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Droni, missili e messaggi dall'Iran

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Teheran mette in guardia i suoi interlocutori esibendo tattiche e armamenti sempre più all'avanguardia. L'attacco all'Aramco è un avvertimento

Una petroliera saudita nei pressi delle coste di Fujairah. A maggio scorso due imbarcazioni saudite hanno subito un pesante sabotaggio, pur non essendoci stati né morti né perdite di petrolio in mare, le navi sono state pesantemente danneggiate. REUTERS/Ronen Zvulun
Una petroliera saudita nei pressi delle coste di Fujairah. A maggio scorso due imbarcazioni saudite hanno subito un pesante sabotaggio, pur non essendoci stati né morti né perdite di petrolio in mare, le navi sono state pesantemente danneggiate. REUTERS/Ronen Zvulun

Quello che più impressiona nel recente attacco alle installazioni Aramco nel cuore dell’Arabia Saudita è il fatto che un’azione di una tale complessità, che impegnava contemporaneamente − almeno secondo la ricostruzione delle autorità locali − numerosi missili e droni di vario tipo, sia stata condotta con pieno successo e almeno apparentemente senza alcuna sbavatura.

Con una rilevante percentuale di attendibilità i sauditi sostengono che l'attacco è stato concepito e condotto dall'Iran. Se ciò fosse vero Teheran, più che a provocare dei danni materiali, che ci sono stati e sono stati rilevanti ma sono stati anche riparati in un tempo molto ridotto, avrebbe probabilmente mirato soprattutto a trasmettere messaggi a tre differenti livelli.

Il primo, ovviamente, è quello all'Arabia Saudita, che progressivamente sta assumendo, sotto la guida del suo bellicoso principe ereditario, Mohamed Bin Salman (MbS) il ruolo di capofila nella contrapposizione sunnita al blocco sciita, ove incontrastata appare da tempo la leadership iraniana.

Sul piano delle guerre guerreggiate Riad è infatti impegnata, alla testa di una coalizione che raggruppa parecchi paesi minori, contro gli Houti dello Yemen, di movenza sciita. Sul piano della politica e degli scenari strategici i Sauditi non perdono poi occasione, come si è visto di recente nel caso di parecchi confusi episodi navali nel Golfo Persico, per puntare un dito accusatore contro Teheran, richiedendo a gran voce interventi punitivi da parte della comunità internazionale. Tra i due paesi esiste quindi un permanente clima di tensione che probabilmente aveva di recente indotto gli iraniani a cedere agli Houti i missili necessari per il loro attacco a un aeroporto nel sud dell’Arabia Saudita. Un primo avviso, uno "State attenti che..." di cui MbS non ha potuto o voluto tener conto. E ciò forse spiega il perché del secondo colpo con bersaglio Aramco.  

Oltre che all’Arabia Saudita, il messaggio iraniano era poi probabilmente destinato anche a mostrare Tel Aviv il livello di preparazione raggiunto dalle Forze Armate di Teheran, costringendo i politici israeliani a valutare con molta cautela quella ipotesi di uno strike preventivo sulle installazioni nucleari dell'Iran da tempo in esame a Tel Aviv. Che gli israeliani abbiano recepito il messaggio lo dimostra il raid con cui alcuni loro aerei hanno sorvolato a metà novembre Teheran, probabilmente per dimostrare come anche dall'altra parte della frontiera esistano mezzi tecnici e preparazione adeguati.

Infine il messaggio è certamente diretto agli Stati Uniti, che dopo un breve periodo di intervallo sono tornati ad essere per l'Iran, sotto la Presidenza Trump, "il grande Satana" di un tempo. Il messaggio si somma inoltre al primo avvertimento che Teheran aveva dato a Washington con l'abbattimento del grande drone americano da 120 milioni di dollari mentre, almeno secondo gli iraniani, esso sorvolava il loro territorio nazionale. Una parte di quell'UAV fa così ora bella mostra di sé a Teheran, sul piazzale antistante il museo dedicato al conflitto con l'Iraq, offerto all'ammirazione della popolazione e all'auto compiacimento del regime.

C'è poi da considerare come la performance iraniana, pur non traducendosi in un vero e proprio messaggio, debba però risuonare anche per l'Unione europea come il tintinnio di un campanello di allarme. Essa dimostra infatti come sempre più vicino ai confini dell'Unione crescano capacità operative e tecniche che per ora non appaiono certo dirette contro Bruxelles, ma che perlomeno dovrebbero essere considerate quali elementi di preoccupazione. In questo senso l'attacco alle installazioni Aramco, cui si somma da parte iraniana la ripresa di quell'arricchimento dell'uranio che il trattato nucleare siglato con Teheran aveva momentaneamente congelato, è una pratica dimostrazione di come il continente rischi di ritrovarsi in breve tempo circondato da vicini dotati di capacità militari ben superiori alle nostre. E per di più il caso iraniano non è certo un caso isolato, visto che la Turchia comincia anch’essa a parlare di nucleare militare dopo avere acquistato dalla Russia un adeguato numero di reattori. O come anche in Africa settentrionale i droni abbiano fatto la loro comparsa, corredati fra l'altro di armi idonee ad abbattere quelli dell'avversario, o percepito come tale, come noi italiani abbiamo di recente imparato presso Tripoli a nostre spese.

Forse sarebbe proprio il caso, a questo punto, che anche la Unione europea si ricordasse del monito di Theodore Roosevelt che esortava a parlare a voce bassa ma a portar sempre con sé, in ogni caso, un grosso bastone!

Al di là di tutte queste considerazioni politiche e strategiche, quelli da rilevare in ogni caso sono comunque i grandi progressi che gli iraniani hanno compiuto in breve tempo non soltanto in alcuni dei settori più moderni dell'armamento ma anche nella capacità militare che sono in grado di esprimere. Per compiere un’azione del genere Aramco non basta infatti disporre di mezzi adeguati, ma occorre innanzitutto essere in grado di raccogliere tutte le informazioni necessarie su un obiettivo che era certamente ben sorvegliato e adeguatamente protetto. Bisogna poi essere in grado di pianificare un’azione estremamente complessa che richiede tra l'altro un coordinamento molto preciso fra i diversi mezzi impiegati e le loro stazioni di comando e controllo. A complicare ulteriormente le cose vi era inoltre la necessità di rendere il colpo non attribuibile con certezza all'Iran. I mezzi sono quindi stati trasportati in imprecisate località, probabilmente del sud iracheno, dove sono stati lanciati da basi campali e non da installazioni fisse. Un complesso di difficoltà insomma da far tremare i polsi anche al più sperimentato fra i Comandi Nato!

In conclusione, infine, una parola anche sui mezzi tecnici, per ricordare in primo luogo come Teheran disponga ora, tanto nel settore dei droni, quanto in quello dei missili, di una panoplia completa e numerosa, tale comunque da permetterle di fronteggiare qualsiasi tipo di esigenza. Le sue forze schierano infatti droni da ricognizione e da attacco di ben cinque tipi, alcuni dei quali capaci di rimanere in volo − quindi di essere immediatamente operativi − per più di 24 ore. I missili cruise iraniani inoltre possono coprire distanze considerevoli. I Soumac, che sarebbero quelli impiegati nell'azione in Arabia Saudita, avrebbero infatti una gittata pari a 1350 chilometri.

Se anche in passato Teheran si è avvalsa in questo settore di cooperazioni nord coreane e cinesi, a quanto risulta essa è adesso in grado di portare avanti programmazione e costruzione in maniera del tutto indipendente. Non sembra comunque che, sino ad ora, gli iraniani abbiano ceduto ai loro satelliti siriani, iracheni e libanesi armi del genere. E forse proprio per questo vi è da leggere nell'attacco all'Aramco un ennesimo messaggio indirizzato contemporaneamente a tutti i possibili interlocutori, vale a dire uno "State attenti perché, messi alle strette, noi potremmo farlo”.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di gennaio/febbraio di eastwest.

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