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Il nuovo oro dei narcos

Si produce in laboratori improvvisati. Distribuita sul dark web, è difficilmente rintracciabile. È il fentanyl: pochi granelli di sale sono letali

Un chimico specialista in tuta protettiva mostra le pillole sequestrate in un laboratorio clandestino di fentanyl situato nel comune di Azcapotzalco, a Città del Messico, Messico, 12 dicembre 2018. PGR - Ufficio del procuratore generale/dispensa tramite REUTERS
Un chimico specialista in tuta protettiva mostra le pillole sequestrate in un laboratorio clandestino di fentanyl situato nel comune di Azcapotzalco, a Città del Messico, Messico, 12 dicembre 2018. PGR - Ufficio del procuratore generale/dispensa tramite REUTERS

Negli Stati Uniti la chiamano mexican oxy. Oxy sta per “ossicodone” o, ancora meglio, per OxyContin, il nome con cui questo farmaco oppioide si trova di solito in commercio. Si assume principalmente per bocca e funziona un po’ come la morfina: è un analgesico, serve a dare sollievo a chi soffre di dolore cronico. L’aggettivo mexican, “messicano”, indica invece la provenienza: il Messico. Quando parliamo di mexican oxy parliamo insomma di una pasticca contrabbandata dal Messico che imita in tutto e per tutto l’ossicodone legale, quello che si vende dietro ricetta medica: forma circolare, colore azzurro chiaro, una M maiuscola impressa su un lato e il numero 30 (indica il dosaggio in milligrammi) sull’altro. Solo che le pillole di mexican oxy non contengono davvero ossicodone: ne riprendono l’aspetto per una questione di marketing, per presentarsi ai potenziali consumatori in una veste familiare. Dentro le mexican oxy c’è il fentanyl. Parliamo sempre di un farmaco a base di oppioidi con un suo utilizzo clinico – il trattamento del dolore nei malati terminali –, assunto tramite cerotti o compresse. Ma con una differenza fondamentale: il fentanyl è molto più potente dell’ossicodone, della morfina e anche dell’eroina (fino a cinquanta volte di più). È talmente potente che due milligrammi sono sufficienti a uccidere una persona.

Di questa potenza i narcotrafficanti sono consapevoli. Una pasticca di mexican oxy contiene infatti dagli 0,03 agli 1,99 milligrammi di fentanyl, quindi dosi non mortali. Ma con quantità così piccole è facile sbagliare, anche perché la produzione avviene in laboratori clandestini, dove i controlli sono praticamente inesistenti. Senza contare che il loro prezzo – dai 9 ai 30 dollari l’una – le rende accessibili agli adolescenti, amplificandone la letalità. Ultimamente le mexican oxy stanno causando una sfilza di morti per overdose tra i giovani nello stato dell’Arizona. Lo scenario tende a ripetersi: festa tra liceali, qualcuno ingoia una o più pasticche di mexican oxy pensando che contengano ossicodone, va in overdose e non si riesce o non si fa in tempo a salvarlo. Che tutto questo accada in Arizona non è un dettaglio irrilevante. Da diversi anni gli Stati Uniti sono attraversati da un’epidemia – la chiamano proprio così, opioid epidemic, “epidemia degli oppioidi” – che ha a che vedere con l’abuso di sostanze come il fentanyl e l’eroina e che sta facendo strage di americani. La crisi viene comunemente associata ai territori del nord-est e del Midwest perché è lì che ha colpito più duro, ma si estende ben oltre quei luoghi. Ad esempio nel sud-ovest, dove si trova l’Arizona, considerato uno dei nuovi punti focali dell’epidemia: nel solo Copper State le morti causate dal fentanyl sono più che triplicate dal 2015 al 2017, passando da 72 a 267.

Ma per capire la portata dell’epidemia bisogna guardare il quadro generale. Gli ultimi dati disponibili dicono che nel 2017 negli Stati Uniti ci sono stati 47.600 decessi per overdose da oppioidi. Dal 2013 al 2017 oltre 67.000 americani sono morti a causa di un’overdose da oppioidi sintetici (esclusa quindi l’eroina); tra le vittime illustri ci sono le rockstar Prince e Tom Petty. Per fare un paragone, è un numero più alto di quello dei soldati statunitensi rimasti uccisi nelle guerre in Vietnam, Iraq e Afghanistan messe insieme. La maggior parte di queste morti è stata provocata dal fentanyl, che sta avendo un ruolo determinante nell’abbassamento dell’aspettativa di vita nel Paese, una cosa che non succedeva dai tempi dell’esplosione dell’AIDS.

Le origini dell’epidemia degli oppioidi vanno rintracciate nella seconda metà degli anni Novanta, quando l’America aveva ormai superato la sua diffidenza verso gli antidolorifici e l’OxyContin era appena comparso sul mercato. La casa farmaceutica Purdue Pharma lo aveva promosso con una campagna pubblicitaria massiccia e ingannevole, sostenendo che, rispetto agli altri medicinali a base di oppioidi, l’OxyContin non causasse dipendenza nel paziente. Non era vero, ma questo lo si scoprì un decennio dopo. Nel frattempo i medici – a volte in buona fede, altre volte no – avevano prescritto grandi quantità di OxyContin a chiunque soffrisse di dolore cronico: male alla schiena, alla spalla, al ginocchio, ai legamenti. La dipendenza dall’ossicodone trasportò molte persone verso l’eroina, più economica e più potente: un requisito fondamentale per chi aveva sviluppato un’alta tolleranza al farmaco. L’abuso di eroina crebbe ancora di più quando il Governo americano impose una stretta sugli oppiacei e farsi prescrivere delle pillole divenne complicato. Dal 2006 al 2010 le morti per overdose da eroina aumentarono del 45%.

Poi, verso il 2013, arrivò il fentanyl. Era stato sintetizzato nel 1960 da un medico belga, Paul Janssen, e approvato per l’uso clinico negli Stati Uniti nel 1968, come palliativo per i malati di cancro. A distanza di quasi cinquant’anni, ma con una rapidità scioccante, il fentanyl – o meglio, il suo utilizzo illegale – ha iniziato a uccidere decine di migliaia di americani. Com’è stato possibile? L’OxyContin e l’eroina gli avevano innanzitutto preparato il terreno, creando un largo bacino di utenti dipendenti dagli oppioidi. Il fatto che il fentanyl sia così potente da essere capace di provocare la morte anche con quantità minime non rappresenta di per sé un deterrente. Anzi, per chi è diventato tollerante all’eroina e ha bisogno di dosi sempre maggiori per non cadere in astinenza, la letalità del fentanyl può costituire un valore aggiunto. In altre parole, se due soli milligrammi di fentanyl sono mortali, allora la sostanza è sicuramente forte e assumerla mi farà sicuramente superare i sintomi dell’astinenza: non è improbabile che un tossicodipendente possa ragionare così. 

Il fentanyl è il sogno di ogni narcotrafficante. Essendo completamente sintetico, lo si può produrre anche in laboratori improvvisati, senza troppe difficoltà. E quindi non c’è più bisogno di prendere contatti con i contadini in Messico passando per l’intermediazione dei gruppi criminali locali, di aspettare i tempi di raccolta e lavorazione del papavero da oppio, di gestire tutta la complicata logistica del contrabbando transnazionale. Il business dell’eroina funziona così e sottostare a una filiera di questo tipo è inevitabile: rappresenta, in un certo senso, una “barriera all’entrata” che allontana dal mercato le organizzazioni che non hanno i mezzi e le capacità necessarie. Mentre il fentanyl non solo rende tutto estremamente più economico e più semplice – è anche più compatto dell’eroina, quindi più comodo da nascondere –, ma anche più redditizio: con un chilo di eroina si riescono a guadagnare duecentomila dollari, mentre da un chilo di fentanyl ben trenta milioni, secondo una ricostruzione di Bloomberg.

Anche se il fentanyl sembra stia prendendo il sopravvento sull’eroina, le due sostanze non si escludono. Al contrario, l’eroina viene sempre più spesso “tagliata” con il fentanyl (o con un suo analogo) sia per renderla più potente sia per incrementarne il ricavo, di solito all’insaputa dei consumatori. Questo miscuglio è noto in gergo come China white, riciclando un termine che un tempo stava a indicare una varietà di eroina particolarmente pura che proveniva dall’Estremo Oriente. Il riferimento geografico però è rimasto all’incirca lo stesso, visto che è dalla Cina – dalle sue numerosissime e scarsamente controllate industrie farmaceutiche – che proviene la maggior parte del fentanyl illegale consumato negli Stati Uniti. Ma il fentanyl ha invaso anche il mercato delle droghe eccitanti reinventando lo speedball, il famigerato mix di eroina e cocaina. Nel 2015 quasi 4200 americani sono morti di overdose da cocaina combinata agli oppioidi sintetici, quando solo un anno prima il conteggio si era fermato a neanche 1550 casi.

La facilità con la quale il fentanyl può essere prodotto e distribuito ha rivoluzionato di conseguenza la natura stessa dei trafficanti. Accanto alle grosse organizzazioni criminali messicane sono comparsi tanti “rivenditori”, perlopiù cinesi, che operano in proprio: delle one-person companies, si potrebbe dire. Il web, sia quello di superficie che quello dark, è la nuova frontiera del narcotraffico perché mette a contatto diretto produttori e clienti. A un consumatore di oppioidi, oppure a un aspirante spacciatore, basta oggi collegarsi a Internet per ordinare del fentanyl dalla Cina e farselo recapitare a casa da un corriere: arriva per posta, con una spedizione diretta oppure passando prima per il Canada o il Messico. Il commercio online ha un volume troppo grande perché si possa esaminare il contenuto effettivo di ogni pacco e il sistema postale americano aveva inoltre grossi problemi – a cui di recente si è cercato di rimediare – con il tracciamento delle spedizioni internazionali. Senza contare che, per molto tempo, gli ispettori della dogana non sapevano cosa cercare: erano abituati alle dimensioni della cocaina, mentre una dose di fentanyl consiste in qualche granello di sale.

L’e-commerce è solo una parte della storia, che ha affiancato ma non sostituito le modalità tradizionali del narcotraffico. Come l’eroina, anche una grossa fetta del fentanyl che entra di contrabbando negli Stati Uniti lo fa dalla frontiera con il Messico, mimetizzandosi tra il passaggio regolare di merci e veicoli. Il varco di ingresso (port of entry) più utilizzato, proprio perché affollatissimo, è quello di San Diego, in California. Ma quello di Nogales, in Arizona, sta crescendo di importanza: 202 chili di fentanyl, tra polvere e pasticche, sequestrati nell’anno fiscale 2018 rispetto ai 78 chili nel precedente. È a Nogales che la U.S. Customs and Border Protection, l’agenzia americana che si occupa del controllo della dogana, ha effettuato il più grande sequestro di fentanyl di sempre, reso noto alla stampa il 31 gennaio scorso: quasi 114 chili – il record era di 66 –, che si nascondevano in uno scomparto sotto il pavimento di un autoarticolato che trasportava cetrioli.

L’epidemia degli oppioidi sintetici è scoppiata durante la presidenza di Barack Obama, a cui è stato spesso rimproverato di aver sottovalutato la crisi e di aver agito solo troppo tardi, sul finire del suo mandato. C’era stato innanzitutto un problema di incomprensione del fenomeno e della sua portata: le autorità americane si erano sì accorte dell’aumento delle morti per overdose, ma si erano concentrate sull’eroina e sugli antidolorifici in compresse, non sul fentanyl. E poi non erano stati stanziati abbastanza fondi. Di conseguenza, il sistema doganale non aveva personale formato né macchinari in grado di rilevare il fentanyl in entrata dal Messico, mentre il servizio postale non poteva raccogliere i dati elettronici delle spedizioni e quindi non riusciva a bloccare i pacchi che provenivano dalla Cina.

Chiusa l’era Obama, è arrivato Donald Trump. In campagna elettorale ha parlato molto di droga e ha promesso di risolvere l’epidemia di overdose: un messaggio che ha dato i suoi frutti, visto che nel 2016 le contee più toccate dall’abuso di oppioidi hanno votato per lui. Ma sarebbe un errore circoscrivere la crisi all’America deindustrializzata o alla classe lavoratrice bianca: è un problema che riguarda gli Stati Uniti nella loro interezza territoriale ed etnica, infatti nell’ottobre 2017 Trump ha dichiarato l’epidemia degli oppioidi un’emergenza sanitaria nazionale.

“Dopo aver dichiarato l’emergenza nazionale, la Casa Bianca ha sostanzialmente commesso un errore nella sua risposta all’epidemia degli oppioidi”, ha detto Vanda Felbab-Brown, senior fellow presso il think tank Brookings Institution di Washington ed esperta di narcotraffico e criminalità organizzata. “Trump si è concentrato soprattutto sulle pressioni alla Cina, per spingerla a includere tutti i farmaci simili al fentanyl nella lista delle sostanze controllate. Questa azione diplomatica, le cui basi erano state poste durante l’amministrazione Obama, ha portato in effetti la Cina ad attuare questa regolamentazione a partire dal 1 maggio. D’altro canto”, continua Felbab-Brown, “il Presidente è stato ossessionato dalla costruzione di un muro lungo il confine con il Messico. Si tratta di un progetto inefficace e controproducente, visto che la maggior parte delle droghe pesanti, inclusa l’eroina e il fentanyl, entrano negli Stati Uniti attraverso i varchi di ingresso legali”.

“Sul fronte domestico, l’amministrazione Trump ha ostacolato la risposta alla crisi più di quanto non l’abbia effettivamente sostenuta, minacciando ad esempio un ritorno alle politiche obsolete e deleterie della fine degli anni Ottanta e dell’inizio degli anni Novanta, oppure di incarcerare i tossicodipendenti”, spiega Felbab-Brown. “Ha anche cercato di bloccare le misure di riduzione del danno, dicendo di voler chiudere e di voler procedere legalmente contro i centri per le iniezioni sicure”. A febbraio il dipartimento di Giustizia ha fatto causa ad una non-profit di Philadelphia per impedirle di aprire una struttura nella quale i tossicodipendenti avrebbero potuto iniettarsi il fentanyl o altre droghe in sicurezza, con aghi sterilizzati e sotto la supervisione dei medici. Luoghi come questo sono più diffusi in Canada e puntano a “contenere il danno”, cioè a prevenire le morti per overdose e la diffusione di malattie infettive come l’AIDS e l’epatite C.

Dichiarando l’emergenza, Trump ha certamente dato risalto all’epidemia degli oppioidi. Ha promesso di “spezzare la morsa della dipendenza”, ma in realtà non ha elaborato una chiara strategia di contrasto. Quello che ha fatto è stato spostare la crisi sul piano internazionale e imputare tutte le responsabilità alla Cina e al Messico. Da quest’ultimo pretende ad esempio che blocchi tutti i traffici di droga verso gli Stati Uniti, altrimenti imporrà dei dazi o addirittura chiuderà la frontiera. Non è una richiesta ragionevole, e la storia delle mexican oxy lo dimostra: queste pasticche entrano in America dall’Arizona, nell’estremo sud-ovest, e poi raggiungono – lo confermano i sequestri della DEA – perfino New York, nel nord-est. Se gli Stati Uniti non sono in grado di fermare la circolazione di queste sostanze sul proprio territorio, come può riuscirci il Messico?

L’esternalizzazione del problema degli oppioidi ha comportato, di riflesso, un minore focus sul versante interno. Trump ha celebrato come un grande successo il calo delle prescrizioni di farmaci oppioidi durante il suo mandato: la Casa Bianca ha fatto sapere che il loro numero è diminuito del 34% da gennaio 2017 a febbraio 2019, sebbene il trend sia iniziato prima. Ma per i medici non si tratta di una vittoria e hanno protestato. Le nuove direttive suggeriscono ai dottori di contenere entro una certa soglia la quantità giornaliera di antidolorifico da assegnare a un paziente e questo – dicono gli esperti – può comportare un notevole abbassamento della qualità della vita per tutte quelle persone che soffrono di forti dolori cronici e che perciò hanno bisogno di dosaggi alti. “Il fentanyl e alcuni dei suoi analoghi sono fondamentali negli interventi chirurgici e per il trattamento del dolore intenso, ad esempio nei malati terminali, ai quali gli oppioidi meno potenti come la morfina non riescono più a ridurre il dolore”, ricorda Felbab-Brown. Alla fine del 2018 già una trentina di Stati americani avevano approvato delle leggi per limitare le prescrizioni di oppioidi, allineandosi alle linee guida dell’amministrazione Trump. Ma restringere l’accesso ai farmaci legali rischia di favorire il consumo di oppioidi di contrabbando e di eroina, perché potrebbe spingere i pazienti in cerca di sollievo a rivolgersi agli spacciatori per strada invece che alle farmacie. E può, con questo, favorire le morti per overdose: quelle legate ai farmaci con ricetta sono in calo, mentre quelle provocate dal fentanyl illegale e dagli analoghi sono aumentate del 45% solo nel 2017.

@marcodellaguzzo

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di luglio/agosto di eastwest.

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