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Belize, la pianta della discordia

Una disputa tra Guatemala e Belize dura da quattro secoli, da quando la Corona spagnola concesse agli Inglesi di sfruttare una pianta, il palo de tinte

La gente si riunisce su un pontile turistico a Belize City, Belize. REUTERS/Jose Cabezas
La gente si riunisce su un pontile turistico a Belize City, Belize. REUTERS/Jose Cabezas

Tutto è iniziato per il palo de tinte. Non era l’oro, ma era un buon commercio. Il luogo tuttavia era piuttosto ostile: il terreno insalubre, i tifoni violenti, la giungla minacciosa, tutto teneva alla larga gli spagnoli che pure ci bazzicavano fin dai primi viaggi di Colombo. Laggiù, in quell’ansa di Caribe inospitale che oggi chiamiamo Belize, nessuno voleva insediarci una colonia.

L’unica risorsa era quella pianta che pure brulicava in tutto lo Yucatan, soprattutto nella zona del Campeche, da cui ha preso il nome più conosciuto. Dalle bacche infatti si estraeva una tintura che gli aztechi conoscevano da sempre e su cui, dalla fine del Seicento, avevano messo gli occhi le manifatture tessili inglesi.

Che fare? Per Madrid era più conveniente dare una concessione ai mercanti inglesi per tagliarsi il legname e venderlo. E Londra, a sua volta, invece che mandare coloni, preferiva accordarsi coi corsari al suo servizio, che in cambio avevano baie sicure e buoni nascondigli, protetti dalla barriera corallina (tutt’ora una delle più grandi e ben tenute al mondo) e alle spalle le mangrovie. Nessuna delle due corone, nelle carambole delle loro rivalità, avrebbe mai pensato che le discordie attorno a quel palo de tinte sarebbero arrivate irrisolte fino ai giorni nostri.

Il Belize non è che una piega dell’eredità coloniale europea. Una piega che continua a rimanere arricciata. Naturalmente in ballo non c’è più il palo de tinte, ma la frontiera con il Guatemala, che corre dritta, tracciata su carta dagli ufficiali inglesi. Frontiera mai riconosciuta: qui è chiamata “zona de adyacencia”, una striscia di terra di un km da un lato all’altro di una linea invisibile.

Su quella linea pesa il destino di un Paese: il Guatemala considera sua tutta la parte centro meridionale del Belize, più di 11 mila kmq sui 22 mila totali, dal Río Sibún al Río Sarstún. Il conflitto è finora sempre rimasto latente e, a parte qualche piccolo incidente, resta solo un vespaio di recriminazioni.
Nel dicembre del 2002 per la prima volta i due Paesi si impegnavano ad adire alla Corte internazionale di Giustizia per risolvere la questione della frontiera. Sei anni dopo un “accordo speciale” fissava la road-map: prima di recarsi in tribunale, si sarebbero svolti due referendum. Bisognava aspettare il 23 ottobre 2017 perché i guatemaltechi si recassero alle urne (o per lo meno il 27% di chi aveva diritto di voto) e il 95,88% dava il via libera al Governo.

In Belize la data era fissata per il 10 aprile 2019. Tuttavia, il partito di opposizione, il PUP (People’s United Party) una settimana prima del voto è riuscito a strappare uno stop dalla Corte Suprema convincendola che mancava un adeguato marco legale. Mentre scriviamo non si sa se e quando il referendum si terrà.

“Il paradosso” – racconta Edmundo Urrutia, politologo guatemalteco – “è che il Belize è molto più preparato del Guatemala ad affrontare una Corte eppure è anche la soluzione che sembra evitare di più”.  

Non è un caso che l’OEA (Organizzazione degli Stati americani) sia impegnata a monitorare la zona de adyaciencia, grazie al supporto (prezioso e silenzioso) dell’Unione Europea. “Consideriamo strategico stabilizzare il più possibile una zona così a rischio”, spiega Stefano Gatto, capo-delegazione Ue in Guatemala. “L’Aja sarebbe la soluzione migliore, ma in ogni caso escludiamo che la situazione possa precipitare”, continua il diplomatico europeo.

Allora, per capire questa storia bisogna fare un passo indietro, ai tempi del palo de tinte.
Gli spagnoli avevano riconosciuto agli inglesi le concessioni per commerciare. I primi via libera risalgono al 1713 con la pace di Utrecht, poi formalizzati con il Trattato di Versailles (1783): 4800 km dal Río Belice (oltre cui c’è il Messico), poi estesi nel 1786 di altri 1883 km fino al Río Hondo. Tra guerre, minacce, evacuazioni e rioccupazioni, gli inglesi lasciavano liberi i coloni di spingersi fino al Río Sarstún (attuale frontiera sud) con grande irritazione di Madrid.

Mai, in nessun trattato, gli spagnoli ne hanno riconosciuto la sovranità. La svolta nel 1859: il Guatemala, indipendente dal 1821, si impegnava a rispettare le frontiere di fatto mentre Londra prometteva di costruire una ferrovia da Città del Guatemala alla costa atlantica. Promessa non mantenuta: per il Guatemala, un trattato non rispettato significava decaduto e senza alcuna validità. Posizione che tiene a tutt’oggi.

Da allora, tutti i tentativi di negoziato sono falliti. La stessa Costituzione guatemalteca del 1949 considerava il Belize parte del territorio nazionale e quella del 1985 dà facoltà all’esecutivo nella 19° “Disposizione transitoria e finale” “di realizzare tutte le misure che tendano a risolvere la situazione dei diritti del Guatemala rispetto al Belize, in conformità con gli interessi nazionali”.

Oggi nessuno pensa più di annettersi l’intero vicino, ma quei “diritti” vengono agitati come un capitale politico. Eppure, come ha scritto El Siglo, si potrebbe pensare a soluzioni più pragmatiche, ad esempio “stabilire tra i due Paesi uno spazio economico che generi benefici”.

Prima che il Governo beliceño, sotto la pressione dell’opinione pubblica, decidesse nel 2018 lo stop alle ispezioni petrolifere in mare, aveva dato concessioni su ampie zone a sud di Stann Creek e persino nel Parco nazionale di Sarstoon Temash. A farsi avanti, rivelava il giornale Plaza Publica, una cordata di petrolieri guatemaltechi (e di imprese Usa): “Mentre si cerca di dirimere la storica disputa territoriale, settori dell’élite imprenditoriale già si sono presi ampiamente in anticipo”. Proprio come succedeva con il palo de tinte a fine Seicento.

Strana storia quella del Belize. Londra concesse lo status di colonia solo nel 1862 (l’Honduras Britannico) e l’indipendenza solo nel 1981. Non si è mai fidata di quei mercanti e corsari, astuti nei commerci, meglio se fatti fuori dalle regole, e scaltri con gli schiavi usati nelle piantagioni e nelle guerre contro gli spagnoli. Eppure, li ha sempre tenuti stretti: “Ancora oggi per gli inglesi il Belize ha un valore molto importante, come piazza di influenza geopolitica”, sottolinea Urrutia.

Per Londra, come ha scritto la storica messicana Mónica Toussaint Ribot, “il Belize aveva solo una funzione di vincolo con il Centro America”. Il paradosso, secondo la studiosa, è che tanto più gli inglesi resistevano ai reclami di sovranità, tanto più il Belize guardava fuori.
I Belizeans hanno cercato di mantenere una patina British in un’intimità caribeña. Questo spazio di meticciato anglofono sta incistato in Centro-America senza sentirsene parte. È membro del Commonwealth e del Caricom, l’organizzazione del Caribe. E persino con il Venezuela ha avuto un flirt negli anni in cui la diplomazia chavista manovrava con Petrocaribe (le forniture di petrolio a prezzo stracciato) e le promesse di PetroSolar (investimenti in energia solare), prima di tramontare nella sua crisi.

Celebrato da Madonna che nel 1987 c’ha girato la sua Isla Bonita e osannato dai turisti (che fanno il 10% del Pil), il Belize mantiene la sua indole ambigua e sorniona. Ormai da anni compare nell’annuale Rapporto del Dipartimento di Stato Usa per “riciclaggio di denaro e traffico di stupefacenti”. Nell’occhio del ciclone c’è la zona del Petén, la regione tra Guatemala, Belize e Messico. Un cuneo che è una terra di nessuno, dove tutto passa. Un’inchiesta di Mongabay, il portale di giornalismo ambientale, ha raccontato “l’enorme traffico illegale di fauna e flora protetta destinata ai mercati internazionali”. La maledizione della non-frontiera poggia sulle relazioni ambigue tra illegalità e poteri dello stato in entrambi i Paesi e “l’incapacità delle autorità di imporre la legge – come ha riportato in un’ampia inchiesta il sito In-Sight Crime – Il che significa una proliferazione di gruppi criminali e lo sviluppo senza freni delle loro attività illecite”.

Forse tutto questo spiega perché la frontiera rimarrà un fantasma ancora a lungo.

@fabiobozzato

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