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Amman, monarchia hashemita in difficoltà

Le manifestazioni hanno fatto cadere l'esecutivo, il nuovo Governo cerca di ascoltare la piazza, tra le pressioni dell'Fmi e delle migrazioni epocali

Il re Abd Allah II di Giordania. REUTERS/Muhammad Hamed/Contrasto
Il re Abd Allah II di Giordania. REUTERS/Muhammad Hamed/Contrasto

Intervento del Fmi, crescita esponenziale del numero dei rifugiati da Siria e Iraq, legge sul cybercrime: sono i tre elementi principali che rischiano di trascinare nel baratro la monarchia hashemita. Il bisogno di riforme strutturali che riappianino il debito pubblico diventa sempre più pressante per il regno, che deve fare i conti con le numerose proteste di piazza causate dall’aumento dei prezzi delle materie prime e, in parallelo, per la richiesta di tutela della libertà di stampa, messa in pericolo dagli emendamenti alla legge sul cybercrime proposti dal precedente Governo, ritirati dal nuovo.

Omar Razzaz, attuale Primo Ministro da giugno 2018, sta pagando le conseguenze delle scelte del precedente Governo. Criticato già in partenza per aver formato un nuovo esecutivo composto, su 28 Ministri, da 16 esponenti del Governo di Hani Mulki (che ha governato per 2 anni), a pochi mesi dall’insediamento, a ottobre Razzaz ha effettuato un rimpasto che ha visto l’introduzione di un nuovo Ministero e l’accorpamento di altri. Con la nomina di 7 donne a capo di importanti Ministeri (tra i quali il Ministero della Comunicazione, guidato da Jumana Ghunaimat, portavoce dell’esecutivo), Omar Razzaz ha segnato il record di presenza femminile nella storia dei governi giordani. Questa innovazione, d’altro canto, non va di pari passo con l’auspicato cambiamento sul fronte economico, con una crescita debole che da anni si è attestata attorno al 2% — con variazioni che non hanno superato il 2,4% —, e la presenza dei tecnici del Fmi che continua a pesare sulla politica interna, prestando il fianco alle opposizioni che accusano gli ultimi esecutivi di incapacità nel gestire la crisi economica. A settembre 2018 il debito pubblico ammontava al 96,2% del Pil, in crescita di oltre 2 punti rispetto all’anno precedente; la disoccupazione è al 18% e colpisce principalmente giovani e donne; l’inflazione si è attestata al 4,5%. Un quadro economico-sociale estremamente difficile, che crea tensioni all’interno del Paese in una realtà già complicata, con vicini — Siria e Iraq su tutti — che portano diretta instabilità al regno.

Tra le varie misure, nel tentativo di abbassare le spese e con la regia del Fmi, il Governo di Hani Mulki cancellò i sussidi per l’acquisto del pane e aumentò l’Iva. La popolazione scese in piazza contro le misure d’austerità imposte. Recenti incontri a Washington tra gli esponenti del nuovo esecutivo e del Fmi hanno modificato gli interventi da effettuare, col risultato dell’abbassamento dell’Iva di 4 punti su beni essenziali tassati al 10 e al 16%, come pasta, formaggio, frutta e verdura, pesce e carne in scatola. Inoltre, il Governo Razzaz ha avviato una serie di riforme di medio termine per incentivare la buona governance delle risorse, la competitività del Paese, un adeguato livello di riserve monetarie internazionali.

Nei prossimi 5 anni Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita verseranno nelle casse di Amman 2,5 miliardi di dollari in aiuti per la gestione della crisi migratoria, che ha impoverito le casse del regno. L’Ue, primo partner commerciale della Giordania — pari, nel 2017, al 17,4% del totale, davanti a Usa (13,4%), Arabia Saudita (13,4%) e Cina (10,9%) — ha semplificato l’arrivo dei prodotti del Regno con la possibilità di ricevere beni non solo dalle 18 zone economiche speciali previste dagli accordi, ma da tutto il Paese e in particolare dalle imprese che impiegano manodopera siriana. Tale agevolazione avverrà al raggiungimento della cifra di 200 mila lavoratori siriani nel mercato del lavoro giordano. Le relazioni commerciali tra Giordania e Ue sono governate dall’Association Agreement del 2002 che stabilisce un’area di libero scambio per i beni giordani ed europei, identificando 18 Zone Economiche Speciali per l’origine dei prodotti del regno. Nel 2016 l’accordo è stato potenziato, semplificando le regole d’origine dei beni giordani verso l’Ue. A dicembre 2018 l’iniziativa Giordania-Ue è stata rafforzata ancora e ha validità fino al 2030, coprendo una vasta gamma di prodotti. Anche in questo caso, l’aspetto legato all’epocale migrazione dal nord influisce sulle politiche economiche e sociali del Paese.

Infatti, la Giordania, secondo l’UNHCR, ospita circa 1 milione e 400mila rifugiati siriani. Dati alla mano, aggiornati a dicembre 2018, sono 671.148 i rifugiati registrati, con il governatorato di Amman che ne accoglie 196.597. I rifugiati presenti nei campi gestiti dal Governo e dall’UNHCR sono 126.064, mentre quelli non registrati e non presenti nelle strutture Onu/governative sono 545.084. Questi numeri danno immediato riscontro della problematica umanitaria che la Giordania ha affrontato, su una popolazione di poco meno di 10 milioni di abitanti. Per incentivare l’ingresso nel tessuto economico del Paese, nel 2017 Amman ha rilasciato 46.000 permessi di lavoro a siriani registrati, e nel 2018 approssimativamente 45.000.

Il documento Global Trends realizzato dall’Agenzia Onu per i Rifugiati spiega come la Giordania sia la nazione che ospita la decima più grande popolazione di rifugiati al mondo, preceduta (dalla prima alla penultima) da Turchia, Pakistan, Uganda, Libano, Iran, Germania, Bangladesh, Sudan ed Etiopia. Fa ancor più specie il caso giordano se lo si guarda dall’ottica del rapporto popolazione e rifugiati: la Giordania è il secondo Paese al mondo — preceduta dal Libano e seguita dalla Turchia —, dove sono presenti 71 rifugiati ogni mille abitanti. In Libano i rifugiati ogni mille abitanti sono 164, in Turchia 43. Nel corso della storia, la Giordania ha accolto i rifugiati provenienti da Palestina (1948), Iraq (2003) e Siria, dal 2011. Secondo il Ministro degli Esteri Ayman Safaid la Giordania ha già speso 10 miliardi di dollari per ospitare i soli rifugiati siriani, con ulteriore prezzo salatissimo da affrontare nel momento in cui gli Usa termineranno, come annunciato dal Presidente Trump, i finanziamenti all’UNRWA, l’Agenzia Onu per i Rifugiati Palestinesi.

Oltre che sul fronte economico, le proteste di piazza che hanno portato alla caduta del Governo Mulki vertevano sull’insoddisfazione popolare per la revisione di alcune parti della legge sul cybercrime che, se attuata, avrebbe colpito la libertà di stampa. A dicembre 2018, incontrando i giornalisti Jumana Ghunaimat, portavoce del Governo Razzaz, ha chiarito che il nuovo esecutivo non intende proseguire con le modifiche alla legge in seguito all’evidente malcontento popolare e agli incontri del Primo Ministro con membri della società civile ed esponenti delle professioni.

I pesanti malumori ruotano attorno alle proposte che intensificherebbero le sanzioni e allargherebbero lo spettro di applicazione del cosiddetto incitamento all’odio, hate speech. Una di queste lo definirebbe come “l’affermazione o l’atto che è incline ad alimentare l’eversione di carattere religioso, settario, etnico o regionale”. Ci sarebbe, inoltre, un aumento delle pene, con una reclusione che, dall’attuale settimana, diventerebbe dai 3 mesi all’anno, e quelle pecuniarie tra i 700 e i 1.400 dollari. Il Governo, ha spiegato Ghunaimat, riesaminerà il processo giudiziario per i crimini classificati come hate speech e quelli per la diffusione di fake news. Infatti, l’articolo 11 della legge sul cybercrime potrebbe essere emendato per adeguarla sia alla Costituzione giordana che agli standard internazionali.

Re Abd Allah II gioca un ruolo fondamentale nella stabilizzazione del Paese e nell’immagine che trasmette all’estero. La Giordania rappresenta un importante attore nell’area, mantenendo rapporti con Israele e riavvicinandosi diplomaticamente alla Siria in seguito alla riapertura dei confini. L’Arabia Saudita continua ad avere molta influenza sulla monarchia hashemita, anche se in questa fase storica i rapporti non sono ai massimi livelli in seguito alla decisione di Mohammad bin Salman di appoggiare il piano di pace Usa per la Palestina. La comunità internazionale non può permettersi ulteriori perdite di status quo nel vicino Oriente, soprattutto nel caso Giordania, che rappresenta un importante tassello di congiunzione tra mondo arabo e occidente, partner di Ue e Usa, protagonista nel fermare l’avanzata dello Stato Islamico.

@melonimatteo

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