Un equilibrio precario

Riusciranno la Corte Suprema e il potere giudiziario ad arginare gli attacchi populisti del Presidente Trump e a difendere la democrazia americana?

L’ex direttore dell’FBI James Comey viene ascoltato in senato a proposito delle interferenze russe sulla campagna elettorale per le presidenziali del 2016. REUTERS/Jonathan Ernst/Contrasto
L’ex direttore dell’FBI James Comey viene ascoltato in senato a proposito delle interferenze russe sulla campagna elettorale per le presidenziali del 2016. REUTERS/Jonathan Ernst/Contrasto

Due anni fa, Donald Trump faceva il suo ingresso alla Casa Bianca come 45° Presidente. La sua elezione è stata una tra le pagine più inaspettate della storia recente che ha segnato l'inizio di una fase di grande incertezza, non solo per la vita politica degli Usa, ma anche per la stabilità del sistema liberale internazionale. Oltre la retorica aggressiva che scandisce la quotidianità della politica americana in questi anni, ciò che preoccupa di più gli esperti, sono gli effetti delle scelte dell'amministrazione Trump sullo stato di salute della democrazia. La nostra riflessione è quindi sulla crisi di identità che sta attraversando la società americana e sui punti deboli delle istituzioni federali incaricate di preservare l'integrità del sistema liberal-democratico.

Di crisi della democrazia negli Usa si parla da molto tempo e ben prima di quando il tycoon volle lanciare la sua candidatura alle primarie 2015. L'ascesa di Trump è solo uno dei sintomi più evidenti di una fase politica critica, annunciata in più occasioni dai più lungimiranti osservatori della politica. Tra questi, Samuel P. Huntington scriveva già di crisi della democrazia in Usa, nel famoso rapporto della Commissione Trilaterale negli anni ‘70 e in seguito nel libro American Politics: The Promise of Disharmony. In quest'ultima ricerca del 1981, pubblicata troppo presto per essere compresa appieno dai suoi contemporanei, si parla di una crisi identitaria che riemerge nella società americana ciclicamente, quando i cittadini si dividono mettendo in discussione il loro stesso credo nazionale, cioè gli ideali politici scritti nella costituzione, che sono il solo vero punto di riferimento della storia degli Usa.

La pericolosità di questi momenti è massima dato che la comunità americana può rischiare di sacrificare gli ideali stessi delle istituzioni, laddove la politica si polarizza fino a smarrire la capacità di mediare nel compromesso. Queste fasi che Huntington chiama Creedal Passion Periods si sono ripetute periodicamente ogni 50 anni, dalla Guerra di Indipendenza fino al periodo della lotta per i diritti civili guidata da Martin Luther King. Secondo Huntington, il prossimo periodo critico sarebbe proprio arrivato alla fine di questo decennio.

Se gli Usa stessero davvero attraversando questa crisi identitaria, l'ultima speranza per la loro democrazia sta nelle istituzioni che difendono la costituzione. In questa prospettiva storica, dove la blue wave non è riuscita a capovolgere completamente l'equilibrio politico nel Congresso ed i repubblicani hanno il controllo del Senato, emerge tutta la debolezza dell'opposizione politica. Il motivo è semplice, i democratici non possono bloccare le più importanti nomine di Trump perché la selezione di chi ricopre le oltre 1200 posizioni apicali del sistema giudiziario, delle agenzie federali e delle istituzioni indipendenti è nelle mani del Presidente, che nomina, e del Senato, che può confermare o meno.

Nelle condizioni attuali, la Corte Suprema diventa la chiave di volta della democrazia, seppure immune alle minacce alla sua indipendenza. I rapporti fra Trump e il sistema della giustizia non sono stati ottimali sin da inizio 2017. Due anni fa il principale rischio era rappresentato dai ripetuti attacchi del Presidente alle corti, nel tentativo di comprometterne la credibilità e l'indipendenza. I casi più eclatanti sono stati quelli relativi al licenziamento del capo dell'FBI James Comey e del procuratore di New York Preet Bharara. Oggi, il timore più grande non è più negli attacchi frontali o mediatici alle corti, ma nelle nomine dei nuovi giudici. Molti temono che queste istituzioni indipendenti si stiano indebolendo e non siano più abbastanza forti da limitare il trumpismo al potere. La cartina di tornasole del rischio che vivono le istituzioni americane è l'assenza di dialogo e le reciproche chiusure dimostrate sulle recenti nomine dei membri della Corte Suprema. Dopo l'arrivo di Trump queste nomine sono diventate puntualmente occasione di scontro politico e di prevaricazione, come se la prassi delle scelte bipartisan non esistesse più. È un campanello d'allarme importante.

Occorre chiedersi, se la Corte Suprema riesca a proteggere la democrazia, considerando come Trump sia già riuscito a nominare due membri e ad oggi la maggioranza della Corte è stata nominata da Presidenti repubblicani. Sicuramente a preoccupare è il rischio che Trump possa nominare almeno un altro membro della Corte prima della fine del 2020.

Dopo il giudice Anthony Kennedy, che la scorsa estate ha deciso di lasciare il suo incarico all'età di 81 anni, vi sono due possibilità che Trump abbia di nuovo l'opportunità di esercitare il potere di nomina. I fattori in gioco sono imprevedibili, ma vi è un dato significativo: prima di Kennedy, gli altri 11 giudici che hanno lasciato la Corte, l’hanno fatto ad un'età media di 80 anni ed i giudici nominati dal Presidente Clinton hanno già superato questa età: ci sono voci che Stephen Breyer e Ruth Bader Ginsburg potrebbero seguire l'esempio di Kennedy e dei loro predecessori, lasciando uno o due posti vacanti nella Corte. Colpisce il fatto che i democratici non potranno fermare Trump in quanto dal 2017 la procedura di voto non prevede più una maggioranza qualificata, dopo che i repubblicani hanno attivato la cosiddetta nuclear option per l'approvazione della nomina del giudice Neil Gorsuch.

Tralasciando l'ipotesi di una nuova nomina, la Corte gode di ampia indipendenza. I suoi membri non hanno alcun motivo di favorire le decisioni del Presidente o della maggioranza in quanto ricoprono un incarico a vita e non possono ambire a posizioni più alte nelle istituzioni americane. In questo modo i padri fondatori sono riusciti a favorire il più possibile l'indipendenza della Corte Suprema. Nonostante tutto, nessun sistema è completamente infallibile. La Corte può esser marginalizzata o le sue decisioni rimanere senza seguito. Ad esempio, in alcuni casi il Presidente potrebbe influenzare, ritardare o bloccare l'implementazione delle decisioni della Corte stessa. Se questo dovesse avvenire, una degenerazione degli equilibri fra poteri potrebbe addirittura compromettere quelle che James Madison, chiamava "auxiliary precautions”, cioè le norme (scritte e non scritte) che regolano il funzionamento del sistema di pesi e contrappesi che caratterizza la costituzione. Probabilmente, se minacciata nelle sue funzioni, la Corte non si lascerà travolgere facilmente e difenderà le sue prerogative senza fare alcuno sconto alla Casa Bianca. Un dato su tutti lascia ben sperare: secondo gli studi di Jeff Yates e Andrew Whitford, il livello di apprezzamento del presidente può incidere sulle decisioni della Corte. In altre parole, è più probabile che la Corte si schieri contro il potere esecutivo se il livello di apprezzamento del Presidente è basso. Ciò significa che l'attuale Corte Suprema potrebbe opporsi con fermezza alle decisioni di Trump, dato il basso livello di apprezzamento da parte della popolazione. Questo lascerebbe ben sperare.

Restano infine dei rischi che possono ulteriormente indebolire la credibilità della Corte. Seppur i suoi giudici siano indipendenti, essi non sono estranei a scelte che possono risultare esplicitamente in linea con il pensiero conservatore o liberal-riformista. In questo senso, la Corte agisce come “ago della bilancia” in molti dibattiti che hanno spaccato l'opinione pubblica, lasciando aperte delle divisioni talvolta insanabili su argomenti come i diritti delle comunità LGBT o l'aborto. Se la Corte dovesse favorire un'interpretazione conservatrice di simili tematiche, l'impopolarità potrebbe investire anche l'ultima delle tre grandi istituzioni federali, spingendo la democrazia americana sull'orlo di un equilibrio precario, con effetti imprevedibili.

@MatteoLaruffa

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