Presidente è riuscito a individuare probabilmente il più conservatore e filoamericano tra i diplomatici brasiliani. In un articolo pubblicato sulla rivista dell’Itamaraty nel 2017, Araújo è arrivato a scrivere che “Solo Trump può ancora salvare l'Occidente”.

Dichiaratamente antiabortista, contrario al divorzio, ostile alla comunità LGBT, seguace del guru conservatore Olavo de Carvalho, convinto che cultura e religione (cristiana) debbano avere un peso nella politica estera, Araújo ha organizzato convegni sui mali del “globalismo” dentro l’Itamaraty. Ha persino dichiarato che il “nazismo era una forza di sinistra”.

Immediatamente dopo aver preso il comando del Ministero, Araújo ha iniziato un processo di riorganizzazione profonda, modificando persino i curricula dell’Accademia Diplomatica. Materie come Storia dell’America Latina sono state eliminate e sostituite con classici latini e greci, da Omero a Plotino.

In seguito, è partita un’epurazione di diplomatici notoriamente ostili al nuovo Governo. Come l’ambasciatore Paulo Roberto de Almeida, colpevole di aver pubblicato un articolo critico sul suo blog personale. Silurato in 24 ore.

Per quanto riguarda le scelte di politica estera, il Brasile ha abbandonato sia l’indipendenza che il multilateralismo. Oltre alla vicinanza con gli Usa, grazie anche al rapporto diretto e cordiale tra Donald Trump e Bolsonaro, il Paese ha assunto posizioni sempre meno equidistanti. Dalla proposta di apertura di una base militare nordamericana in territorio brasiliano, al possibile ingresso nella NATO, lo spostamento dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, le critiche astiose contro la Cina, l’appoggio incondizionato all’autoproclamato Presidente venezuelano Juano Guaidó, la vicinanza con leadership controverse, come quella di Viktor Orbán, fino a voti in sedi Onu su risoluzioni sull’educazione sessuale femminile. In quest’ultimo caso si è arrivati a parlare di “diplomazia teologica”, dettata dalle forze politiche evangeliche che dominano il nuovo Congresso brasiliano, solida base di sostentamento del Governo Bolsonaro.

Questa virata a destra ha generato forti critiche sia in Brasile, con stampa e ex-diplomatici che non lesinano attacchi, che all’estero. Tuttavia, bisogna sottolineare come Araújo non sia dissennato, molto meno incompetente. È un diplomatico estremamente preparato, tra le menti più raffinate dell’Itamaraty, e di lunga esperienza. È perfettamente cosciente del fatto che su alcuni aspetti sia necessaria prudenza. Come con la Cina, primo partner commerciale del Brasile. Inoltre, in meno di sei mesi di mandato è riuscito a fare ciò dove i suoi predecessori non sono riusciti in vent’anni: concludere un accordo tra Mercosul e Unione Europea. Un risultato per nulla scontato.

Nondimeno, Araújo rappresenta un Governo eletto democraticamente e che gode ancora oggi del consenso della maggioranza dei brasiliani. Che sono, per oltre il 50%, evangelici. Quindi, questa nuova politica estera rappresenta non solo la volontà popolare di come il Brasile debba mostrarsi al mondo ma rispecchia l’immagine effettiva di come di fatto sia il Paese profondo. Conservatore, nazionalista, dove l’aborto è proibito e il multiculturalismo difficile. Una nazione la cui diplomazia fino ad oggi è stata portata avanti da un piccolo gruppo di uomini colti, eleganti e cosmopoliti, lontani anni luce dalla sua società.

Eppure, per quanto legittime, scelte diplomatiche così nette potrebbero avere effetti duraturi, e non sempre positivi. Paesi minori, che guardano al Brasile come leader, potrebbero preferire distanziarsi. Con effetti deleteri per gli storici obiettivi diplomatici brasiliani. Tra cui il seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Danni che non si recuperano in un breve periodo, o che sono addirittura irreversibili.

Inoltre, questa rottura potrebbe creare un pericoloso precedente. Nel caso in cui le prossime elezioni siano vinte da forze di sinistra, queste non si sentirebbero più vincolate al rispetto della sacra indipendenza della diplomazia. Potendo portare il Brasile a fare scelte altrettanto nette ma diametralmente opposte, e potenzialmente ancora più pericolose. Allineandosi non più ad una democrazia occidentale, con gli Usa, ma a dittature o autocrazie come Russia o Cina. Venezuela docet.

@carlocauti

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di settembre/ottobre di eastwest.

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